Con provenienza da Brestova, diretti a Porozina, su un traghetto per auto, già si respira un’aria diversa, una cosa della quale si era dimenticato il profumo ed il sapore. Dopo lo sbarco in un piccolo piazzale (quasi la totalità della morfologia dell’isola non consente spazi troppo vasti) la strada inizia a salire: tutto il percorso attraverso l’isola di Cres (Cherso un po’ di tempo fa) e successivamente, sorpassato Osor (Ossero) attraverso la splendida Losinj (Lussino prima dell’ultima stupidità mondiale) sarà un continuo sali-scendi tra verdi pinete, rocce e sassaie, aride distese e scorci di mare che costringono alla sosta per qualche minuto di necessaria ammirazione.

Il primo tratto di strada rende con precisione l’idea di come erano queste terre e come ora, la mano dell’uomo, le ha modificate a suo uso e consumo: pochi chilometri di una moderna strada, a tratti con tre corsie, il recente passato ci costringe all’interno di una realtà che sembra non volere essere dimenticata. Il percorso, ora coperto di asfalto, riprende la larghezza e la dimensione di ciò che la strada era fino a pochi anni fa (poco più di 25 anni), quando transitavano sul tracciato pochi carri a traino animale, pastori con le loro pecore, viandanti e coloni carichi di provviste o della loro merce da vendere (chissà poi a chi e dove!). La larghezza della strada costringe a forzata prudenza. Banchine pericolosissime fiancheggiano curve dall’aspetto quasi impossibile e rocce assai sporgenti costringono al centro strada con manovre pericolose (a dir poco): fortunati i possessori delle piccole utilitarie, davvero ricchi i viaggiatori in motocicletta e stramaledetti i turisti con enormi motor-home e smisurate roulotte al traino di potenti Suv.

La strada riprende fattezze e curve a misura dell’uomo moderno e si scende verso Osor, dove un moderno ponte mobile ha preso il posto del taglio di mare eseguito dai Romani pochi anni dopo la nascita di Cristo: una sosta, da meditazione, consente una visita alla splendida piccola cittadina che reca ancora il forte profumo di Venezia regina dei mari, alla pregevole chiesa e, se si desidera, una breve sosta al piccolo camposanto, proprio dietro la chiesa, con un angolo dedicato ai piccoli defunti, bambine e bambini di pochi anni: il numero delle piccole tombe è di poco inferiore a quello di tutte le altre.

Qui, fino a pochi anni fa, non si riusciva a diventare “grandi”, causa la povertà, la lontananza da tutto, la fame e le malattie. Una riflessione amara e triste, poi si rimonta in auto e via, vero e attraverso Losinj. Qui la strada riprende aspetti moderni: curve smussate, enormi lavori di lotta contro le pareti rocciose, un paio di piccoli viadotti consentono di raggiunge Mali Losinj (Lussin piccolo) in pochi minuti tra panorami e scorci indimenticabili. La cittadina ha ora un aspetto moderno, nella parte nuova che abbraccia il porto: per respirare il carattere di quello che era la Piccola Lussino occorre salire le antiche strade e scale che si intersecano tra le vecchie costruzioni abitative: molte le aggiustate (male) e le nuove che hanno cercato di riprendere l’antico disegno riuscendovi non sempre bene: il tutto ricorda, molto da vicino, l’intrico di “carrugi” a Genova, come del resto quasi tutti i piccoli paesi marinari delle nostre parti. Una sosta all’ombra in uno dei tantissimi bar che costeggiano il porto, un bicchiere di spumeggiante e profumata birra locale e via, camminando, verso Veli Losinj, Lussin Grande.

Si risale la salita che ci allontana dal porto, si attraversa la strada che abbiamo percorso per giungere qui e si ridiscende verso una passeggiata lungo mare che non sarà facile dimenticare: qui il profumo dei pini marittimi si fa intenso, forte, deciso, non più mischiato dai veleni delle auto che transitano molto sopra e il mare, pochi metri al di sotto da noi, assume trasparenze, colori e contrasti quasi sconosciuti. L’antico sentiero, ora ricoperto da uno strato di cemento, percorre tutto il lungo mare, tra scorci di una bellezza mozzafiato di Punta Kriza, la costa ovest di Pag e la più lontana Rab.

