Credo che ci siano pochi dubbi: ci risiamo! Siamo tornati dentro alla palude del coronavirus, ma lo abbiamo fatto in maniera consapevole. Nessuno può dire di non averlo saputo, nessuno può dire di essere stato colto di sorpresa. A cominciare da un Governo e da tutta la politica che ha speso male tempo e soldi dallo scorso marzo. Da tante parti ci veniva ricordato che con la riapertura delle scuole e l’arrivo della stagione fredda sarebbe arrivata una seconda ondata, forse peggio della prima. Senza scomodare illustri luminari, bastava parlare con un qualunque medico, con un autista di autobus, con un dirigente scolastico, bastava stare in mezzo alla gente normale per capirlo. E con l’aggravarsi della situazione sanitaria ricominciano anche le polemiche sulla gravità o meno della situazione, su ciò che è vero e ciò che è falso, su ciò che ci dicono e ciò che non ci dicono, se i decessi sono dovuti a covid oppure no. L’informazione torna sempre e comunque sul banco degli imputati, sia che cavalchi i numeri, sia che minimizzi la situazione. Anche leggilanotizia, giustamente, non è esente da critiche, c’è chi ci chiede se anche noi siamo tra i “diffusori di paura”.

Il nostro punto di vista

Vorrei provare a spiegare il nostro punto di vista. Certamente non possiamo essere tacciati di esserci accorti dei problemi della sanità solo adesso. E’ da quando siamo nati che abbiamo posto tra i nostri temi di maggior interesse quella della salute, in tutti i suoi aspetti. Salute e ambiente, salute e alimentazione, salute ed economia. Sosteniamo tutto il mondo che opera sul tema della salute mentale. Siamo stati accanto in questi anni a tutti i movimenti e gruppi che si sono impegnati per la difesa della sanità pubblica. Abbiamo più volte polemizzato con direttori generali che ci parlavano di riorganizzazione e razionalizzazione mentre tagliavano posti letto e servizi. Siamo tra quelli che lavorano sui temi delle cause di mortalità del nostro territorio, a cominciare dai dati sui morti di cancro che vede l’Emilia Romagna vantare primati ben poco invidiabili. E non abbiamo mai taciuto quando con una “semplice” influenza andavano in tilt ambulatori e interi ospedali.

Per questo oggi rivendichiamo il diritto – dovere di dare conto di ciò che la pandemia ci propina giorno o per giorno, a cominciare dai suoi numeri. E a livello personale rivendico il diritto ad aver paura di “beccarmi” un virus sconosciuto per me e per i miei famigliari, a cominciare da quelli più avanti negli anni. E non ci si venga a dire che così alimentiamo la paura, essa si alimenta da sola con ciò che sta succedendo e con il modo con cui ciascuno di noi vive la situazione.

Gli altri numeri, oltre la pandemia

Se una persona muore per Covid o con Covid è davvero così importante? L’importante è sapere che, se una persona ha patologie e si aggiunge il contagio da Covid, il rischio di complicanze è maggiore. Ma c’è un altro motivo, più nascosto che ci spinge a raccontare questa pandemia e a chiedere che si faccia di tutto per arginarla rapidamente. Non sono d’accordo con chi dice che non dobbiamo parlare di pandemia, ma concordo sul rischio che si parli solo di pandemia.

Sta arrivando la stagione fredda e tutti ci ricordiamo di quando il covid non esisteva, ma le nostre terapie intensive andavano in tilt per il sommarsi delle conseguenze delle influenze stagionali. Cosa potrà succedere se un eventuale picco influenzale andrà a sommarsi ad un numero elevato di pazienti con il coronavirus? Che succederà se in questi due mesi che abbiamo davanti non riusciremo ad arginare la crescita esponenziale di ricoveri nelle terapie intensive?

Io mi auguro, anche se ho seri dubbi, che chi ci governa e dirige la sanità, a cominciare da Roma, passando per le Regioni, arrivando ai sindaci e ai direttori generali abbiano fatto bene i loro conti e che non vivano alla giornata nella speranza che qualche santo o santa ci facciano la grazia, perché se non è così, difficile immaginare cosa potrà succedere. E la Svizzera non è poi così lontana!

C’è un secondo aspetto che in questi mesi sta sfuggendo. Il coronavirus non ha fatto sparire tutte le altre patologie. Le ha solo nascoste sotto il tappeto. Il rinvio o il fermo di esami e visite, la chiusura di tante liste di attesa non fermano il percorso delle malattie. Come di fa a distinguere tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è? Sappiamo tutti quanto conti la tempestività della diagnosi nella possibilità di salvare vite umane. Ecco allora che ci ritocca parlare di numeri, dei numeri nascosti questa volta, di quelli che ci raccontano quante sono le vittime indotte da un sanità che è “chiusa” per coronavirus, del tutto sbilanciata su questa pandemia e che lascia poco spazio a tutto il resto. Salvo poi vedersi aprire le liste quando si pronuncia la parola magica “libera professione”.

Quante persone, che muoiono o moriranno di tumore, per problemi cardiaci o per altre patologie potevano essere salvate? Non si saprà mai, ma di certo senza una diagnosi e senza una cura tempestiva l’aumento di queste morti sono qualcosa di più di un rischio.

Una pandemia da debellare il prima possibile

Chiedere allora che si lavori per debellare quanto prima questa pandemia è fondamentale perché la sanità torni quantomeno ad una normalità e si possa quindi rilanciare la discussione su ciò che veramente deve essere una sanità al servizio del cittadino. Capace di lavorare sulla prevenzione, sui territori, sulle cure tempestive. Significa togliere tutti gli alibi a quei politici che fino a pochi mesi prima del covid lavoravano attorno ad ennesimi piani di riorganizzazione e razionalizzazioni che avrebbero significato altri tagli e chiusure di servizi, salvo poi esaltare l’eroismo di medici e infermieri e la validità dei “piccoli” ospedali.

E’ doveroso chiedere al Governo che metta fine a tutto quello stillicidio di Dpcm che si susseguono uno dietro agli altri aggiungendo poco o nulla al precedente. Che si definiscano misure rigorose serie e forti puntando su ciò che si vuole salvaguardare, ad esempio scuole e imprese, con la differenziazione degli orari, il potenziamento dei trasporti pubblici, l’assunzione di medici e infermieri, la messa in funzione di terapie intensive e reparti specifici, con incentivi reali a chi subirà in peso maggiore di queste misure e con forme di controllo efficaci per chi non rispetta le regole, piuttosto che penalizzare interi settori.

E’ giusto pretendere dai presidenti delle Regioni che la smettano di comportarsi da repubbliche (o monarchie) a parte e di assumersi tutte le responsabilità del caso, operando in accordo con il Governo per definire le misure più opportune e farle rispettare da chiunque.

E’ logico che i sindaci, che sono quelli in prima linea, chiedano certezze a Governo e Regioni, ma nello stesso tempo, conoscendo il territorio e chi ci opera, devono essere i primi a far sì che queste misure siano rispettate e che si evitino tutte quelle occasioni che possono esser fonti di contagio. E, non ultimo, devono pretendere, nei limiti del possibile, che i “loro” ospedali continuino a garantire un’assistenza a chi, “sfortunatamente”, non è affetto da coronavirus.

(Valerio Zanotti)