Il buon senso c’era, ma si teneva nascosto per paura del senso comune (A. Manzoni)

C’è un nuovo tormentone.

I tamponi.

Troppo pochi, troppo lenti.

Sembra che i nostri guai dipendano da quello.

Talk show, telegiornali, giornali, perfino qualche giornalista, o almeno così dice.

Da quando siete qui?

Come vivete quest’incubo?

Le domande angosciose degli inviati speciali dal fronte delle auto in fila, che nessuno ci ha mai rivolto mentre facevamo la coda per il mare, si concludono sempre con la stessa sentenza: vergogna!

L’espressione più amata dagli italiani.

La più usata per stigmatizzare ogni servizio pubblico, per sanzionare i comportamenti degli altri, qualsiasi contrarietà, foss’anche un ritardo del primo piatto al ristorante.

La gridano anche i negazionismi smascherati, mentre srotolano fesserie in piazza, come fanno gli stercorari, svergognato oltraggio ai medici che danno la vita per salvare altre vite.

Dal covid.

Non è tuttavia lì il problema.

Squinternati e deficienti sono un’espressione ordinaria della varietà del genere umano.

L’insidia viene dall’ignoranza e dall’irresponsabilità, che sono più mimetizzate, diffuse e radicate nei comportamenti quotidiani.

È questo, assieme all’avventatezza, il fronte della battaglia anti covid che noi cittadini siamo chiamati a combattere in prima persona.

Tanto più impegnativa oggi che lo dobbiamo fare a porte aperte, senza il riparo delle mura normative e psicologiche dietro le quali ci siamo protetti durante il look down.

Quando sentì dire che la colpa di questa “remontada” dell’epidemia, con il carico di lutti, sofferenze, paure, italiche inefficienze che si porta appresso, è tutta delle Istituzioni perché sapevano quel che sarebbe accaduto, come se il futuro fosse indipendente dai nostri comportamenti, ti vien voglia di pensare alla morte della ragione.

Che magari, come quella di Orlando, si è solo smarrita sulla luna, ma allora sarà bene andarla a cercare, come Astolfo nell’ Orlando furioso.

Per riportarla sulla terra.

Al più presto.

Quella rassicurazione, “va tutto bene”, che ci ha accompagnato fino a ieri, somiglia troppo a quei finali di film in cui il protagonista consola l’amico che si sta spegnendo fra le sue braccia.

Le cose non stanno così.

Ci vuole un cambio di paradigma.

Perché si raccoglie quel che si semina.

Siamo noi cittadini, prima ancora dei governanti, che dobbiamo preoccuparci della salute della comunità e di scongiurare un altro lock down.

Il saggio, di fronte a una pandemia, osserva le precauzioni.

Lo sciocco guarda solo ai tamponi.

Che devono essere di più ma poi così pochi non sono se ne facciamo quanti la Francia.

C’erano due obbiettivi da raggiungere dopo aver conquistato una condizione epidemica migliore di quella di altri Paesi europei: non far risalire i contagi e attrezzarsi per far fronte a una seconda ondata.

Il secondo obbiettivo vede in difetto il Governo e ancor più molte Regioni.

Il primo, che avrebbe reso meno gravoso il compito delle Istituzioni, lo stiamo mancando noi, forse confusi dai tanti riconoscimenti per quel che abbiamo fatto sei mesi fa.

O meglio, lo sta compromettendo quella parte di popolazione deliberatamente o solo sventatamente insensibile ai richiami, che contagia, assai poco coraggiosamente, i più deboli.

Una forma di eugenetica involontaria ( anche se c’è chi pensa davvero che sono solo vecchi) che ha il vantaggio di alleggerire il carico antropico di un pianeta sovraffollato.

Altro che Greta Thunberg !

Meno vecchi, meno bocche da sfamare, meno pensioni da pagare, meno badanti da importare, meno culi da slordare.

Che ai giovani italiani fa un po’ schifo.

Le cose, scrive Raimon Panikkar, raramente sono o/o, in genere sono sia/sia.

