Il 20 settembre saranno 150 anni. La fine dello Stato Pontificio e la caduta di Roma nelle mani del generale Raffaele Alessandro Cadorna, che poi ne farà omaggio a Vittorio Emanuele II definiscono con precisione la nascita della nazione che, attraverso diverse e non tutte eclatanti vicende, ci vede Cittadini Italiani ancor oggi.

Porta Pia a Roma (Foto Wikipedia)

Un fotografo dell’epoca, un po’ mattacchione, si cimentò nella creazione di un fotomontaggio, rappresentando Vittorio Emanuele II e Papa Pio IX che si danno di braccetto: il re appare altero, con tanto di sciabola poggiata a terra e sorretta con la mano sinistra, mentre il Papa tiene il capo leggermente inclinato a destra in un atteggiamento che sembra conciliante. Beh, non andò proprio così e Enrico Verzaschi, il fotografo, era davvero un po’ mattacchione.

Le attività belliche iniziano che l’alba è ancora molto lontana. A pochi metri da Porta Pia un gruppo di zuavi pontifici si appresta a montare di guardia: siamo nella splendida villa Patrizi. Alle due di notte il rapporto del generale Cadorna ai suoi generali: si stabilisce che sarà il 39° fanteria ad entrare in Roma. Un’ora dopo le truppe del 39° iniziano ad avanzare. Le operazioni vengono seguite dal comando “invasore” due splendide ville alla periferia di Roma: villa Borghese e villa Albani, sulla Salaria. Alle cinque la battaglia infuria e il primo a cadere è l’artigliere italiano Michele Piazzoli: tuonano i cannoni che però non svegliano i Pontefice che non ha chiuso occhio tutta la notte. La battaglia si fa cruenta sulla sponda destra del Tevere: il comandante è un certo Nino Bixio. Pio IX sta celebrando la messa davanti al corpo diplomatico e invoca il Signore.

Tra qualche cannonata, una serie di errati dispacci e sparatorie la situazione mostra chiaramente i segni della non possibilità delle truppe pontificie nel reggere le posizioni: Porta Pia non è più difendibile. Alle ore nove una bandiera bianca sventola sul cupolone di San Pietro e un’ora dopo il primo fante (bersagliere Filippo Carpegna) supera la breccia aperta dai cannoni: le truppe italiane dilagano. Roma è caduta.

Poi, qua e là, trattative di pace, incontri più o meno formali tra gli alti comandi, onore delle armi agli sconfitti, qualche sparo isolato. Verso mezzogiorno la notizia raggiunge Firenze: la città scende in festa. Viene raggiunto un accordo nel primo pomeriggio: al Papa la Città Leonina e Castel Sant’Angelo. Verso sera trovano spazio i dubbi di Pio IX, aggiornato dal generale Kanzler, ma oramai la cosa è decisa. Alle dieci di sera ancora qualche scaramuccia: Bixio, molto temuto dal Pontefice, sta ripulendo la sponda sinistra del fiume e entra per porta Portese.

Due note di cronaca. Vengono raccolte le dichiarazioni del generale Bessone invitato dal principe Marcantonio Borghese nel suo palazzo nel rione Regola: non ha parole sufficienti nel definire ed elencare le stupende opere d’arte contenute nel palazzo. Si va da Giulio Romano a Pinturucchio, attraverso Rembrandt e Sandro Botticelli. Una buona parte di queste dichiarazioni viene raccolta da un giornalista presente, in serata, nei pressi del Colosseo. Il suo nome è Edmondo De Amicis.

Ecco. L’Italia è fatta come si ebbe a dire e si aggiunse che ora occorreva fare gli Italiani. Si sta ancora aspettando.

(Mauro Magnani)

N. B. l’ultima nota è rigorosamente personale.