Settembre, tempo di vendemmia. Le nostre colline, fino alle campagne della Bassa Romagna, sono ricche di vigneti. Si produce un buon Sangiovese e un buon Albana. Giorni importanti, ove gli agricoltori raccolgono il prodotto di un anno di duro lavoro.
Scrive Cesare Pavese circa questo periodo dell’anno:
Agosto matura e settembre vendemmia.
Quando cominci a vendemmiare tutti vengono a salutare.
A settembre, si taglia ciò che pende.
E’ bella la campagna in settembre, è bello passeggiare nelle vigne, guardare gli alberi chi iniziano a virare sul giallo, osservare nella natura l’avvicendarsi delle stagioni…

A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri, costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un acqua o saltarci dentro.
Sono i giorni più belli dell’anno. Vendemmiare sfogliare, torchiare non sono neanche lavori; caldo non fa più, freddo non ancora; c’è qualche nuvola chiara, si mangia il coniglio con la polenta e si va per funghi.” (Cesare Pavese).

I tempi d’una volta, specie in campagna, erano molto più lenti. Ora non ci si sofferma troppo a pensare, ma da queste case, da questi campi che ancora ci circondano, è uscita una straordinaria generazione di persone capaci di reinventarsi, di affrontare la vita con speranza. Capace di gioire del poco e di costruire il suo futuro.
A settembre avviene anche la sfogliatura del mais.
La spannocchiatura veniva fatta nelle fresche sere di settembre, con l’aiuto di parenti e vicini che si scambiavano il lavoro da una famiglia all’altra, ed era un pretesto anche per corteggiamenti e scherzi grossolani.

Le pannocchie venivano spogliate delle foglie che le ricoprivano aiutandosi con un punteruolo di legno o ferro , “e’sfrocc“, e poi divise a seconda della grossezza. Le foglie esterne, più dure, triturate, servivano come integrazione al foraggio. Le più interne, sottili e delicate, per imbottire i sacconi che fungevano da materasso.

Ogni anno le imbottiture venivano cambiate e nei mercati di foglie di granturco se ne trovavano in abbondanza. Anche nei contratti di mezzadria era definita una certa quantità di foglie da destinare al padrone. Le pannocchie così sfogliate venivano stese al sole per farle seccare bene, in attesa “de sgranadòur”: un trabiccolo che passava di casa in casa, che liberava i chicchi dai torsoli, i “panòc”, con le cime dei quali si facevano i tappi per fiaschi.

Ancora adesso, specie in campagna, ogni casa possiede un orto. Anche nei paesi come Bagnacavallo e Lugo viene mantenuta quest’usanza, a discapito di una parte di giardino.
L’orto di famiglia: impegnativo, fonte di successi e di qualche delusione. Potendo scegliere, conviene riservare all’orto la parte meglio esposta del terreno che abbiamo a disposizione.

E come l’amo il mio cantuccio d’orto,
col suo radicchio che convien ch’io tagli
via via; che appena morto, ecco è risorto.
(Giovanni Pascoli)

(Aris Alpi – In collaborazione de “La campagna appena ieri”)