Le responsabilità delle Istituzioni e quelle dei cittadini non si elidono a vicenda.

La nostra non viene meno se la politica abdica alla sua.

Al contrario, la dovremo esercitare con energia moltiplicata.

Gli infetti, oggi, mercoledì 14 ottobre 2020, potevano essere meno di quelli che sono.

E così la necessità di tamponi che ne discende.

Eravamo tutti d’accordo di non farli a tappeto e di seguir il filo dei focolai.

Ma se, soffiandoci sopra, diventano un incendio sempre più vasto, poi spegnerlo diventa un problema.

Se alla mattina quando esco trovo un ingorgo, scriveva Eco, comincio a pensare a tutte le cause che possono averlo provocato, da un incidente ai soliti lavori pubblici che si fanno nel momento sbagliato.

Solo dopo aver verificato l’insussistenza di queste ragioni considero la possibilità che i responsabili dell’ingorgo siamo noi, che siamo usciti in auto alla stessa ora.

È così anche nel nostro caso.

Sarà anche vero, come si sente dire che altri Paesi ne fanno di più, meglio e più in fretta, ma come si spiega allora che hanno più contagiati di noi?

Non sarà che il primo problema in questa risalita non sono i tamponi lenti ma i comportamenti sociali sordi, diffusi un po’ ovunque?

E non sarà il caso di considerare le cause per quello che sono, di disporle secondo un ordine logico, perché se si scombinano i fattori la gente continua imperterrita a fare quello che è sconsigliato fare?

Tanto un appiglio per salvarsi l’anima lo si trova, una volta il Comitato tecnico, un’altra il Commissario straordinario, la burocrazia sempre.

E tutto finisce come al solito nel  tritatutto di Ballarò, di Tagadà… e trullallalì e trullallalà.

Se costruisci nell’alveo dei fiumi, tu e i delinquenti che ti hanno autorizzato o non hanno vigilato, se non freni la fiumana a monte, se te ne freghi dei cambiamenti climatici, poi hai voglia di mettere le dita nelle falle della diga.

Certo che il virus si trasmette in famiglia, come l’influenza del resto, sai la novità, ma la vera questione è che nelle case lo porta qualcuno che lo prende fuori.

Magari su mezzi di trasporto locali trascurati e insicuri.

Il più delle volte, diciamolo, non per necessità, come a scuola o sul lavoro, che lì le regole in genere sono rispettate, ma per futili ed evitabili motivi.

Nei luoghi della complicità.

Fra chi eroga un servizio, chi ne fruisce e chi (non) controlla.

La gente che si ammassa senza rispettare le distanze, con la mascherina al gomito e il naso all’infuori, sotto il naso delle Istituzioni voltato dall’altra parte per non vedere, è ancora troppa.

Qui la libertà non c’entra proprio, che a sentir parlare di sé in questi termini se ci ascolta si offende.

I diritti individuali, sostiene il Presidente della Corte Costituzionale Mirabelli, possono ben essere limitati per tutelare la salute pubblica.

L’omissione dei controlli è molto più grave dei rari casi di rigore eccessivo che finiscono sulle cronache.

Manda un messaggio sbagliato a chi rispetta le regole e a chi le viola.

Assoggetta la responsabilità all’arbitrio, mette i più in balia dei meno.

Un ristoratore che non osserva le regole dimostra di non avere a cuore la salute dei suoi clienti ma se a farlo sono in molti provocano un danno a tutti, diventano responsabili dei provvedimenti restrittivi che le Istituzioni sono costrette ad assumere.

Dubito che qualcosa cambierà se non vi saremo costretti.

Nulla, con questi numeri e questo trend alle soglie dell’inverno incoraggia l’ottimismo.

Una cosa, almeno, dovrebbe essere chiara a tutte le persone assennate: una normalità “come prima” non è possibile e una condizione nuova non viene da sé, va costruita.

A metà del guado si annega.

(Guido Tampieri)