Una manifestazione delle donne pro L.194

Gli anni ’70 del secolo scorso sono stati caratterizzati da grande e diffusa vivacità politica. Tra i diversi movimenti di massa quelli femminile e femminista. Pur se variegati e articolati (il movimento femminista in Italia è stato un arcipelago di collettivi più che una realtà omogenea) e con differenti visioni al loro interno, essi hanno saputo convergere su temi fondamentali per le donne, realizzando conquiste storiche. Fra queste la L. 194/1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Allora ero solo un’adolescente. Già appassionata di politica, militavo nel movimento delle donne e in quello degli studenti. Fra i tanti incontri che si organizzavano nel clima acceso di quegli anni, ce ne fu uno organizzato dalle realtà cattoliche che più si opponevano all’approvazione di quella legge. Ci andai. Nella sala del Palazzo comunale allora concessa per incontri pubblici, l’aria era tesa. Fra i relatori c’era un medico che nella foga di esposizione delle ragioni del movimento per la vita (così si chiamava) sbattè sul tavolo, con mossa repentina e inaspettata, un vaso contenente un feto in formalina.

Un atto di accusa violento.

Fu come il martello del giudice che dallo scranno pronuncia una sentenza inappellabile. In quegli ambienti si paragonava spesso l’aborto a un omicidio. Ed ecco la sentenza! Sintetica, lapidaria, inequivocabile. Arrivò come un pugno nello stomaco da un potere superiore, indiscutibile. Non dimentico il senso emotivo di profonda umiliazione. Di fronte a una provocazione così sfacciata e impudente diverse donne presenti si arrabbiarono. Il sentimento condiviso era di essere sul banco degli imputati senza contraddittorio. L’ episodio rimane indelebile nella memoria.

Imputate erano le donne per il solo fatto di chiedere di decidere della propria vita, il diritto all’ autodeterminazione. Uno dei cardini fondativi del riconoscimento delle donne come soggetti di diritto.

Il 17 maggio 1978 nasce la L. 194

La legge 194 vide la luce il 17 maggio 1978 dopo un percorso difficile e complesso di mediazioni fra le diverse sensibilità culturali del Paese. Si supera l’aborto clandestino. Molte donne abortivano in clandestinità: chi aveva le risorse si recava all’estero, chi non le aveva moriva sotto i ferri delle mammane.  Si individua nel Consultorio il servizio pubblico preposto alla prevenzione e al sostegno delle donne nonché alla promozione dell’educazione sessuale. Si regolamenta la pratica abortiva con attenzione alla salute delle donne e alla salvaguardia della loro vita. Si riconosce al personale sanitario il diritto all’obiezione di coscienza. E, aspetto fondamentale, si riconosce il diritto delle donne alla libera scelta di portare a termine la gravidanza e decidere la propria vita. Non obbliga chi non lo vuole a interrompere la gravidanza. Un altro passo avanti nel percorso di affermazione delle donne come titolari di diritti. La legge sugli asili nido (1971), il nuovo diritto di famiglia che ha abolito la patria potestà (1975), la legge sui Consultori (1975) erano il frutto della vitale e dirompente soggettività politica femminile di quel decennio.

Nel 1981 un referendum popolare chiesto dagli oppositori alla legge 194/78 l’ha confermata a larga maggioranza con il 68% dei voti contrari  all’abrogazione.

La manifestazione di Imola nel novembre 2018 contro il decreto Pillon

Ancelle del potere maschile

Da allora a più riprese, la L.194 è sotto attacco da parte delle forze più integraliste e maschiliste del Paese. Le donne come macchine di riproduzione della specie, come le ancelle nella narrativa distopica di Margareth Atwood. In quanto tali non soggetti, non titolari di libertà e diritti ma oggetti di potere legittimati da leggi liberticide con una buona dose di inumanità (v. Decreto Pillon). Non solo in Italia. In molti altri Paesi le formazioni più oscurantiste e violente che si ispirano alla cultura patriarcale condannano l’aborto come pratica criminale. La stessa cultura che giustifica o minimizza  la violenza sulle donne e i femminicidi.

La scelta di abortire è sempre dolorosa, conflittuale e produttiva di una sofferenza che le donne si portano nel corso della vita. Lo è anche quando essa segue allo stupro, per quanto possa risultare in un certo senso liberatoria di conseguenze non volute. Ma è una scelta che riguarda la sfera intima, la prospettiva di vita, la salute (spesso), la libertà e la responsabilità del proprio corpo. Le ragioni possono essere diverse ma vanno tutte rispettate. Negare il diritto alla libera scelta, significa considerare la donna come essere incapace di responsabilità e di decisone sulla propria vita. In quanto tale deve affidarsi a un potere altro che decide per lei. Lo dimostra anche l’accanimento verificatosi negli anni contro i metodi anticoncezionali e oggi, contro la RU486, la cosiddetta pillola del giorno dopo.

