Dissi che era un errore insegnare agli uomini ad amare solo una Patria ma che era necessario educarli a un amore più ampio, a quello di tutta l’umanità.  (Sandro Pertini)

Le menti semplici, si sa, amano le cause uniche.

Che però raramente sono all’origine degli eventi.

Non fanno eccezione queste elezioni, che tutti si affrettano a rubricare sotto questa o quella voce.

Decretando il successo di Tizio e la fine di Caio.

Quando solo un anno fa avevano proclamato il trionfo di Caio e il tracollo di Tizio.

Per una ragione, sempre unica, opposta a quella che adesso sembra destinata a persistere per l’eternità.

Era già accaduto con Renzi, che sembrava destinato a disporre dell’Italia per trent’anni.

E coi grillini, che annunciavano l’alba di una nuova era.

Ora si celebrano i funerali di Salvini che, nei miei calcoli, guida un partito ancora in salute.

Zingaretti, d’altro canto, era già stato sepolto.

Millenarismo, malattia infantile del giornalismo.

E non solo.

I fattori che hanno generato gli ultimi risultati sono troppi numerosi, variegati, mutevoli, compromettibili per costruire su di essi una previsione di lungo periodo.

Né ci soccorre la considerazione che viviamo una fase di transizione.

A chi gli proponeva questa chiave di lettura, Flaiano ribatteva: Come sempre del resto.

Transizione verso cosa, poi?

In questa stagione del mondo percorsa da venti ciclonici in rotazione nessuno lo sa.

Meglio fermarsi a letture più modeste.

Sull’esito del voto pesa certo la crisi, mi auguro definitiva, dei populisti né -né (quelli di destra sono vivi e vegeti, non illudiamoci, vuoi perché le paure spingono a chiudere, non ad aprire, vuoi perché la loro battuta d’arresto è dovuta anche a una spesa in deficit senza uguali, che ne ha accolto e con ciò svuotato le istanze).

E pesa il basso profilo, perfetto nella circostanza, di Zingaretti, che un po’ ci è e un po’ ci fa.

La tecnica della sogliola ha permesso di superare incolume la burrasca che era sul punto di travolgere il PD, condannato dal suo gruppo dirigente alla morte per irrilevanza.

Ora che la navigazione è ripresa si capirà meglio se il segretario del PD è un tonno mimetizzato in grado di solcare gli oceani o solo una timida sogliola che si muove cauta su bassi fondali.

Tra battute e sorrisi che vorrebbero essere rassicuranti ti assale il dubbio che nei protagonisti di questo cruciale passaggio non ci sia piena coscienza del momento, manchi il senso del dramma che stiamo vivendo.

Che solo Mattarella riesce a trasmettere e che non è rappresentato dalla mancanza dei tifosi negli stadi.

Il Presidente del Consiglio vorrebbe venire incontro alle nostre preoccupazioni concedendo che in caso di insuccesso nella gestione dei fondi europei, il suo Governo passerà la mano.

È un fine umorista: se sciuperà quei soldi, se fallirà questo sbarco su Marte, sarà esposto alla gogna degli uomini e della Storia.

Non è vero che ogni tragedia diventa una opportunità, alcune rimangono tragedie.

Mai, forse, una classe dirigente così debole si è trovata a dover affrontare un impegno così grande.

È bene che Conte e Zingaretti, che hanno la responsabilità più gravosa ne siano consapevoli.

Servirà una suscitazione di energie civili imponente.

Mediare con DiMaio non basterà.

La frattura fra politica e società non è più scomposta ma non è saldata.

Nessuno ha vinto davvero.

Quella del PD, come al tempio di Bersani fu una non vittoria, oggi è una non sconfitta.

Siamo a un punto di equilibrio instabile.

Nel quale c’entra la saturazione di Salvini e la vecchiezza di Berlusconi.

C’entra il covid, che ha cambiato là gerarchie delle attenzioni.

C’entra il doroteismo veneto e il notabilato meridionale.

C’entra che un Governatore in carica viene al più avvicendato per ragioni interne ma quasi mai sconfitto sul campo, anche quando non ha fatto cose trascendentali, perfino quando ha governato malamente.

Come accade anche con la pandemia.

Nel corso della quale quello che doveva essere, e in genere è stato, un utile contributo alla specificazione territoriale delle politiche nazionali è debordato talora in forme di protagonismo pretestuoso e a volte pernicioso.

E non parlo solo della Lombardia.

Nate per curare i mali di un centralismo non più in grado di aderire alle differenziate problematiche dei sistemi territoriali, le Regioni, queste Regioni governatorizzate, hanno via via maturato una ipertrofia autonomista in conflitto con l’idea di integrazione funzionale, su cui si regge l’intera architettura istituzionale.

Sono diventate, dice Cassese, parte del problema.

Incomunicanti fra loro e però accomunate in un rivendicazionismo non sempre sostenuto da buone intenzioni e da buone ragioni.

Propense a tenersi i meriti e a lasciare le colpe ai Governi nazionali.

È un esercizio vecchio come il mondo.

Che molti mostrano tuttavia di apprezzare.

È accaduto con “Roma ladrona”, in un’area del Paese che ha chiuso gli occhi su Formigoni e sul MOSE.

Zaia c’era già.

Accade con la madre di tutti i parafulmini, l’Europa.

Appena mitigato dai soldi in arrivo.

La considerazione della gente scema via via che ci si allontana dal nostro Comune, la nostra Regione, il quasi nostro Paese, fino all’UE che è di nessuno o al più della Germania.

All’Europa chiediamo credito ma non diamo accredito.

Come l’amore cantato da Paola Turci che “si prende e non si da”.

Il virus ha rafforzato una disposizione d’animo da tempo presente nelle nostre società intimidite dal nuovo millennio.

Non spinge alla cooperazione ma al localismo.

Vicino è diventato più che in altre epoche maggiormente curiose e confidenti, sinonimo di sicurezza, dedizione e perfino qualità.

Pressoché tutti i Sindaci ne sono accreditati, anche se, al di là dei meriti democratici che vanno loro riconosciuti per l’esercizio di questa fondamentale funzione, la realtà è meno generosa e più di qualcuno non è estraneo ai mali del Paese.

Il processo di identificazione in chi regge le sorti dei territori regionali ha assunto i tratti di una personalizzazione abnorme, che ha reso quello di Governatore il ruolo più longevo.

Ancorché sia il meno verificabile da parte del cittadino e, fino all’esposizione mediatica di questi mesi, il meno conosciuto.

Bassolino, Galan, Loiero, Emiliano, Totti….

Ben pochi ricordano i loro atti di governo.

E in meno ancora conoscono le virtù dei nuovi.

Ho vinto perché la gente “ha premiato la mia esperienza, la mia competenza”, ha dichiarato Giani (?) dopo il successo in Toscana.

Bonaccini parla ormai come Giulio Cesare e ha scritto un libro che solo per pudore non ha titolato “veni, vidi, vici”.

La sua vice dice “vogliono attaccare il mio pensiero”.

Io, mio….

In questo voto resistenziale per difendere le ultime case, c’entrano tante cose, compreso il dignitoso impegno di chi ci amministra, ma alla fine, o forse all’inizio, c’entriamo un po’ anche noi, cittadini e non solamente elettori, noi, popolo progressista, noi, che siamo la Storia .

Il modesto Zingaretti , che un po’ ci è è un po’ ci fa, usa ancora un fraterno noi.

E questo lo rende ai nostri occhi più amabile.

(Guido Tampieri)