Riceviamo e pubblichiamo questo articolo scritto da un ex collega imolese per ricordare un amico che è tragicamente morto in Colombia mentre lavorava come volontario delle Nazioni Unite. Visto il tema, per ragioni di sicurezza non inseriamo il nome dell’autore.

Sono trascorse poche settimane da quando è stato trovato il corpo senza vita di Mario Paciolla, ragazzo originario di Napoli che stava lavorando come “volontario” nella seconda Missione di verifica degli Accordi di pace tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc).

Marco Paciolla

Giorni di silenzi per la vita di un giovane di trentatré anni che, come me e tanti altri, credeva profondamente nei propri ideali e ogni giorno respirava ed agiva in nome loro. Ideali di pace, giustizia, solidarietà e risoluzione nonviolenta dei conflitti in qualsiasi parte del mondo.

È difficile darsi pace e accettare la tesi troppo affrettata e mal informata che la polizia colombiana ha immediatamente diffuso ai media locali, nazionali e internazionali: suicidio. Mi chiedo ancora (strano perché dopo aver vissuto sei anni in Colombia dovrei capirlo) come sia possibile che un colonnello della forza pubblica possa arrogarsi il diritto di parlare davanti a un simile dramma anziché mettersi nei panni di familiari e amici che apprendono la notizia; ma questo “è normale” in un paese dove la violenza è quotidianità; dove si gioca a calcio con le teste delle vittime; dove i corpi vengono smembrati e dati in pasto ad animali feroci o fatti trovare in sacchi neri sotto il sole; dove per assassinarne uno si è disposti ad ucciderne decine in un luogo pubblico; dove l’esercito spara a chi protesta pacificamente; dove chi difende i deboli viene barbaramente fatto scomparire o trucidato e la corruzione divampa così come l’impunità.

Mario era un “volontario” poiché come tali vengono inquadrati coloro che entrano a far parte del Sistema delle Nazioni Unite e che, come Mario, si presentano volontariamente registrandosi nella pagina web ma successivamente e dopo diverse prove vengono arruolati e impiegati in diverse parti del mondo nelle missioni Onu. Volontari che svolgono mansioni importanti e rischiose ma che non godono degli stessi trattamenti dei funzionari. Funzionari che spesso formano un vero e proprio organigramma piramidale e gerarchico, tipico dei sistemi imprenditoriali che agisce contrariamente ai principi dell’Onu.

Dalla morte di Mario ad oggi sono state poche le testate giornalistiche che hanno presentato la notizia e hanno fatto eco alle domande frustranti e angoscianti che i genitori avanzano a gran voce reclamando risposte convincenti: “Avrà sofferto?”; “Come è veramente morto?”; “Perché ci hanno chiamato dall’Onu dicendoci che avevano trovato nostro figlio impiccato e se volevamo indietro la salma?”; “Cosa è veramente successo?”.
Aggiungo: “Come riesce una persona a chiamare una madre e darle una notizia terribilmente triste in quel modo?”.

Verità sulla morte di Mario Paciolla: aderisci alla campagna di Libera >>>>

Il manifesto di Libera che chiede la verità su Marco Paciolla

Giorni in cui nessuno sa cosa sia veramente successo a Mario e più passa il tempo e meno se ne parla perché sì, il dolore è così: fa male all’inizio poi piano piano scompare. Bisogna far passare tempo così poi la gente si scorda e continuiamo a parlare di futilità e lasciandoli tutti nella bieca ignoranza con programmi spazzatura, social network superficiali, falsi bisogni, consumi assicurati . Così, lentamente, scompare dallo schermo un fatto che esige risposte: “Come è morto Mario Paciolla e perché?”

Lo consideravo il mio erede perché, avendo iniziato presso la stessa organizzazione non governativa in Colombia, mi era succeduto nel rappresentare la quota italiana. La prima volta che ero tornato a Bogotà presso la sede centrale delle Peace brigades international (Pbi), Sergio (amico ed ex collega) me lo ha presentato dicendomi: “Ti presento il tuo successore italiano!” Risate e abbracci sulla diversità culturale, lui napoletano io imolese.

Poi nella pausa caffè dopo pranzo in cortile, parlando del conflitto armato colombiano e della violenza socio politica che affligge quel bellissimo paese, ho osservato in lui una spiccata intelligenza e una forte idealità per la difesa dei diritti umani. Mario aveva una formazione giornalistica e una bontà e sensibilità sopraffine.

