Roma. Rimettere i lavoratori al centro della società, un patto per il lavoro tra partiti, sindacati e istituzioni e infine una legge sulla rappresentanza per riaffermare i diritti, la dignità e la democrazia nei luoghi di lavoro, con uno sguardo rivolto all’accordo stipulato dall’ultimo vertice europeo sul programma del Recovery Fund.

Presentazione del libro “Lavorare è una parola” (Foto Marco Merlini)

Nella sala Di Vittorio di Corso d’Italia, la sede nazionale della Cgil, la scorsa settimana si sono ritrovati a discutere di questi temi il segretario generale della Cgil Maurizio Landini con Pierluigi Bersani, Mdp, e il vicesegretario del Pd Andrea Orlando. L’occasione è stata offerta dalla presentazione della recente pubblicazione del volume “Lavorare è una parola”, curato da Altero Frigerio e Roberta Lisi, che raccoglie numerose riflessioni sul mondo del lavoro a cinquant’anni dallo Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970, edito da Donzelli,

E’ stato Pierluigi Bersani ad aprire la discussione, concentrando il suo intervento sul rapporto tra Stato e mercato ora che lo Stato, in epoca Covid, sembra aver recuperato una centralità fortemente messa in discussione negli ultimi 25 anni, in nome di un modello economico basato sulla privatizzazione senza regole, senza un quadro di liberalizzazioni bilanciate. Gli esempi, dalla Telecom all’Ilva all’Alitalia per finire con le autostrade, sarebbero molti.

E’ poi toccato al vicesegretario del Pd Andrea Orlando, entrare nel merito di quello che inevitabilmente è stato il convitato di pietra del dibattito, vale a dire il raggiunto accordo europeo sul Recovery Fund, e i 209 miliardi complessivi destinati all’Italia. Per Orlando l’importanza dell’accordo risiede non solo nell’arrivo di questi soldi, ma anche nel fatto che venga indicato cosa se ne debba fare, riassumendo gli obiettivi, che sono poi di qualunque forza progressista europea, nel rafforzamento di una strategica coesione territoriale e sociale, oltre a corposi e mirati investimenti in tecnologia e green economy.

Maurizio Landini è partito proprio dal titolo del libro, sottolineando come la parola lavorare, in tempi come questi, dica tutto, per arrivare al nuovo contesto europeo. Alla luce dell’accordo di Bruxelles, il confronto necessario con il governo passa ora al come investire le risorse disponibili e per fare che cosa, in una condizione pressoché irripetibile non solo in termini di quantità delle risorse disponibili, ma anche in virtù della valenza storica determinata da un’Europa indirizzata verso questa prospettiva. Landini ha voluto anche rivendicare come la Cgil, non da sola, ma con il sindacato tedesco e intervenendo con la Confederazione europea dei sindacati, avesse proposto una sorta di emissioni-bond per sostenere gli investimenti, ora divenuto elemento di novità molto importante nel nuovo quadro continentale,

I relatori non hanno mancato di sottolineare il valore del volume che per i cinquanta anni dello Statuto dei lavoratori raccoglie le parole che hanno segnato il cammino tortuoso di un diritto ancora difficile da far rispettare. Da qui, a partire dal significato stesso del titolo e dei vari contributi (Letta, Camusso, Sassoli, mons. Zuppi, Macaluso, Di Cesare, Pennacchi tra quelli che arricchiscono il libro), la necessità di rimettere al centro il lavoro ricostruendo i diritti, quelli perduti e quelli da conquistare in base alle trasformazioni in atto, e per far tutto questo c’è bisogno di intervenire sul mercato del lavoro, in particolare quello precario.