Quello che colpisce è il profondo, quasi inaspettato silenzio: un leggero fruscio di foglie, il frangersi di un’onda, il richiamo di qualche cardellino o usignolo. Qualche turista ci sorpassa su vistose bici da montagna in gran fretta. Chissà perché. Bastano pochi minuti di questa scenografia tutta naturale e si giunge in vista della indimenticabile Veli: si sbuca da posizione alta che consiste una vista di insieme: un piccolo angolo che sembra dimenticato, fermo nel tempo. Terminati i gloriosi anni nei quali qui nascevano e crescevano alcuni dei più famosi capitani di mare che mai abbiano solcato i mari di tutto il mondo.
Quando la trazione era il vento! Il lungo rodaggio tra isole grandi e piccole che spuntano quasi all’improvviso, giri di vento improvvisi e assai poco clementi, forgiavano uomini di mare senza pari. Il piccolo gruppo di case è rimasto praticamente intatto, con un profumo di Venezia che stordisce rotto unicamente, sulla sinistra, dalla costruzione di un’immensa chiesa, orribile nella sua appariscente modernità che stride inevitabilmente con tutto ciò che rimane della Grande Lussino. Ironia della sorte, la Grande Lussino è diventata ora davvero “piccola”, mentre la Piccola Lussino è cresciuta in dimensioni e ricchezza: ironia della storia e delle modifiche apportate dall’uomo.

Una coppa di fresco gelato alla frutta, acqua minerale al seguito (indispensabile) e ci si inerpica verso la piccola collina su strade che sono tutt’ora ricoperte dalle pietre veneziane (lisce come un cristallo e scivolosissime in caso di pioggia) per discendere verso Rovensca: un piccolo borgo di pescatori dai colori e dal sapore antico, ora con la presenza un po’ invasiva di numerosi ristoranti “marinari”. Qui inizia l’avventura verso la Losinj dimenticata dal tempo e dall’uomo: i sentieri che seguiremo permettono di riscoprire le antiche tracce dei pescatori e pastori dell’isola.

Dopo pochi minuti di cementata, forzosamente percorsa a ritmo lento causa i panorami mozza-fiato, gli scorci che costringono alla sosta e qualche tratto che solleva prudenza, costantemente fiancheggiati da interminabili mura di pietrame a secco (alcuni tratti alti più di tre metri!) si giunge alla fine della presenza dell’uomo: il turismo, con i suoi luoghi comuni, le sue leggi e le sue modalità non ha raggiunto questi luoghi grazie all’impervia condizione del suolo (roccia e pietre, poi pietre e roccia: una pineta senza fine a destra e sinistra).

Profumi dimenticati, colori sconosciuti, silenzi preziosi. Il sentiero diviene “vero”, sassoso tra spuntoni di roccia che l’uomo non ha saputo o voluto eliminare. Il turismo di massa lo abbiamo lasciato alle spalle: qualche locale che sembra preso da un’aria di tristezza, qualche escursionista super-attrezzato e qualche appassionato di spericolati percorsi in bicicletta che fa ritorno appiedato. Più avanti il sentiero diviene duro, le rocce vincono la lotta con la mano dell’uomo, i bordi lasciano intravvedere pericoli di cadute rovinose e, sulla destra, nessuno scampo causa dei lunghissimi muri a secco che sembrano sfidare le forze della natura e le leggi di gravità. Si sorpassa la poco profonda baia di Javorna e dopo circa mezz’ora si giunge alla splendida, unica, deserta Kriska: qui, la lotta tra il mare e la roccia a creato un piccolo angolo di colore, di silenzio e profumo che non permette di proseguire. La posizione riparata determina acque quasi senza onde: una piscina naturale di pace, silenzio, colore, profumo di vero.

Mi adeguo forzosamente. Mi spoglio e non posso fare a meno di un tuffo rigenerante: piccoli pesci mi nuotano attorno mentre sguazzo in modo indegno. Mi lascio accarezzare dall’acqua fresca e sfrutto la forza dell’acqua per far riposare le gambe e tutto il resto: mi attardo più, molto più del necessario, e raggiungo la sassosa riva con un leggero senso di rinuncia. Mentre me ne sto seduto su uno dei pochi scogli accoglienti, vengo raggiunto da un uomo, circa della mia età, che mi saluta con un “Buon Giorno” inatteso.