Nel 2015 ho visitato e conosciuto la zona del paese dove ha perso la vita il mio amico: la regione del Caquetà. E’ una zona bellissima, ricopre una vasta area di cordigliera orientale che scende per dar spazio alla meravigliosa foresta amazzonica; un’area simbolica per il conflitto colombiano poiché fu sede dei falliti accordi di pace tra il governo e le Farc nel lontano 2002.

Proprio in quella zona due anni fa scomparvero, dall’accampamento dell’organismo di Monitoraggio e Verifica delle Nazioni Unite, due comandanti dell’estinta guerriglia Farc riapparsi poi due mesi dopo in video insieme ad altri quindici comandanti guerriglieri dichiarando l’inizio della seconda Marquetalia (lotta guerrigliera che prende il nome dal villaggio dove nacquero le Farc nel 1964).

I fattori scatenanti del ritorno alla lotta guerrigliera si devono ai falliti tentativi del governo d’incarcerare un loro comandante, pur senza diritto poiché convenuto negli accordi di pace e dall’inadempienza dello stesso nel mettere in atto i punti degli accordi fra cui: la riforma rurale integrale, i diritti delle vittime, la sostituzione delle coltivazioni illecite, investimenti sociali (case popolari, riforme del sistema sanitario e della scuola, vie di comunicazione, ecc.)

Il Caquetà è un importante corridoio strategico per il narcotraffico ma non solo: oro, acqua, petrolio, coltivazioni estensive (ananas e banane per esempio) sono ambite da diverse multinazionali che lo attorniano e sono disposte a tutto pur di aggiudicarsi un “lenzuolo” di terra colombiana, investendo nulla o quasi, guadagnando moltissimo.

Zona controllata socialmente e militarmente prima dalle Farc, grazie all’abbandono statale, ed ora alla mercé del signore della guerra più forte. A soffrire è la popolazione civile che secondo l’ultimo report Unhcr, supera i sei milioni di rifugiati, al terzo posto dell’incivile classifica mondiale.

Quindi se per caso Mario avesse veramente agito e lavorato in nome dei suoi ideali, non sarei sorpreso che a San Vicente del Caguan seconda città più importante del Caquetà, si fosse “messo nei guai”: aveva litigato coi suoi capi, si era esposto troppo, si sentiva sporco e voleva lavarsi nel mare di Napoli, come aveva detto al telefono alla madre qualche giorno prima.

Da settimane mi assillano domande del tipo: come è possibile, lavorando con l’Onu? Mario era un tipo in gamba, sapeva muoversi, parlava quattro lingue, equilibrato e retto, indossava sempre il gilet azzurro, aderiva ai rigidi protocolli di sicurezza dell’Onu; ma poi: perché dall’Onu hanno fatto quella chiamata devastante alla madre e il giorno dopo hanno cancellato tutte le prove di un supposto suicidio rimuovendo indebitamente tutti i suoi oggetti in sacchi e pulendo l’appartamento contravvenendo addirittura alla legge colombiana?!

Possibile che un ragazzo che alle nove di mattina del giorno dopo doveva partire per Bogotà e il giorno successivo volare in Italia, si sia tolto la vita sette ore prima? Mario ha effettuato una chiamata al capo del dipartimento di sicurezza Onu la sera stessa alle 22, cosa si sono detti? Cosa sta succedendo all’interno della Missione di Verifica Onu? Perché muore un loro operatore e non parlano di risultati autoptici effettuati tramite esami forensi seri, tipici di una tale organizzazione? Non trovo risposte ma se Onu è vulnerabile, in Colombia gli operatori di pace non hanno più protezione, quindi cosa accadrà ai più deboli, ai difensori dei diritti umani, agli oppositori politici che esigono rispetto e sperano che non si ripeta mai più un genocidio partitico come negli anni 80 (Union Patriotica)?

Eppure le affermazioni che Mario ha fatto alla madre negli ultimi giorni mi fanno riflettere e continuare, insieme a tanti, a chiedere verità e giustizia per Mario Paciolla.

Accetto entrambe le ipotesi, ma anche se fosse suicidio qualcuno ha delle responsabilità.

I genitori di Mario mi hanno dato un compito: “E’ giusto che si sappia veramente quello che è successo a Mario, non solo per lui ma anche per le migliaia di ragazzi e ragazze che ogni giorno sognano un mondo migliore. Noi non lo sapremo mai perché moriremo prima, ma voi invece ci sarete!”.