Spett. redazione,
in questi giorni negli spazi di affissione pubblica a ridosso del centro storico è comparso un manifesto dell’Associazione Onlus “Pro Vita”. La stessa che proprio nei primi mesi di quest’anno ha aperto un centro a Imola presso la Caritas.

Il manifesto riporta l’immagine cruda di un feto con l’evidenziazione di alcune sue parti. Un’immagine violenta perché “suona” come un messaggio di condanna verso tutte quelle donne che hanno interrotto una gravidanza o si trovano di fronte a questa difficilissima e dolorosa decisione. Un messaggio che offende il senso di maternità di tutte le donne in quanto colpevolizzate per una decisione che spetta principalmente a loro.

Ci risiamo! Ancora una volta l’oggetto del contendere è il controllo sul nostro corpo. Dopo la vergogna emersa nei giorni scorsi sulla sepoltura dei feti e l’apposizione sulle croci dei nomi di donne vive molte delle quali non consenzienti, questa campagna. In essa si promette aiuto e sostegno alle donne che affrontano una gravidanza considerandole implicitamente incapaci di una decisione. Si nega quindi il diritto all’autodeterminazione. In Italia esiste la legge 194/1978 confermata da un referendum popolare che regolamenta l’interruzione volontaria della gravidanza. E’ una legge dello Stato che dovrebbe essere laico e non confessionale e che prevede i servizi preposti al supporto delle donne in questi casi. Ricordiamo che la legge è stata fortemente voluta dalle donne, che abortivano anche prima, in clandestinità, costrette a recarsi all’estero se disponevano di mezzi economici. Chi invece non aveva risorse si affidava alle mammane rischiando e rimettendoci spesso la vita. Quanto vale la vita delle donne?

La decisione di non portare a termine una gravidanza è dolorosa. Una sofferenza che le donne si portano per la vita. Questa sofferenza merita rispetto. Come lo merita la dignità delle donne che decidono in questo senso per tante ragioni. Noi pensiamo che offrire incentivi economici temporanei per decidere di avere un figlio equivale ad un sostegno demagogico proprio di una cultura cattolica integralista che non ammette che ci possano essere decisioni difformi al credo che la caratterizza. Un credo a senso unico. La vita delle donne non si compra e tanto meno si può chiedere loro di partorire per affidare i figli ad altri. Una proposta crudele, violenta, che considera le donne alla stregua di macchine da riproduzione. Ancelle , appunto, per riprodurre la specie.

Ancora una volta si contrappone il valore della vita di una donna a quella della vita del nascituro senza interrogarsi sulla qualità della vita stessa e in un’ottica ipocrita e ideologica. Un ritorno al passato, quando le donne erano considerate inferiori e incapaci di titolarità di diritti. Le donne possono dirigere aziende, guidare Governi, occupare posti di lavoro tradizionalmente maschili, fare ricerca scientifica, insegnare e molto altro. Ma non possono decidere della propria vita, del proprio corpo, della propria sessualità, in un Paese che da tempo ha depotenziato i servizi di prevenzione e sostegno nonchè i mezzi culturali ed educativi finalizzati alla consapevolezza del corpo e dell’attività sessuale. Un tema mai risolto.

Una campagna che accusa le donne di una violenza in modo violento non è accettabile in una visione di rispetto e di diritto. E non accettiamo condanne sommarie.

L’art. 6 del Regolamento comunale co. 6 lettera a) recita: Il committente di una pubblica affissione è tenuto ad accettare il Codice di Autodisciplina Pubblicitaria dello IAP (Istituto dell’Autodisciplina pubblicitaria) con particolare riferimento ai principi in esso espressi in materia di:

a) dignità delle persone dagli artt. 9 (che impedisce il ricorso in pubblicità ad affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale) e 10 (secondo cui la pubblicità non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose dei cittadini e deve rispettare la dignità delle persone in tutte le sue forme ed espressioni evitando ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere).

In coerenza con questa norma chiediamo alla neoeletta Amministrazione comunale di far rimuovere quanto prima i manifesti in questione in quanto violenti e offensivi della dignità delle donne e del diritto all’autodeterminazione. Chiediamo alle numerose donne elette e alle Assessore di prendere posizione e di rappresentare chi sostiene la laicità delle Istituzioni pubbliche, di prendere apertamente le distanze da forme di comunicazione violenta lesiva della dignità delle donne. Scriveremo al Sindaco e alle elette perché si attivino tempestivamente.

(La Rete delle donne di Imola)