Da sempre, la vera posta in gioco è il controllo sul corpo delle donne e sulla nostra vita.

 Perché quel manifesto offende le donne

Il manifesto dell’Associazione Pro Vita comparso in città nei giorni scorsi si inserisce in questo contesto. In comunicazione il contesto orienta il significato del messaggio. E’ violento e offensivo perché il suo contenuto è un’accusa. Ancora una volta è un giudizio generalizzato su chi può scegliere, le donne.  Il messaggio conduce al territorio emotivo del senso di colpa che implica il giudizio. A veicolarlo ancora una volta l’immagine di un feto sbattuto in faccia allo sguardo pubblico con la sottolineatura piuttosto sommaria di alcune parti del feto: “tu eri così a 11 settimane”.  Guarda caso le 11 settimane corrispondono al termine del tempo utile per praticare l’aborto secondo la legge. Decodificando il messaggio: l’aborto equivale all’ omicidio.  La vita opposta alla morte inflitta. Una circostanza per gli autori moralmente inaccettabile e ingiusta. E infatti il messaggio si completa con “Tu sei qui perché i tuoi genitori hanno scelto la vita”. Fra le righe compare l’uomo, intuitivamente individuato come saggio soggetto concorrente alla decisione pro vita. L’offerta di aiuto come antidoto alla paura, di fronte a un evento naturale. Il messaggio è violento e offensivo perché riduce un percorso complesso e travagliato a una mera scelta morale. Si ignorano le donne come soggetti capaci di valutazione, decisione e responsabilità. Si ignora la responsabilità maschile spesso assente o insufficiente nell’affrontare l’evento della nascita e della crescita dei figli.

Diritto all’autodeterminazione

Si ignora il diritto di decidere della propria vita affrontandone le conseguenze senza alcun rispetto per le implicazioni di queste. L’immagine è cruda perché finalizzata a comunicare una negazione, la proposta di delegare la decisione a qualcun altro.  Il problema non è l’offerta del servizio, ma il modo con cui la si propone, fondato su una ragione e una condanna assolute avulse dalla complessità di circostanze reali. Certo a chi fonda le proprie idee su principi religiosi non sfugge il valore dell’ordine simbolico. Per questo l’uso aggressivo di immagini e messaggi simbolici non può essere inconsapevole. Come non può esserlo la messa in discussione di una legge dello Stato che per definizione è laico. L’apertura del centro Pro Vita a Imola proprio l’8 marzo di quest’anno ha un valore simbolico e non posso pensare che la scelta della data sia stata casuale. Gli autori mettono in discussione una cultura laica, intollerabile per loro. A tal punto da sconfinare in proposte e in azioni che contraddittoriamente al credo dichiarato ignorano il senso di compassione e rasentano pratiche disumane. Come quella del Comune di Iseo che offre incentivi economici per portare a termine la gravidanza o la vicenda vergognosa dei cimiteri dei feti emersa recentemente, dove si espongono i nomi delle donne vive sulle croci, senza il loro consenso. O ancora come l’incoraggiamento a partorire figli da dare in affidamento. Cosa c’è di umano,  rispettoso, di responsabilizzante  in tutto questo?

Proprio a difesa della laicità dello Stato e delle sue Istituzioni e a norma del regolamento di pubblica affissione del nostro Comune, l’Amministrazione neoeletta dovrebbe dimostrare la propria affidabilità e capacità di rappresentanza prendendo posizione e facendo rimuovere i manifesti.

Applicare la legge

La legge in vigore va applicata. Oggi i consultori sono depotenziati. L’educazione sessuale è rimasta un tabù. L’obiezione di coscienza è divenuta uno strumento di boicottaggio della legge. Le disposizioni tese a garantire il servizio, disattese. Insomma i servizi pubblici non svolgono la propria funzione e si aprono servizi privati che ne negano i principi. Meglio sarebbe se chi si candida e chi ottiene il governo per delega popolare, attivasse politiche efficaci per una corretta applicazione della legge. Una legge che fino ad oggi ha funzionato rispetto ai suoi obiettivi. Da anni i dati ufficiali indicano un calo degli aborti. Ma di questo non si parla.

(virna gioiellieri)