Buggerru (Carbonia – Iglesias). Allora dovrei pensare che tu sei un turista fuori dal generis? Uno del continente che viene da noi perché è innamorato di questa povera terra calpestata da tutti? E non solo: mi dici che da anni, quanti hai detto?, otto o nove non ricordi più bene, torni qua, in questo posto che sta morendo e ogni volta scopri e provi qualcosa di nuovo? Ecco, guarda là, vedi i resti del pozzo di sollevamento? Là sotto è morto il mio bisnonno, schiacciato da una trave di legno che aveva ceduto. Anche di questo stavano parlando quella domenica del 4 settembre 1904, là, nei locali della direzione della ditta francese oltre che a ridurre di un’ora la pausa per il riposo. Un po’ di disperati in piazza e arriva l’esercito e spara: quattro morti e non ricordo quanti feriti. Poveri minatori che con il loro lavoro riuscivano a stento a dar da mangiare alla famiglia. Là, sopra a Buggerru, a metà strada per Cala Domestica, restano ancora in piedi quattro pietre del villaggio di Pranu Sartu: gli costruivano le case vicino alle miniere così non perdevano tempo a spostarsi! Figli di ….

Palestra di roccia presso Cala Domestica in Sardegna (Foto Mauro Magnani)

 

Anche da prima accadeva, da sempre, la stessa cosa: una terra di conquista. Venivano da tutte le parti, prendevano quello che a loro serviva, se ne andavano e la miseria restava qui. I soli Sardi furbi quelli che vivevano dentro Tiscali, nascosti dentro una bolla di roccia, ci sei stato? A sì? Bella vero? nascosti tanto bene che neppure i Romani sono mai riusciti a trovarli. E non cambia mai. E non cambierà mai! Adesso vengono qua, carichi di soldi, costruiscono ovunque, rovinano tutto e quando sono stanchi o si è fuori stagione, se ne vanno.

Paesaggio in Sardegna (Foto Mauro Magnani)

Ma adesso che lo noto: sei e sono senza mascherina. Non hai paura del virus? Già, perché adesso è la Sardegna che contagia tutti quelli che vengono. Come se noi avessimo il virus dentro. Là, al nord, dove una volta c’era la Sardegna più bella, oggi ci sono le ville con piscina perché per scendere in acqua ci sono le rocce pericolose, là dove ci sono i locali che se non hai in tasca almeno duecento euro è meglio che non ti presenti.
Dove dopo un po’ di champagne si balla sui tavoli e basta essere là che ci si sente al centro del mondo. Siete venuti qua, voi del continente, alla movida come se non potreste farla anche a casa vostra, ci avete portato la malattia e adesso la colpa è nostra.

Poi arriva l’autunno e ve ne andate e a noi restano gli occhi per piangere. Ormai non abbiamo neanche più quelli. Si sono asciugati. Sono secchi come l’erba della nostra terra alla fine d’agosto. Va bene solo per le pecore e anche per quelle bisogna comprare il mangiare. Dici che sei stato in Costa Smeralda quando avevi vent’anni, quando nel golfo di Arzachena, noi diciamo Altzaghèna in sardo, c’erano i polipi. Si, valli a prendere adesso i polipi. Poi non ci sei più stato. E fai bene. Adesso vieni qua a camminare: dici che hai fatto da Buggerru al bivio sotto Punta Farris, poi la strada lungo il Cardaxiu e saresti arrivato a Domestica. E di lì a Buggerru. Ma sarai mica matto! Sono più di venti chilometri. E con questo caldo. Va là, torna al continente che stai più fresco. Di Imola? E dov’é? Ah! l’Emilia, vicino a Bologna. Mio fratello c’è andato a studiare all’Università. Poi è tornato qua e sta ancora in casa e studia ancora. Per me è matto o scemo. Ciao e grazie.

Passeggiata nei pressi di Buggerru in Sardegna (Foto Mauro Magnani)

Ho incontrato Silvia (così mi ha detto di chiamarsi) seduta ai piedi di una parete di palestra di roccia lungo la strada che ha preso il posto della ferrovia che portava i minerali fino alla Cala. Mi ha detto di aver passato il terzo passante fisso su parete, di aver portato il goblin (auto sicura per corda) al disopra senza tendere la fune all’imbrago: quei venti o trenta centimetri di strisciata quando ha lasciato la presa sull’attrezzo le erano costati una bella ferita al ginocchio sinistro. Non si reggeva in piedi. L’ho caricata in spalla (fermandomi a prendere fiato almeno quattro volte) fino a superare il quasi blocco della gola causato da una piena del Rio Cardaxiu di un paio di anni fa, poi sono andato a prendere la sua auto (un mezzo chilometro più a valle) con le chiavi che mi aveva dato e l’ho portata a Buggerru dove stazionano un paio di ambulanze. Quello che ho riportato sono le sue parole mentre me la portavo in spalla, poi seduta in auto. Non so dire se le sue parole fossero così dure (non ho riportato le varie e non leggere imprecazioni) per quanto le era occorso o se davvero fosse il suo pensiero. Due giorni dopo lasciavo il paese. Non l’ho più rivista e non so neppure se abitasse a Buggerru o da qualche altra parte. (Mauro Magnani)