Indossa una lunghissima maglia bianca sopra un paio di pantaloni corti di colore non facilmente definibile e calza sandali Keen, da specialisti. Il suo volto è segnato dalle rughe e dalle macchie del tempo e solo un residuo di capelli bianchi spunta appena sopra agli orecchi scendendo poi, poco più folto, nella nuca. Al polso destro un orologio crono-subacqueo fin troppo vistoso che stona con l’insieme della sua figura.

Rispondo al saluto: “E’ abbastanza insolito incontrare un italiano da queste parti e …”.
“Io sono Slavo, Croato per la precisione, sono nato dall’altra parte dell’isola, dalle parti di cala Balvanida. Ho lasciato l’isola per andare a studiare, il liceo e poi l’università, in quel di Padova, ingegneria edile. Ora sono in pensione e ogni tanto torno qua, a casa mia.”
“Conosco Balvanida – rispondo – frequento quella trattoria non lontana dalla cala. La raggiungo a piedi dal Cikat.”
“Complimenti, un camminatore.”
“Mi diceva casa sua?”. ” Si, la mia famiglia è originaria di questa cala, là, in quello che resta di quella casa che si intravvede tra i rami e le liane: quella casa è stata costruita da mio nonno e da suo padre. Si erano stabiliti qua per la possibilità di raccogliere acqua e quindi di viverci.”
“Una casa di pescatori, quindi.”
“Non solo: un insieme di attività che consentivano si vivere in modo indipendente. Ora non si vede quasi nulla, ma oltre alla casa, quello che ne resta, c’è una cisterna per l’acqua, una cantina scavata nella roccia dove si conservava l’olio e il pesce sotto sale. Quel po’ che si riusciva a coltivare. Poi il mangime per gli animali: sa, forse era più importante quest’ultimo che il cibo per la famiglia. Un po’ di pesce si rimediava sempre, ma se moriva l’asino o il maiale erano dolori e carestia. Una vita silenziosa, scandita da ritmi precisi e ripetuti, accettati da tutti i componenti con calma rassegnazione. Il mio bisnonno ne era fiero e suo figlio seguiva le sue orme (e i suoi dettami) con una sorta di rassegnazione che riteneva sacra e ineluttabile. Solo alla morte del bisnonno, poco dopo l’inizio del secolo scorso, il gruppo della famiglia, nove persone in tutto, si trasferì dall’altra parte dell’isola, tra le baie di Krivica e Balvanida: un po’ di terra aperta e piana, meno vento e mare più ricco. Tutto questo fu abbandonato e da allora va in malora. Ora non resta quasi più nulla a parte qualche ricordo e un po’ di gratitudine.”

“Gratitudine per ?…”.
“Gratitudine per il semplice fatto che mi mandarono via per non farmi vivere una vita di fatiche, privazioni, silenzi e accettazione incondizionata. Nessuno lo diceva, ma tutti sapevano. Mi mandarono a Padova, da un lontano parente di un conoscente a studiare. Per mantenermi all’università facevo il cameriere al Pedrocchi, quello dei bei tempi: biondo e alto, potevo passare per distinto. Fu la mia fortuna e il viatico per una vita diversa. Imparai ad amare lo studio, i calcoli, le misure. Mentre stavo sui libri, il ricordo andava a queste mura, costruite senza numeri e dalla sola necessità. Qua la gente era, tutto insieme, pescatore, ortolano, muratore, costruttore, conserviere oltre che padre. E’ mai salito lungo la mulattiera che porta a San Nicola?”.
“Vengo qui da molti anni e conosco quasi tutte le mulattiere, i sentieri, le cale. Cerco di scoprire il segreto fascino di questa antica solitudine. Mi affascina.”
“Ecco, vede, qualcosa in comune c’è, fra me e lei. Lei cerca di riscoprire dimensioni diverse, di altri tempi, di altre vite, io sento quasi un rimpianto per quello che ho perduto. So che sembra ridicolo, ingiusto e ingrato: grazie a una società alla quale non appartenevo, a persone che parlavano un’altra lingua, che erano diversi da me, ho potuto studiare, raggiungere una laurea, poi un lavoro in uno studio prestigioso a Verona, soldi sicuri e non pochi, una bella casetta con dentro tutto quello che serve e … forse qualcosa di più, una moglie e due splendidi figli (loro non vengono qua …); eppure quasi ogni anno vengo qua a respirare questi silenzi e questo profumo. A vedere il mare. A ricordare. Cosa poi, non l’ho mai capito davvero.”

