Roma. Dopo la doppia recessione economica avvenuta tra il 2008 e il 2013, e una modesta ripresa dal 2014 al 2019 che ha compensato solo in minima parte quanto perso nel quinquennio precedente, oggi nel 2020 il nostro paese dopo l’emergenza sanitaria si appresta a vivere un’altra drammatica fase recessiva della nostra economia.

Per avere un quadro della drammaticità della situazione basta guardare i dati dell’Inps relativo alle ore di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e in deroga) e dei fondi di solidarietà autorizzate nel periodo da gennaio a giugno 2020 che sono state oltre 2,2 miliardi di ore, quando nell’intero anno peggiore delle serie storiche dell’Inps il 2010 le ore autorizzate furono 1,2 miliardi. Nei dettagli, le ore di cassa integrazione ordinaria hanno toccato 1,1 miliardi di ore (la gran parte concentrate nell’industria), seguono i fondi di solidarietà con oltre 0,6 miliardi di ore (soprattutto nel commercio), la cassa integrazione in deroga circa 0,4 miliardi di ore (piccole imprese) e circa 0,1 miliardi di ore di cassa integrazione straordinaria (in primis nell’industria), a questo va aggiunto sempre nel periodo da gennaio a giugno 2020 una forte impennata delle domande di disoccupazione. Per rendere bene l’idea dei dati sopra riportati, nel periodo marzo-aprile sono stati oltre 8,4 milioni i lavoratori in cassa integrazione, di cui 5,0 milioni a zero ore.

Va fatto notare che gli effetti della crisi economica e sociale di questo 2020 per la prima volta ha colpito duro in settori come servizi, ristorazione, turismo, commercio, spettacoli, cultura e sport, mentre prosegue senza sosta da oltre 12 anni la crisi dell’edilizia e della sua filiera, in forte crisi il settore manifatturiero con l’unica eccezione del comparto farmaceutico che risulta in crescita, l’unico settore che si “salva” è quello agro alimentare dove la flessione risulta minima.

Un autentico “tsumani” quindi si è abbattuto sulla già “fragile” economia del nostro paese, già oggi non tutti i negozi hanno riaperto e molti cittadini faticano a provvedere ai propri bisogni quotidiani, inoltre le due proroghe consecutive della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti hanno contribuito ad allentare le tensioni sociali del lockdown, ma queste sono misure che rischiano di rinviare le questioni solo di qualche mese, visto che l’Istat afferma che entro l’anno un terzo delle imprese potrebbe chiudere e che secondo l’Ocse ci sia il rischio che entro la fine dell’anno i posti di lavoro persi siano oltre 1 milione (1,5 milioni in presenza di una seconda ondata Covid).

A ciò si aggiungano le tensioni per i rinnovi contrattuali, con oltre dieci milioni di lavoratori nel settore privato e oltre tre milioni di lavoratori del pubblico impiego con i contratti nazionali scaduti, con le prime trattative partite, quelle dei metalmeccanici e dei tessili, che sulle richieste sindacali di un incremento salariale dell’otto per cento sui minimi tabellari stanno trovando la netta chiusura delle associazioni delle imprese, e poi le tensioni derivanti dai ritardi nei pagamenti della cassa integrazione in deroga per milioni di lavoratori e quelle dell’impatto economico della cassa integrazione sulle tasche dei lavoratori (che vale almeno 5 miliardi di mancato reddito).

Gli ingredienti per un autunno caldo quindi sembrano esserci tutti, in questo quadro non troppo edificante un allarme nelle settimane scorse è stato lanciato dallo stesso Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, che considera “concreto” il rischio di tensioni sociali in autunno, perché tra settembre e ottobre termineranno le proroghe per la cassa integrazione e inizieranno a vedersi i primi effetti di quest’ultimo periodo di crisi economica.

(Edgardo Farolfi)