Siamo tutti cavi e vuoti, non è di vento e di suono che ci dobbiamo riempire; ci occorre della sostanza più solida per restaurarci. (Montaigne)

La buona notizia è che la politica si è accorta della scuola.
Quella cattiva è che la politica si è accorta della scuola.
Se ne sono accorti anche i media.
E i sindacati, che finora si erano accorti solo, con rispetto parlando, dei docenti.

Il risultato è un gran guazzabuglio.
Con le parole che volano più veloci dei pensieri.
E un’enfasi che non trova corrispondenza nell’autenticità dei sentimenti.

“Io, per me, direi che lui se ne frega”, ironizza l’irriverente Lorenzo Stecchetti a proposito dell’umana sollecitudine di Pio X.

All’origine di quella dei partiti c’è la chiusura delle scuole, che a saperlo l’avremmo magari fatta prima.

Quello che sconcerta è che non si ragiona di come far funzionare meglio un sistema educativo sofferente, che induce demotivazione, disaffezione, abbandono e un analfabetismo funzionale oggi ancor più grave di quando il linguista Tullio de Mauro denunciò il fenomeno che ci allontana sempre più il futuro.

Il centravanti dell’Inter Lukaku dopo solo otto mesi onora la lingua italiana più di tanti laureati, per tacere dei parlamentari.
Ai quali evidentemente il tempo trascorso davanti a banchi senza distanza e senza ruote non ha giovato granché.
Negli altri comparti formativi non va meglio.
Così stanno le cose.

Non basta qualche migliaio di giovani talentuosi che ci onorano nel mondo a cambiarne il segno.
E nemmeno, temo, danari e personale senza un progetto educativo.
Nell’anniversario della nascita di Maria Montessori sottolinearlo è quasi un dovere.
Possiamo già parlare di occasione perduta.

Tutta questa storia della crisi come rigenerazione, della conquista di una normalità diversa, sta rifluendo verso il cimitero delle opportunità che non si realizzarono mai.

La cattiva moneta della speculazione scaccia quella buona della dedizione alla costruzione di un’esperienza migliore di quella che la pandemia ha interrotto.

La cosa incredibile è che tutto questo scalmanarsi ruota attorno alla scoperta dell’acqua calda: la scuola in presenza degli alunni è più efficace, educativa, socializzante, in una parola preferibile alla scuola in loro assenza.

Una montagna di chiacchiere per ribadire l’ovvio.

Una contesa paradossale, priva com’è di un oggetto, visto che nessuno sostiene il contrario.
Tutti conveniamo che la scuola deve riprendere e la riapertura deve avvenire in sicurezza.
Non quella assoluta che l’opposizione reclama e il Governo promette.
Perché questa condizione non sussiste in alcun Paese del mondo.

Già dire “nelle migliori condizioni di sicurezza possibili” sarebbe un segnale confortante di una più matura e rispettosa considerazione dei cittadini da parte della politica.
Una disputa astratta sulla riapertura che prescinda dalle condizioni epidemiologiche e dai rischi sanitari è un non senso.
Lo acquista in presenza di un virus che ci facilità il compito, se così si può dire, perché risparmia i bambini.
Se così non fosse e, Dio non voglia, risultasse pericoloso anche per loro, ecco che ogni ragionamento dovrebbe essere rifatto.

Volere è potere è un’aspirazione pretenziosa quanto quella mano tesa a carpire la mela, inaccessibile ai più, realizzabile solo ove ne sussistano le condizioni.
Perché esiste la scuola ma poi ci sono le scuole, differenti l’una dall’altra, come i trasporti pubblici locali.

Meglio il vecchio adagio popolare, più consapevolmente sommesso, “si fa quel che si può”, col massimo impegno.
Ce lo ricorda anche don Ferrer nei Promessi Sposi, allorquando ordina al cocchiere durante l’assalto ai forni all’epoca della peste: “Adelante Pedro, con juicio, si puedes”.

Possiamo ripartire e confidare di andare avanti se dentro le scuole e fuori sapremo comportarci con raziocinio.
Il Governo ha diritto di governare ma non di raccontarci storielle, l’opposizione ha diritto di criticare ma non di dire c….te.

La flessibilità, ha scritto Orwell, è uno dei caratteri principali dell’intelligenza.
Nessuno può assicurarci che non si farà mai più ricorso a misure drastiche.

L’esperienza, diretta e comparata, ci dice che non tutto, a cominciare dell’evoluzione biologica del covid, dipende da noi e che quello che invece rientra nelle nostre possibilità non è sempre assoggettabile e assoggettato ad un controllo rigoroso.

Come testimonia Briatore (che il Cielo c’è lo conservi, dove lo trovi un altro così) che dal letto di dolore ora accusa i milionari esentasse che frequentano il suo locale di essere un tantino eccessivi.

Un po’ come l’antico allenatore del Bologna Pesaola che, racconta Eraldo Pecci nel libro Ci piaceva giocare a pallone, criticato per la disposizione in campo dei giocatori replicò: “Io li metto bene, ma poi loro si muovono”.

Anche i bambini, in classe e fuori.

A volte bene a volte male accompagnati dalle famiglie.

Che hanno un ruolo fondamentale nel far comprendere ai figli il momento, nel renderli partecipi dell’esperienza problematica che vanno a vivere, nel responsabilizzarli verso i compagni e gli insegnanti.

I quali non possono essere lasciati soli ad applicare i freddi codicilli di una normativa tecnica di cui rilevasse solo l’aspetto costrittivo.

Non si parte bene se “mamma e papà” considerano il piccolo gesto della misurazione della febbre prima di uscire di casa un peso insopportabile da trasferire allo Stato, come vorrebbe il tantopeggiorista capo della Lega.

Questa è una questione di straordinaria importanza e complessità.

Buttarla in caciara, fare battute idiote sui banchi a rotelle, non aiuta.
Bisogna preservare la salute dei docenti e quella degli studenti.
Bisogna proteggere la società tutta da una propagazione del l’epidemia e gli anziani da un nonnicidio.

Perfezionando via via le misure, apprendendo dall’esperienza perché il cerchio della conoscenza non è chiuso.

Così fan tutti.
Gli esseri intelligenti.
Capaci di attivare una app Immuni.

L’inverno sta arrivando.
Annunciato da un autunno gravido di incognite.
C’è da sperare che ci comportiamo per il meglio.
Io, voi, noi.

Un Governo capace di ascoltare, apprendere, crescere, che così com’è potrebbe non bastare.
Governatori che recitano il ruolo di attori non protagonisti, che così come sono ingarbugliano ancor più la matassa.
Se tutto va bene, evviva, ma viene il momento in cui puoi essere costretto a scegliere fra scuola e movida.
Anche per i giovani.

Dobbiamo offrire loro comprensione, tanta, per il momento difficile e per il futuro che gli abbiamo oscurato ma chiedergli anche, senza indulgenze, di mettersi in testa al plotone a tirare la corsa, di essere d’esempio a una società che esemplare non è, di essere protagonisti del riscatto, come sempre i giovani sono stati, a partire dalla Resistenza.

In alternativa diamo tutte le colpe all’Azzolina, ministrina per caso e tuttavia convinta, come tutta la banda Bibbiano, di esserlo per merito e per fortuna dell’Italia.

Il ministrucolo Salvini è fatto della stessa pasta.

Ha ragione Montaigne: ci occorre della sostanza più solida per restaurarci.

(GuidoTampieri)