Bologna. Alla Gedi direi: vendete “Repubblica” e tenetevi le “Gazzette” locali. E’ una evidente provocazione – oltretutto la cessione è stata formalizzata – quasi una battuta, ma non più di tanto. Infatti, nella disastrosa crisi della carta stampata se c’è una speranza questa è nella sopravvivenza dell’informazione locale, purché di qualità e non spazzatura come spesso è in rete. Qualcuno, però, ha fatto notare che Conte (il Presidente del Consiglio) non legge le “Gazzette”, ma “Repubblica” sì, con ciò significando il ruolo che gli editori attribuiscono ai giornali come elemento di condizionamento delle scelte politiche.

Foto Samuele Ghilardi

In realtà la dismissione di uno o più quotidiani non sarebbe un problema drammatico se in Italia vi fossero imprenditori capaci di impegnarsi davvero nel settore editoriale, con progetti seri e capitali adeguati. Cosa rara. Infatti l’unico progetto certo che si conosce dei nuovi proprietari della “Gazzetta di Modena”, di quella di Reggio Emilia, della “Nuova Ferrara” e de “il Tirreno” di Livorno è che hanno predisposto un piano per tagliare costi per un milione e seicento mila euro.

L’esperienza “tragica” della “Città di Salerno” lo dimostra, colpita dal decadimento dopo la cessione da parte di quello che oggi è il Gruppo Gedi. Giustamente è un precedente che spaventa i giornalisti dei giornali locali del Gruppo di Elkann, anzi che furono del Gruppo Gedi.

La vicenda rimanda al tema delle concentrazioni editoriali e della loro regolamentazione.

In un comunicato i Comitati di redazione delle “Gazzette” hanno polemicamente fatto notare gli “effetti collaterali” negativi del limite del 20% alle concentrazioni editoriali e cioè la cessione di aziende sane, o ritenute tali, ad altre di dubbia stabilità ed i conseguenti disastri per i lavoratori. “Città di Salerno”, appunto, docet. E questo come conseguenza di continue velleità di espansione, anziché puntare su un costante consolidamento di ciò che si ha. Ora l’obiettivo sembra essere il Sole 24 Ore (non certo brillantemente gestito da Confindustria) ed il Gruppo Veneto Athesis.

In effetti, il tema delle “concentrazioni editoriali” è complesso. Richiama varie questioni. Tra le altre potrebbe essere l’occasione per rimettere in campo una vecchia bandiera del movimento organizzato dei giornalisti: lo Statuto dell’impresa editoriale. Cioè un complesso di norme aventi come obiettivo la separazione dell’impresa che produce informazione dagli interessi “altri” (spesso prevalenti) del proprietario. Come? Attraverso l’affidamento dei mezzi d’informazione ad una Fondazione? Tutto da elaborare e da discutere. Certo che per regolamentare queste cose in Parlamento ci vorrebbero persone competenti e preparate a prescindere dal numero dei componenti dell’aula, ma questo non lo si può stabilire per legge. Neppure un elevato titolo di studio fornisce garanzie al riguardo.

In assenza di tale requisito toccherebbe agli organismi di categoria elaborare proposte, ammesso che poi qualche deputato o senatore le trasformi in progetti di legge.

Sono tematiche che potrebbero essere l’oggetto di seri “Stati generali dell’editoria italiana” intesi non come una generica raccolta di pareri o  una passerella di più o meno buone intenzioni, ma quali vere e proprie sedi di elaborazione di proposte operative.

Potrebbe anche essere il modo per scuotere dalle fondamenta un settore in grande affanno, nel quale perfino le concentrazioni editoriali rischiano di trasformarsi in un accrochio di debolezze.

Il che vorrebbe addirittura significare che accanto ad una riduzione del pluralismo si produrrebbe un indebolimento del sistema industriale dell’editoria italiana.

(Giovanni Rossi, presidente del Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna)

(Foto di Samuele Ghilardi)