Dopo la sconfitta storica del centrosinistra nelle Amministrative del 2018 e all’indomani del flop disastroso del M5S col secondo commissariamento del Comune a 1 anno e mezzo dal precedente, la candidatura di Panieri è apparsa come una boccata d’aria fresca. Del resto non si profilavano, nell’area del centrosinistra, alternative molto più credibili per ritornare al governo della città. Un candidato giovane, di breve esperienza politica, forse non abbastanza navigato per affrontare i cronici problemi di una città “spenta”. E pur tuttavia una scommessa anche per la formazione di una nuova classe dirigente locale. Le dimissioni da segretario del PD all’indomani dell’ufficializzazione della candidatura e la scelta di formare un proprio listino “alla Bonacini” sono apparsi come segnali di discontinuità. Minimi segnali, ma comunque tali.

Sono fra le persone che sul finire della campagna elettorale ha sperato e confidato in una vittoria di Marco al primo turno. Dunque in una scelta netta dell’elettorato. Un nuovo ballottaggio avrebbe complicato le cose in una situazione già complicata e frammentata. Così è stato. L’esito di un bel risultato, di larga misura sia per la coalizione che personale, mi aveva dato fiducia nella possibilità di una svolta innovativa. Molti i giovani candidati tante le donne elette, premiate dalla doppia preferenza e dalla disponibilità a mettersi in gioco. Attendevo la composizione della Giunta per dare credito a quella possibilità. Di qui, pensavo, si sarebbe vista la capacità di osare un rinnovamento coraggioso. Un Consiglio Comunale più giovane con poca esperienza ma con l’opportunità di rappresentare una guida per il futuro di Imola.

La composizione della Giunta uscita in questi giorni invece ha ridimensionato le attese. La compagine di governo emersa esprime troppa continuità col passato pre elettorale del 2018. Ne esce confermato un gruppo dirigente che consegnò la città al M5S con le conseguenze note. Mi sarei aspettata un cambiamento più netto, più coraggioso, che mettesse a frutto il successo personale di Panieri. Sia per i voti realizzati dalla sua lista sia per quel vantaggio (se pur leggerissimo) dei voti al candidato sulla somma dei voti delle liste che l’hanno sostenuto. Vero è che il PD ha recuperato circa il 5% dei consensi sul 2018 ma a fronte di un numero maggiore di votanti, complice anche il fallimento dell’Amministrazione uscita dalla tornata elettorale precedente. Vero è che contano le preferenze a fronte di una forza organizzativa del maggiore partito, non paragonabile a quella delle altre liste. Ma l’occasione di dare un segnale robusto di cambiamento era a portata di mano. Per esempio con un vicesindaco donna, visto che il 58% degli eletti è di genere femminile non rispecchiato dalla composizione della Giunta né quantitativamente, né per le deleghe affidate. Alle nuove assessore le deleghe assegnate di maggior peso sono quelle del welfare e le pari opportunità non rientrano neppure nella denominazione dell’assessorato che le include. Una scelta che non fa giustizia del ruolo strategico di queste politiche nella determinazione di una cultura innovativa di governo. Sarebbe stato auspicabile aprire alle competenze del territorio con il concorso nell’esecutivo di almeno un altro/a componente esterno/a al Consiglio Comunale in discontinuità con le logiche anguste di bilanciamento tutte interne a liste e partiti. Magari individuando personalità in grado di qualificare una squadra capace di risposte adeguate e nuove a problemi consolidati. La buona gestione per quanto importante non è sufficiente ad affrontare le sfide che il presente pone alla visione del futuro. Servono inoltre idee e progetti in grado di ridare a Imola una collocazione autorevole nel contesto regionale in dialogo con l’Area metropolitana bolognese e la Romagna.

Per questo penso che un più ampio spazio di autonomia del neo Sindaco avrebbe potuto dare respiro a un confronto democratico come metodo per arricchire l’esperienza di governo locale, acquisire competenze, avviare un percorso di crescita della classe dirigente del futuro. Temo invece che la Giunta neonata rispecchi in gran parte le logiche di una classe dirigente che per percorso, formazione politica, esperienza istituzionale ha fatto ormai il proprio corso. Prepararsi a passare il testimone alle generazioni emergenti per garantire un ricambio non significa uscire necessariamente di scena ma investire la propria esperienza e assicurare il proprio contributo alla formazione del nuovo. Insomma un passo indietro per farne due avanti. Così purtroppo non è. I cambiamenti sostanziali sono figli di processi di cui si percepiscono tracce e segnali che li rendono credibili. A mio parere non se ne vedono a sufficienza per pensare che un reale cambiamento sia iniziato. Vedremo, al netto di pregiudizi, i prossimi passi.

(virna gioiellieri)