Un precariato divenuto preponderante in tutta Europa negli ultimi due decenni, appiattiti su una logica di mercato che da sola avrebbe risolto ogni problema. Ma questo non è avvenuto, e ora si impone la proposta di un nuovo modello di sviluppo, che tenga conto di come i lavoratori possano essere partecipi del cambiamento. Perché la formazione, di cui tanto si parla, significa anche questo: consentire alle persone che lavorano di utilizzare la propria intelligenza e le competenze acquisite sul come, sul cosa e anche perché si produce. Dunque la questione, affrontata da Landini, Bersani e Orlando, non è soltanto sull’intervento dello Stato, ma anche sul come cambia il sistema di funzionamento delle imprese, perché la complessità dei processi richiede anche questo: non solo il nodo della digitalizzazione, ma una attenzione essenziale al come cambia lo Stato e il suo ruolo.

Sia in diversi capitoli del libro che nel dibattito stesso si è affrontato nello specifico, per la sua portata sull’organizzazione del lavoro e la qualità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici (non ultima la querelle sullo home working) il ragionamento sulle nuove tecnologie e la comunicazione. Le informazioni sono oggi il nuovo oro, la nuova materia prima. Da Google in poi, tutti fanno profitti sulla gestione delle informazioni. Anche il mondo del lavoro è chiamato a confrontarsi su questa nuova frontiera dello sviluppo e in senso lato del controllo della democrazia.

E una nuova frontiera riguarda anche la scuola. La didattica a distanza ha fornito una quantità di informazioni immesse sul mercato grazie a piattaforme non pubbliche ma legate a grandi gruppi privati, che acquisiscono i dati di un grandissimo numero di persone. Tema di cui, nel libro, si occupa il contributo di Andrea Ranieri, individuando la strada del “sapere operaio” dalle 150 ore alla formazione permanente: “Non solo le conoscenze per fare quello che faccio, ma anche le competenze per capire quello che faccio”. La tecnologia digitale, trasversalmente, cambia tutta la prospettiva economica sociale, presente e futura. Dunque il ruolo del sindacato è acquisire non solo i diritti di tutela del lavoro, ma “il diritto contrattuale di poter partecipare nel momento in cui si prendono decisioni nel mondo del lavoro a cui afferisci”. Se sta cambiano il prodotto, e la natura del prodotto, allora è l’intervento pubblico nell’economia che deve indirizzare certe scelte, per non lasciare tutto al privato.

Maurizio Landini

E’ toccato a Landini cogliere questo aspetto per rilanciare la proposta della Cgil di una “Agenzia per lo sviluppo pubblico”, che contribuisca a indicare le scelte strategiche per il Paese, perché “le scelte che faremo nei prossimi mesi determineranno quello che farai nei prossimi anni, E una volta scelti gli investimenti da fare, i soldi vengono dati per quello che hai scritto. Anche per questo parlo di occasione irripetibile”. Per Landini, il tema nodale è quello della ricostruzione di una rappresentanza politica del lavoro, perché quanto avvenuto in questi anni è anche il frutto di una rottura tra il mondo del lavoro e la rappresentanza politica. Le parole della politica hanno perso significato, in particolare per il mondo dei precari, e la parola “sinistra” per i precari non è più sinonimo di trasformazione e cambiamento, ma viene associata al fatto di esser rimasti precari nel tempo, dato che “le culture comuniste e socialiste abbiano interrotto la loro spinta propulsiva rispetto alla trasformazione del lavoro”.

Eppure, proprio nel libro di Frigerio e Lisi si ricorda come lo Statuto dei lavoratori venne votato in Parlamento con l’astensione del Pci, mentre furono a favore anche la Dc, il Psi, il Pri, il Pli. Vuol dire che in quegli anni non solo la sinistra, ma anche per il centro e la destra il lavoro veniva prima delle ideologie, e doveva avere dei diritti. Tutti d’accordo dunque, curatori e relatori: o si ricostruisce quel tessuto, anche in chiave europea, oppure la partita appare già perduta. Mai come ora rappresentare gli interessi del lavoro significa lavorare per il cambiamento e la trasformazione: in un momento in cui il lavoro sta cambiando, le persone, se chiamate a contare e a partecipare, possono diventare protagoniste del loro futuro. E’ una parola (come recita il titolo del libro), ma non ci sono alternative

(Alice Frei)