“Io invece so perché vengo: lo struggente e impellente bisogno di ritornare alla natura, a questo mare, a questa pace. Non mi derida se mi sembra di vivere per qualche attimo come persone come lei vivevano qua, in tempi diversi. Una sorta di sogno. Mi perdoni.”
“Non c’è nulla da perdonare, anzi l’ammiro per questo suo bisogno. Sembra quasi una fuga. Che lavoro faceva?”.
“A metà tra il denaro e l’informatica: un istituto di credito.”
“Un lavoro freddo.”
“Fin troppo”.
“Beh, finisco il mio giro e mi fermo per buon arrosto a Rovenska. Sa che uno dei gestori di ristorante è un toscano?”.
” Conosco lui e i suoi tortelli al burro”.
“Arrivederci.”
“Arrivederci”.

Si allontana per il sentiero di costa per il quale sono giunto io: ha un buon passo, da camminatore, deciso e lento. Ma guarda un po’: a Kriska, fuori dal mondo, incontri uno Slavo/Italiano, dottore in edilizia, con un leggero accento veneto e tanta nostalgia per questo mondo di sassi. Quasi un mondo a rovescio. Se racconto questa storia nessuno mi crederà. Poco importa: ne faccio tesoro io. Una piccola conquista “Lussiniana”, ammesso che si possa dire così.

Non riesco ad allontanarmi e decido di andare a curiosare tra i folti rovi. Dopo poco incontro quella che era la scala di accesso alla casa dal mare: incisa nella roccia. Cinque scalini ancora quasi perfetti. Tra uno spino e una vitalba raggiungo uno spiazzo lastricato a pietra liscia che anticipa la porta della casa: oramai il crollo è totale.
Regge il muro frontale e un poco di quello alla sua sinistra. Si distingue, tra le macerie, ciò che rimane di un focolare e due ritti destinati, forse, a sorreggere l’asso di una tavola: qui era più facile e meno costoso costruire due ritti di pietra che quattro gambe di legno. La casa era a due piani: si distinguono i segni della travatura.

Mi allontano sulla destra e resto sorpreso dallo scorgere, sulla sinistra una serie di piccole costruzioni, quasi intatte, di ricoveri per gli animali: un paio di mangiatoie o abbeveratoi scolpiti nella pietra. Più avanti ecco quella che doveva essere la cisterna, ancora perfettamente conservata e ricoperta da intonaco: il bene prezioso dell’acqua. Ancora sulla destra, il piano lastricato termina in un’altra scala, con soli tre scalini e un viottolo che conduce alla mulattiera del ritorno, ma, con grande sorpresa, dietro la cisterna col suo bravo canale rialzato e inclinato a salire verso il declivio un’ampia zona piana con un impianto di ulivi, vecchi e contorti ma ancora quasi sani e vegeti: sono sopravvissuti nel tempo, al salmastro e all’incuria: quasi un omaggio a chi, tra e per loro intravvedeva una vita possibile, la realizzazione di un sogno, la linea della realtà possibile. Li ammiro a lungo, decisamente colpito da questo quasi spettacolo inatteso.

Inizio la salita che mi porterà a Sveti Nikola, una piccola camera di sassi con su un tetto moderno fatto di tegole rosse sormontato da una croce: la fede e il ritrovo, certo, di questa gente. Pregavano il loro Dio ben consci di farlo insieme, per l’insieme, per continuare a vivere insieme. La mulattiera è in parte a scale scolpite nella pietra e in parte facilitata dall’apparire di rocce piatte e provvidenziali: ai lati eterni muri e muretti di sassi, le cicale con il loro frinire, qualche belato in distanza e il profumo della salvia locale (lo scrivo come lo sento pronunciare: la cunduia), dalla quale si ricava, tramite le api, un miele raro e profumato, da gustare a piccoli cucchiai in rigorosa attenzione. Il sudore mi scende ovunque e quello della fronte mi costringe a frequenti asciugature se voglio ancora vedere qualcosa: ecco la piccola chiesetta, ora intonacata di bianco circondata da piccole case moderne quasi tutte cedute in locazione; ecco la strada ora asfaltata: è stata allargata per permettere il transito alle auto e quindi i muretti a secco, sulla sinistra scendendo, sono stati abbattuti, restano quelli sulla destra. Mi avvio a scendere verso Veli, una birra fresca, un branzino ai ferri e un goccio di malvasia della casa. Si ritorna alla cosiddetta civiltà.

(Mauro Magnani)