Non sono un gran frequentatore dei “social”, ma la lettura di questo libro mi ha davvero preoccupato, direi di più, spaventato.

Brittany Kaiser, giovanissima consulente politica americana appena laureata in diritti umani e relazioni internazionali, si è seduta – per uno dei suoi primi colloqui di lavoro – davanti al carismatico capo della neonata società di analisi dei dati Cambridge Analytica, era convinta che sarebbero state usate a fin di bene le informazioni raccolte attraverso gli smartphone, i social media e le abitudini di navigazione online, che permettono di identificare le persone e i loro stili di vita. Ma ha dovuto cambiare idea.

Quella che era iniziata come un’improbabile, seppure interessante, esperienza di lavoro – una giovane simpatizzante democratica liberale come lei che accettava di lavorare per una società che aveva Steve Bannon nel consiglio d’amministrazione e politici repubblicani tra i suoi clienti – ha iniziato ad assumere i contorni di un incubo quando la sua idea di costruire un’azienda rivoluzionaria, che applicava la scienza dei dati e lo studio delle persone – basato sulle loro attività, interessi, opinioni – al settore della consulenza politica, sono culminati prima nell’elezione di Donald Trump a presidente americano e poi nella vittoria dei sostenitori della Brexit in Gran Bretagna.

Solo allora Brittany ha capito fino a che punto la mancanza di regole nell’industria dei “big data” fosse diventata un pericolo per la privacy delle persone e per la democrazia in tutto il mondo. E quanto sottile e sconosciuta fosse in realtà la minaccia se persino lei, che in quel mondo ci stava da sempre, era stata condizionata dalle persone per cui lavorava.

La dittatura dei dati”, scritto da Brittany Kaiser, edizioni Harper Collins Italia, è un resoconto dettagliato, lucido e onesto in cui l’autrice, ripercorrendo la sua esperienza personale degli anni in cui ha lavorato per Cambridge Analytica, rivela le spregiudicate pratiche digitali attraverso cui l’industria dei “big data” influenza e manipola le persone, facendo leva sulle loro paure e insicurezze per modificare il loro comportamento abituale. Ma è anche un’acuta analisi di come l’utilizzo dei dati comportamentali abbia cambiato per sempre la politica, una riflessione sulla scarsa consapevolezza con cui permettiamo che i nostri dati personali vengano usati contro di noi, e soprattutto un accorato appello a rafforzare il nostro spirito critico, a riprendere il controllo delle informazioni che scegliamo di condividere per proteggere, così facendo, il nostro futuro.

Brittany Kaiser ci ricorda che “settanta like erano sufficienti per sapere di quella persona più di ciò che sapevano i suoi amici; centocinquanta più di quello che sapevano i suoi genitori; trecento più del suo partner. Oltre i trecento si era in grado di conoscere un individuo meglio di quanto egli conoscesse se stesso.”

Questa intrusione indesiderata nel cuore delle persone può anche cambiare i destini del mondo!

(Tiziano Conti)