Con il virus non si può fare una trattativa politica. (Prof. Galli)

Alé.

In due settimane, sarà che è arrivato l’autunno, siamo passati dal virus che non c’è o se c’è è cambiato e non fa più male, all’allarme per la possibile emergenza ospedaliera.

Che sembrava scongiurata per sempre.

È come una previsione che si autoavvera.

Per tutta l’estate abbiamo temuto che ci sarebbe stata una recrudescenza del virus e ci siamo comportati in modo che accadesse.

Tanto, si diceva, ci sono dei posti vuoti in rianimazione.

Che fa tanta tristezza.

È la medicina circolare.

Se fai un reparto nuovo, con quello che costa, poi lo devi riempire di malati.

È una logica che qualcuno vedrebbe bene estesa ai cimiteri.

Per chiudere il cerchio.

Poi dicono che non siamo un Paese ecologico.

Forse per questo abbiamo infarcito i talk show con le più alte espressioni della stupidità umana a recitare, fra un urlo e uno sghignazzo, una tragica commedia.

Per sicurezza gli scienziati che invitavano alla prudenza durante l’estate sono stati tenuti ai margini.

Per non disturbare la quiete pubblica.

Li abbiamo tirati fuori dal comò in questi giorni, un po’ come quelle maglie di lana ruvida che mettevamo un tempo per ripararci dal grande freddo di inverni senza fine.

Come si annuncia il prossimo.

Non è così che immaginavamo la convivenza col virus.

Non è vero che siamo tutti adulti e responsabili.

Sottovalutazione del rischio?

Menefreghismo?

Desiderio incontenibile di libertà, come dice qualcuno?

Di certo questi non sono i giorni dell’innocenza.

Se uno si comporta da irresponsabile per seguire i consigli di Sgarbi è due volte colpevole.

La natura a volte sa essere molto crudele.

Nessuno adesso si mostri sorpreso dall’impennata dei contagi, finga di non aver capito cosa si deve fare per contenerli, si nasconda dietro le opinioni differenti degli esperti, che sull’osservanza delle prescrizioni basiche sono sempre state univoche.

Nessuno cerchi qualcuno su cui scaricare le colpe.

Che in questo caso sono condivise fra politica e società.

Le Istituzioni hanno differenziate responsabilità ma noi non le aiutiamo sempre a governare.

Non dopo la fine di un lock down che aveva mostrato al mondo il nostro lato migliore.

Durante l’estate, per prendere meglio il sole, ci siamo girati dall’altra parte.

Si può capire.

Ma adesso, se non ci vogliamo far male, occorre aprire l’ombrellone.

È l’ora della responsabilità.

Il Paese non può essere tenuto in ostaggio dai suoi istinti e dalle sue espressioni peggiori.

Come si può pensare, a meno di fare 60 milioni di tamponi al giorno, di avere una tracciabilità capillare, che è la condizione per controllare le dinamiche del contagio, se non facciamo la fatica di scaricare la app immuni sul telefonino con cui ci masturbiamo tutto il giorno?

La privacy non c’entra, se non lo facciamo è perché “nun ce và”.

E non ci và, diciamolo, soprattutto perché la app, come la mascherina del resto, ha la funzione primaria di proteggere gli altri.

Ubbidisce a un precetto altruista che ha la stessa possibilità di essere accolto di quello che, due millenni fa, invitava questo branco di lupi a due zampe ad amare il prossimo.

Se la mascherina proteggesse in primo luogo noi la porteremmo tutti.

Invece si assiste al paradosso che ad indossarla sono i vecchi a rischio di essere contagiati, mentre i giovani contagiatori non adottano le precauzioni per proteggerli.

È come se somministrassimo l’antidoto all’avvelenatore anziché all’avvelenato.

Le ragioni degli altri non risuonano dentro di noi.

Non comprendiamo nemmeno quello che l’istinto dovrebbe pur suggerirci: che il prossimo giro potrà capitare a noi.

Quando un uomo con la mascherina incontra da vicino un uomo senza mascherina sei costretto a pensare che l’uomo senza mascherina è un cretino.

È straordinario quante cose ci possa dire su un essere umano una strisciolina di tessuto.

Cretini ce ne erano anche prima dell’epidemia, tuttavia distinguerli a prima vista, se non hai un occhio educato a farlo, non è facile.

E invece è importante.

Perché sono pericolosi.

La maggioranza è troppo silenziosa: deve rendere manifesta a questa gente la sua riprovazione civile.

Senza indulgenze.

Senza che debba scendere in strada l’esercito per far rispettare regole di ordinaria convivenza.

Quando si è costretti a farlo è perché qualcosa si è già rotto nel rapporto fra i membri di una comunità.

E le Istituzioni, le classi dirigenti, in qualche luogo, in qualche momento, non sono state all’altezza del compito educativo.

Tutta questa storia sembra l’esito di uno spappolamento cerebrale incruento.

Iniziato con le discoteche “sicure” e culminato nell’idea demenziale di riaprire gli stadi ai tifosi.

Per ingraziarseli, c’è da credere, perché un altro motivo razionale, nel periodo della riapertura delle scuole, è impossibile rintracciarlo.

Le Regioni, ad eccezione del Lazio, si sono ritrovate unanimi su questa linea, come in genere accade in occasione delle scelte peggiori.

Anziché cercare di costruire le condizioni della preannunciata normalità diversa, è stata una gara a ripristinare tutte le abitudini di una impossibile diversità uguale.

Emblematica è la condizione dei trasporti pubblici locali, stipati fino all’inverosimile e tuttavia trascurati nelle spese già fatte e in quelle in corso di programmazione.

Se si chiedono poteri straordinari, poi bisogna esercitarli.

Che emergenza è se la gente può ammassarsi a piacere senza venire dispersa e nemmeno sanzionata?

Se l’apertura va oltre la frontiera delle necessità, che sono la scuola e il lavoro, per debordare nella licenza e nell’arbitrio.

Questo non è, o è solo marginalmente, salute vs economia.

Questo è salute vs incoscienza.

Chi diffonde il virus fa un danno duplice : alla salute e all’economia.

Est modo in rebus, dicevano i latini.

Non c’è un modo solo di stare assieme, di gioire, di condividere, di giocare, di mangiare e di bere.

C’è un modo serio, operoso, rispettoso, coraggiosamente anticonvenzionale e responsabilmente sicuro di vivere al tempo del covid.

Senza morirne, senza gridare ai diritti violati.

Fino a primavera.

Quando, dopo il vaccino, l’economia e la vita ripartiranno come un tappo di champagne.

Sono tante le cose di cui tener conto quando siamo di fronte a situazioni difficili come questa.

Ma la cura maggiore la dobbiamo mettere per preservare ciò che è essenziale: il rispetto di noi stessi.

Siamo così ma possiamo essere migliori.

(Guido Tampieri)