La netta vittoria del Sì, con oltre il 69%, lasciando il No a poco più del 30%, in tutta Italia al referendum per la riduzione del numero dei parlamentari non è la vittoria dell’antiPolitica, bensì è una vittoria dell’antiCasta. La Casta dei Pier Ferdinando Casini, dei Paolo Cirimo Pomicino e dei tanti altri “tartufi” che si erano schierati per il No, non della sinistra onesta nel chiedere un “No” per paura del calo della rappresentanza. La verità è che i cittadini non si sentono, almeno in grande maggioranza, rappresentati dai loro parlamentari al punto da decidere con forza di diminuire il loro numero: da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 al Senato.

Perché? Ci sono troppi parlamentari, non tutti ovviamente, che lavorano poco rispetto ai compensi faraonici (dai 13 ai 15mila euro al mese) che percepiscono. Spesso vagano nelle strade e nei bar di Roma, fra una votazione e l’altra, a bighellonare ed è già molto quando si presentano a votare le leggi, molte volte senza averle approfondite. Sono pochi quelli che si impegnano a fare emendamenti, mozioni, ordini del giorno, disegni di legge e a impegnarsi nelle Commissioni.

Più che in Parlamento a studiare, sono in televisione anche in programmi che non prevedono l’approfondimento politico, economico e sociale. Stanno nei salotti. E ciò a chi lavora tutto il giorno per guadagnare 1500 euro, o anche meno, al mese dà molto fastidio.

Da circa un ventennio anche a Imola, non si vede quasi mai il parlamentare di collegio (finora sempre di centrosinistra) andare in piazza la domenica mattina con i giornali sottobraccio a parlare e discutere con tutti i cittadini dei loro dubbi e dei loro problemi, non solamente con quelli del loro partito o della loro area. Gli ultimi che ricordo sono nell’ordine Enrico Gualandi e Bruno Solaroli che, pur con caratteristiche diverse, purtroppo sono deceduti entrambi.

Se ora con il taglio del referendum ci sarà un deputato ogni 151mila abitanti, non molti più di quelli del Circondario, dovrà mettere a disposizione più tempo per stare vicino alle persone e mostrare, invece che arroganza, capacità di ascolto. Vale per tutte le forze politiche. nessuna esclusa.

Guardando poi ai risvolti nazionali del voto referendario del 20 e 21 settembre, è ossigeno puro per il Movimento 5 stelle che la riduzione l’ha voluta come un segnale antiCasta e l’ha ottenuta. Certo, ciò non basterà ai grillini per eliminare tutti i loro problemi, ma una mano importante la dà. Ed è un voto che non può non soddisfare e rafforzare il segretario del Pd Nicola Zingaretti che ha fortemente voluto il sostegno al “Sì” nel referendum superando anche più di un malumore (Giachetti, Cuperlo e altri, peggio, più nascosti) interno.

A destra il partito che si è schierato più nettamente per il “Sì” è Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ormai da tempo in avvicinamento nei voti  (almeno stando ai sondaggi) alla Lega dove molti dirigenti si sono dichiarati apertamente per il “No”. Ed è un colpo a Carlo Calenda, che fa sempre il primo della classe, ma finora non ha mai ottenuto alcun riscontro elettorale. Silvio Berlusconi e Matteo Renzi se ne sono lavati le mani e hanno “lasciato”, bontà loro, libertà di coscienza ai loro elettori.

Ora la vittoria del “Sì” dovrebbe darà necessariamente una spinta decisiva verso una ridisegnazione dei collegi e quindi verso una nuova legge elettorale dopo il Porcellum (così definito da uno dei suoi stessi estensori, il leghista Roberto Calderoli) e il Rosatellum delle ultime elezioni che ha permesso l’ingresso a Roma di oltre il 60% dei parlamentari attraverso listini bloccati decisi dall’alto dai partiti senza alcuna possibilità di scelta da parte dei cittadini. L’attuale maggioranza di governo si è impegnata, tempo fa, se avesse vinto il Sì come è avvenuto, a proporre una legge elettorale di tipo proporzionale con due preferenze e uno sbarramento al 5% (ora qualcuno vorrebbe ridurlo al 3%) e a rifare i collegi elettorali cambiando la base regionale del Senato in modo da non lasciare scoperte le regioni più piccole. Se ciò verrà fatto, come promesso, sarà buona cosa.

Si spera, infine, che i parlamentari comprendano e capiscano questo voto espresso a grande maggioranza. E che comincino a dare una sforbiciata ai loro emolumenti.