Tracotanza e stoltezza sono vizi sempre uniti. (Montaigne)

Mentre l’Italia della brava gente inorridisce di fronte allo specchio infranto di Colleferro, la stampa di destra titola sdegnata sull’aggressione alla camicia di Salvini.

Che tutti deploriamo.

Senza farla più grande di quella che è.

Una donna, tra una folla di leghisti, armata solo di un risentimento malamente espresso.

Altro non c’è.

Il ragazzone è intatto.

Di felpe resistenti allo strappo ne possiede in quantità.

Noi spregiatori di Salvini tuttavia non lo odiamo.

Ci disturba le viscere, ecco.

L’odio autentico alberga altrove.

È quello che ha ucciso Willy.

Non è stato l’ultimo pugno.

Non è stato un uomo solamente.

È un sentimento che sale da fondali melmosi, smossi incautamente, non di rado spregiudicatamente.

I due eventi non possono essere accomunati alla voce violenza.

In quella melma c’è dell’altro, c’è di più, e di peggio.

Vanamente Marcello Veneziani, un tempo vivace espressione di una destra post fascista in cerca d’autore, cerca di chiudere l’assassinio di Willy dentro il recinto neutro della bestialità, che pure c’è ed è già tanta roba.

Quella di Parma, con un figlio che uccide i genitori per soldi, era pura bestialità, anche quella di Erba.

Qui c’è dell’altro, c’è un influsso culturale, o sub culturale se preferite, di natura diversa, di matrice ideologica.

Che non c’entra con Dostoevskij, con le palestre e le arti marziali.

E neppure con la cultura della movida, che è futile forse ma non violenta.

Non confondiamo l’eccitazione con la perversione, l’egoismo con la cattiveria, la trasgressione con la tracotanza.

Diamo pure sfogo alla sociologia, chiamiamo in causa il degrado delle periferie, lo sfaldamento della provincia, la desertificazione dei luoghi di aggregazione, la mala educazione, la crisi della famiglia, i problemi della scuola, la straniazione dei mondi virtuali, la volgarità social.

Ma dopo aver indicato cento ragioni ce n’è un’altra più marcatamente politica.

Non certo di sinistra.

Se mai, un po’ più di cultura solidale, di quella buona, millesimata, … franando.

Io sarei più cauto del verboso Capo del Governo a parlare di un “culto della violenza fra i giovani”.

Un problema esiste, naturalmente, visto che gliene propiniamo tanta, in immagini e sostanza, condita di cinismo e di ipocrisia.

Scazzottate tuttavia se ne facevano anche ai miei tempi e se esageravi con la ragazza di un altro in certi posti poteva saltar fuori anche il coltello.

Le periferie degradate le raccontava già Pasolini mentre ragazzi di buona famiglia compivano delitti efferati al Circeo.

Ricordo “barboni” bruciati.

Non parliamo degli stupri, dei femminicidi e dell’omofobia.

La transfobia no, non sapevamo cosa fosse, ma forse l’ostilità sarebbe stata ancora maggiore di oggi.

Per non dire del bullismo.

L’assassinio di Willy non è ascrivibile genericamente alla violenza giovanile, non scherziamo.

E le migliaia di ragazze e ragazzi biancovestiti che sfilano a Colleferro e idealmente in tutto il Paese cosa sono?

Devianza?

Quello è un episodio di puro squadrismo, come diavolo lo volete chiamare?

Solamente il litigio iniziale è ordinario come se ne vedono tanti nelle notti vuote di senso.

Ma la chiamata agli aggressori, come fossero una volante in servizio di pattuglia, non lo è, l’incursione non lo è, e così il pestaggio.

La dinamica è quella di una spedizione punitiva.

Ad opera di picchiatori che non sono andati in palestra per fare sport ma per poter meglio intimidire, picchiare, far male.

Per preparare il corpo e la mente a farlo.

Per il gusto di farlo.

La morte della vittima è solo una variabile.

Quanto intenzionale lo dirà la magistratura.

Non è la situazione in cui il sangue ti sale agli occhi e hai una perdita di controllo.

È l’occasione cercata, voluta, per far vedere chi sei, che sei quello che il tuo aspetto minaccioso promette di essere.

Di tatuaggi era ricoperto anche Queequeg, l’arpionatore di Moby Dick.

Ma cacciava balene, non massacrava ragazzi.

Al dunque e senza timore di dirlo che ormai, di negazionismo in negazionismo, dall’inesistenza del razzismo a quella del cambiamento climatico fino ai virus, è il trionfo del camuffamento e della mistificazione.

Questa gente, questi gesti puzzano di fascismo.

Che non ha bisogno di fasci e saluti romani per esistere e manifestarsi, anche se in giro cominciano a vedersene troppi, perché, diceva Gobetti, fa parte del costume italiano: un certo modo di concepire la politica, una certa mentalità.

Che non sfugge alla sensibilità di Bobbio che così la denuncia poco prima di lasciarci: “vedo i nuovi fascisti perché vedo la stessa mentalità, strafottenza, volgarità. Quegli insulti, “pederasta” : è una cosa fascista, così spaventosamente fascista, così squisitamente fascista. È il virilismo fascista, masturbatore e impotente.”

Vengono in mente certe prime pagine di alcuni quotidiani.

Il fascismo, testimonia un grande combattente per la libertà come Leo Valiani , non fu solo delinquenza e moto delle classi possidenti.

Ebbe i suoi idealisti, come Bottai, che ha creduto che il fascismo, con la sua ventata di rinnovamento, avrebbe portato a conclusione quel percorso che la borghesia liberale non aveva compiuto col Risorgimento.

Resta il fatto che assassinò Matteotti, che incarcerò gli oppositori, che la sua essenza fu violenta e sopraffattrice.

E ancora lo è nelle sue espressioni attuali, prive di riferimenti ideali e ammantate solo di un nazionalismo posticcio.

Che apparenta i sovranisti di tutto il mondo in un delirio ideologico aggressivo e regressivo, magistralmente interpretato da un deficiente che, con un mondo in queste condizioni, ne moltiplica le angosce con l’annuncio trionfale di un’arma segreta.

Willy apparteneva, apparterrà per sempre ad un altro mondo di senso, ad un’altra cultura.

Quella della tolleranza.

Un’icona dell’amicizia, l’ha chiamato Mattarella.

Forse per questo lo sentiamo così vicino.

La tolleranza è l’atteggiamento di chi accetta la cultura degli altri riconoscendole un valore intrinseco.

Non è una dottrina accomodante, richiede un grande impegno per affrontare problemi che sono difficili.

Perché un nemico ci aiuta a definire la nostra identità e ad esaltare il nostro valore.

È la sua diversità che lo rende minaccioso.

Tutta la storia dell’uomo è così, da Tacito che stigmatizzava la stranezza degli ebrei, agli stranieri che sempre puzzano.

Ma non è la terra dove siamo nati né il sangue bastardo che circola nelle nostre vene che ci fa essere comunità.

Sono amicizia e solidarietà che danno alle persone coscienza della loro missione comune.

Scrive lo storico Franco Cardini nel libro Il millennio dell’odio :”In fondo uccidere è abbastanza facile. Non c’è bisogno d’amore per non uccidere. Il difficile è non odiare.La sfida del cristianesimo, difficilissima, quasi impossibile, sta tutta qui”.