La riforma costituzionale su cui siamo chiamati a votare col referendum del 20 e 21 settembre, mi pare espressione di un’ennesima forzatura. Si mette mano alla Costituzione con una riforma  subalterna a logiche congiunturali che cavalcano la disaffezione e l’ostilità verso la politica nate e cresciute negli ultimi decenni. L’obiettivo: incassare un vantaggio di consenso a breve termine da parte del M5S che ha fatto del taglio dei parlamentari un punto dirimente per le alleanze di Governo.

La legge del taglio lineare dei parlamentari che siamo chiamati a confermare o meno è stata approvata con insolita  rapidità (solo 8 mesi) con un iter iniziato ai tempi del governo cosiddetto gialloverde. Le opposizioni contrarie in ben tre votazioni. Poi è cambiato il vento e il Governo è diventato giallorosso. Il punto è rimasto un discrimine. Negli accordi per formare il nuovo esecutivo si è tentata l’introduzione di riforme collaterali e connesse nel tentativo di correggere lo squilibrio che ne risulterebbe. Accordi non attuati. Tant’è che a fine estate ci si è accorti dei tempi ravvicinati della scadenza elettorale e si è cercato di incassare quanto concordato. Ma i tempi per l’approvazione di una nuova legge elettorale non ci sono, così come  per gli altri correttivi concordati fra gli alleati di Governo.  La trasversalità ai partiti del SI e del NO , in barba alle posizioni ufficiali dichiarate, svela malcelate ragioni di tattica politica che esulano dal merito della riforma. Al di là delle motivazioni congiunturali non convincono gli argomenti del SI che trovo superficiali, pretestuosi e poco pertinenti alla posta in gioco. Le consultazioni referendarie chiamano gli elettori a pronunciarsi su quesiti concreti. Occorre dunque una valutazione di merito perché l’esito sia lo specchio reale della volontà dell’elettorato.

Costi e risparmi
Il taglio dei parlamentari produce un risparmio. Vero, ma dall’entità irrisoria. Come dimostrato in più occasioni la riduzione dei costi si sostanzia in una tazzina di caffè per cittadino. Il risparmio reale netto si calcola in 36 milioni annui per i deputati e 17 per i senatori. In totale quasi la metà di quello annunciato dai sostenitori del SI. Una somma non così incisiva per la riduzione della spesa pubblica che andrebbe realizzata eliminando i tanti sprechi e le tante inefficienze che affliggono il bilancio dello Stato. Non si prevede la revisione dei costi del funzionamento complessivo delle Camere che ammonta a 350 milioni l’anno. Sette volte il valore del risparmio corrispondente al taglio di 345 parlamentari. La garanzia di un sistema democratico deve prevedere efficienza ma non può fondarsi su meri calcoli economici. La libertà di opinione, la partecipazione, la rappresentanza, non hanno prezzo. I costi non possono essere valutati con criteri aziendali.

Una riforma che riduce la rappresentanza e non garantisce maggiore efficienza del Parlamento
La riduzione del numero dei parlamentari, così come proposta, aumenta il rapporto numerico fra eletti ed elettori con bacini elettorali sensibilmente più estesi. Gli effetti si prospettano pesanti soprattutto al senato. 196  senatori da eleggere in venti regioni (4 vengono eletti all’estero) su base regionale e in relazione agli abitanti, significa uno squilibrio di rappresentatività soprattutto per alcune regioni che finiscono per essere, in proporzione, meno rappresentate di altre. Dati i meccanismi dell’attuale legge elettorale,  questo ha effetti anche sulla rappresentanza politica. Di fatto si riduce la possibilità di rappresentanza  delle minoranze.  Se per democrazia si intende un sistema politico fondato, fra l’altro, sulla relazione stretta fra Istituzioni e cittadini, è evidente  come questa riforma sia orientata in direzione opposta.

Non convince neppure l’argomento di una maggiore efficienza del Parlamento. L’efficienza non dipende dai numeri ma dalla regolamentazione dei lavori delle Camere, dalla presenza, dalla competenza dei parlamentari e dalla qualità del lavoro che sono in grado si esprimere. E, non meno importante, dalla corretta applicazione degli strumenti e delle regole democratiche. Da anni la selezione della classe politica non avviene su criteri di preparazione e di conoscenza delle materie che essa è chiamata a trattare. Avviene piuttosto sulla fedeltà ai leader e al partito di appartenenza. E questa è la scelta compiuta con la legge elettorale vigente. La quale, prevedendo liste bloccate senza il voto di preferenza, lascia non agli elettori ma ai partiti e ai rispettivi leader la scelta dei candidati e degli eletti. Ai fini dell’efficienza sarebbe assai più utile ed efficace una normativa che impedisse la possibilità di elezione a cariche in diversi livelli istituzionali (come molto spesso capita) e che penalizzasse l’assenteismo. Pensare di contrastare il crescente degrado della politica cambiando le regole è come cambiare un auto perché l’autista guida male. Le regole corrispondono a una concezione della democrazia. Ne definiscono il funzionamento, garantendone i principi fondanti che tutelano maggioranza e minoranze.

Le attuali regole costituzionali esprimono una concezione del sistema democratico e del rapporto fra rappresentanti e rappresentati, garantendo un equilibrio fra i poteri e la rappresentanza dei livelli istituzionali. Se l’intento è quello di snellire, guadagnare in efficienza, adeguare ai tempi e alle esigenze attuali le regole di funzionamento delle Istituzioni e del sistema democratico allora occorre una riforma complessiva, strutturata e contestuale a una legge elettorale coerente. Serve un progetto che prefiguri un ruolo efficace del Parlamento nel rispetto dell’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione, che indichi chiaramente l’idea di democrazia da realizzare, salvaguardando un’ampia rappresentanza popolare. Magari rivedendo con chiarezza il ruolo diversificato delle Camere o un monocameralismo.

Perché NO
Il mio è un convinto NO perché questa è una riforma zoppa, che peggiora il sistema democratico. E’ un NO perché stante lo stato attuale delle cose, un meccanismo maggioritario di elezione potrebbe finire per formare un Parlamento maggioritario in grado di smantellare la Costituzione pezzo per pezzo a colpi di maggioranza rendendo ininfluenti le minoranze. E’ un NO perché il prezzo in termini di effetti negativi è eccessivo in relazione ai benefici. E’ un No perché l’inadeguatezza della classe politica non si affronta rafforzandone il carattere oligarchico e il potere indebolendo il legame fra Istituzioni e cittadini che è una delle cause del degrado della politica.

(Virna Gioiellieri)