Tutti noi, chi più e chi meno, ha potuto assistere alla cerimonia per l’inaugurazione del nuovo ponte che consentirà l’attraversamento della città di Genova da ovest a est e viceversa. Massime cariche pubbliche locali e nazionali presenti ognuno con quattro parole da dire e da divulgare. Pochi istanti di gratuità pubblicità.

Personalmente ho apprezzato particolarmente le parole di Renzo Piano (uomo che non dovrebbe invecchiare mai), l’uomo che ha disegnato il nuovo San Giorgio, ideandolo e realizzandolo con le tecnologie più avanzate. L’uomo che tutto il mondo ci invidia.
Poi, ovviamente, le parole di dovuto cordoglio per le tante, troppe vittime del crollo, persone come noi che vivevano la propria giornata di vita e che non hanno potuto portarla a termine. Il mesto destino dell’uomo si compie abile in barba al nostra presupponenza di immortalità.

In poco meno di due anni, da quel fatidico 14 agosto, tutto si è risolto: abbattimento della residua struttura, smaltimento delle macerie compresa una buona percentuale di riutilizzo, progettazione della struttura, sgombero della zona interessata alla ricostruzione, realizzazione e messa in opera delle parti, montaggio e verifica di fattibilità, collaudi parziali di verifica, posa delle immense travature di appoggio, impiantistica elettrica e di monitoraggio, ultimazione asfaltatura e barriere di protezione, posizionamento segnaletica verticale e orizzontale. Collaudo definitivo dell’intera struttura.

Sventolio di bandiere e tracce colorate da parte della pattuglia acrobatica aerea. Apertura al transito privato. Parole di rinascita della vecchia Genova, con il suo porto numero uno del Mediterraneo, i suoi antichi carruggi odoranti di fresco pesto e di deliziosi vini bianchi che nascono nelle colline che la sovrastano. Tutto sembra ricominciare ma qualcosa sembra davvero non poter finire mai.

Dopo quasi due anni, 721 giorni, le certezza delle colpe deve ancora essere accertata. Eppure, ovviamente, tutte le carte sono già in possesso delle menti che devono accertare le manchevolezze , i controlli non eseguiti, le perizie pilotate dalla bramosia di risparmio forzoso, le relazioni addomesticate e chi ne ha più ne metta. Si tratta solo di verificare i numeri di rilevamento con i calcoli matematici esistenti.
Non si può ammettere nessun ulteriore ritardo: i resti della struttura crollata non esistono più, quindi la raccolta di nuovi dati e prove non possono essere seguiti. Cosa stanno facendo allora i tecnici? Non staranno per caso cercando di individuare una scappatoia anche solo parziale per quelli che sono uguali a loro ma che, in questo frangente, si
trovano dalla parte avversa? Una sorta di cane non mangia cane?

Ancora una volta si sta cercando di individuare una scappatoia in grado di apportare il minimo male possibile, di individuare una tale dose di variabile verità in grado di individuare tutti i colpevoli per poi non poterne così punire nessuno o al massimo prodursi in qualche tirata di orecchi? Quante telefonate di massima attenzione alla prudenza sono state fatte? Quanti suggerimenti di possibili dubbi sono stati intrallazzati.
Non si pensi che noi non si abbia capito: siamo oramai maturati in un ambiente del quale conosciamo il tutto. Mentre le vite di 43 persone innocenti restano ancora sotto la polvere della vergogna e dell’incuria, mentre tra parole importanti e squilli di tromba si inneggia alla rinascita, le prime auto civili transitano sul nuovissimo ponte tutto lustrini e tecnologia: sembrano non accorgersi del fetore che trasuda da questo vergognoso ammasso di monnezza, la monnezza di sempre, quella che trasuda da noi tutti, incapaci di scrollarcela di dosso. Ben oltre il fetore, da tutti
noi trasuda un senso di impotenza, di incapacità, di colpevole vergogna.

Ecco su cosa poggiano i nuovissimi e slanciati piloni del San Giorgio: crolleranno altri Morandi e forse nasceranno altri nuovissimi e slanciati viadotti, ma i morti incolpevoli di sempre esisteranno ancora a inutile, perenne inascoltato monito.
(Mauro Magnani)