Oramai della vicenda di Colleferro si è parlato fin troppo: ne hanno parlato e scritto un po’ tutti e noi abbiamo letto ed ascoltato. Le dichiarazioni dei testimoni si sprecano. Ognuno di questi ha potuto assistere alla vicenda ed ora da alla medesima la ricostruzione dal suo ricordo. Si moltiplicano poi le indiscrezioni che vengono attribuite a chi, per conto e ordine della legge, segue la vicenda: raccolta di prove e testimonianze, esami di laboratorio, documentazione. Incertezza sulle caratteristiche da ascrivere al reato.

Resta, forte, il bisogno di trovare una spiegazione, un perché, ad una vicenda che, a ben vedere, rappresenta l’ultimo atto di una storia che sta percorrendo le strade di tutta la nostra nazione, la nostra città compresa: lo scaturire di una violenza inimmaginabile e tanto più inspiegabile in quanto generata da motivazioni futili, risibili, inspiegabili. La domanda a cui occorre trovare una risposta è dunque “perché” i nostri ragazzi ricorrono alla violenza e ne fanno uso senza mostrare la capacità di un minimo freno inibitore. Da dove scaturisce una tale forza demolitrice dell’altrui persona? Per quale ragione, qual è il perverso stimolo in grado di evidenziare e mettere in pratica un tale gesto violento e protrarlo fino al limite estremo, l’uccisione dell’avversario del momento? Cosa e perché sta crescendo nella mente dei nostri ragazzi che sentono il bisogno di eliminare il momentaneo avversario in assenza della pur debole misura?

In tutta sincerità, osservando le fotografie stampate sui giornali dei due responsabili (a quanto sembra al momento) dell’accaduto, tutti muscoli ben scolpiti e tatuaggi diffusi, mi viene da pensare che i due giovani abbiano avuto maggiore cura del loro corpo che del loro cervello, che abbiano privilegiato la forma alla sostanza. E poi? Tanta preparazione, tanto esercizio fisico per poi non mostrarlo? Per poi non dimostrare una volta per tutte di cosa si è capaci?

Frequentare con assiduità palestre specializzate in forme di combattimento dai nomi strani, di origine orientale per lo più, che illustrano ed insegnano colpi dall’effetto micidiale, mortale se portati con precisione e determinazione. Viene da chiedersi se tali palestre abbiano una ragione di esistere.
Yuri Chechi, gloria nazionale a livello mondiale ed olimpico, non credo disponesse di minore vigoria fisica e di forme muscolari meno evidenti, ma sono certo che abbia utilizzato questa sua forza stringendo a modo gli anelli appesi a due corde, o volteggiando su un attrezzo di legno sorretto da quattro gambe di acciaio o destreggiandosi tra due parallele.
Perché allora a questi ragazzi viene spontaneo l’uso della loro forza in forma di violenza? Esiste una sola risposta alla domanda: l’insegnamento di un'”arte marziale” (le chiamano così ma non hanno nulla a che vedere con qualsiasi altra forma di arte) se applicato su di una mente debole, in formazione, racchiusa in una realtà che stenta nell’individuare una propria retta da seguire determina, immancabilmente, una deviazione verso equilibri che possono essere infranti a comando.

Davvero tali forme di insegnamento “artistico” hanno una ragione di esistere? Oltre che a rappresentare un’entrata per ora di istruzione ai gestori di tali palestre, tale “arte” apporta qualche utilità alla nostra società? Non staremo preparando dei piccoli mostri incapaci di misura? Non sarebbe ora di cessare di piangere dopo piuttosto che riflettere prima? Non è forse giunto il momento di rivedere le molte vie che apportano crescita ad una mente nel momento dello sviluppo? Siamo certi di aver individuato con precisione l’equilibrio degli strumenti che presentiamo ai nostri giovani in formazione. La nostra scuola, oltre che a discutere di banchi a quattro o tre ruote causa pandemia, è in grado di denunciare la pericolosità di insegnamenti in grado di distorcere la mente di un ragazzo?

Ecco una serie di domande alle quali occorre dare risposta per evitare che un giovane ne uccida un altro a furia di calci e pugni incurante del modo e del luogo nel quale il gesto viene compiuto, anzi quasi compiacendosi del pubblico presente, pago nel riscontrare, finalmente, la potenza acquisita. Non si riesce a credere come sia immensamente più facile insegnare a far del male piuttosto che del bene.

(Mauro Magnani)