Qualche giorno fa, mentre stavo terminando di leggere un romanzo dello spagnolo Cercas, mi sono soffermato su alcune righe che mi hanno colpito in maniera profonda: il personaggio che l’autore fa parlare, una persona anziana e ammalata, gravemente ammalata, ad un certo punto inveisce contro certi dottori (li definisce “cazzi di dottori”) che si assumono il diritto di allungare la tua vita più di quanto ti spetti.

Già. Il diritto alla vita. La scienza, la tecnologia, la sperimentazione medica hanno decisamente contribuito ad allungare la nostra vita, la nostra speranza di vita. Il nostro desiderio di vita. Le statistiche ci informano che la nostra “speranza” di vita si è allungata e non di poco. Malattie e malanni che fino a pochi anni fa erano fatali, oggi vengono curati e ci permettono di “allungare la nostra vita”. A volte, nei casi più gravi, si tratta di un “regalo” di qualche anno , ma… butta via!

Con il libro aperto sulle gambe mi sono soffermato a riflettere, mi sono posto domande e mi sono ritrovato pieno di dubbi incapace di trovare risposta. Poi, inevitabilmente, sono finito alla data odierna, con i numeri della pandemia in vistosa crescita (fortunatamente anche le guarigioni), tante persone in condizioni gravi che richiedono cure intensive e, purtroppo, tanti decessi.

Altro dato preoccupante si ritrova nei “tempi” necessari alla cura o per sopraggiungere al decesso: 7/8 giorni nella fase primaverile, fino a 30 in autunno. E i medici? Apriamo i giornali e scorriamo titoli che ci inondano di preoccupazioni: medici che si ammalano, paramedici insufficienti, ospedali che iniziano a lanciare allarmi di saturazione, pazienti lasciati per ore all’interno di autoambulanze. Si contano i posti disponibili di terapia intensiva. E i medici? Davanti ad uno stato di saturazione, dopo aver tentato in ogni modo di rinvenire disponibilità presso altri istituti, dopo aver tentato il tutto per tutto individuando sistemazioni improvvisate, di fronte ad una scelta… Non esiste una scelta più drammatica, più importante, più coinvolgente, più devastante. Dalla decisione del medico dipende la vita del paziente e non si dica che, in fondo, è il loro lavoro. Il loro lavoro, da giuramento di Ippocrate, consiste nel fare il tutto possibile per salvare la vita umana.

Un paio di giorni fa, notizia appena riportata, quasi in sordina, in angoli di stampa o di cronaca televisiva, qualcuno ha trovato la soluzione ad un tale devastante interrogativo, dando ragione al malato grave di Cercas: dovendo scegliere, la precedenza per la cura in terapia intensiva spetta a chi è più giovane e, si puntualizza, la precedenza non spetta ai malati di Covid 19. Tanto il Governo svizzero. In questo modo, il medico coscienzioso, non fa altro che richiedere la carta d’identità e il gioco è fatto. Se poi il paziente “impaziente” si è poi beccato il virus attualmente di gran moda, fattacci suoi e ben gli sta.

Nella linda contrada dei cantoni, dove le strade sono sempre pulite, dove le passeggiate nel lungo lago rappresentano il top della serenità e della rilassatezza, dove si può mangiare il miglior cioccolato del mondo, dove gli orologi danno il “là” a tutti gli altri orologi ovunque assemblati (alcuni, ben esposti in vetrina, fanno ancora Cu.Cu! o si vede uscire la donnina con il grembiule a quadretti e l’ombrello aperto in caso di pioggia), dove hanno sede le più chiacchierate multinazionali, dove i banchieri sono aperti al sorriso e alla discrezione più severa, dove perfino i cani si sentono in dovere di avvertire i loro padroni quando necessità impelle in modo da consentire un provvidenziale ed immediato raccatto di feci, dove si trova lavoro e agiatezza, dove persino gli appassionati di bolidi rombanti sono stati messi al bando e invitati a venire sulle nostre piste ad inquinare, si è pensato a fornire di ordine logico anche il medico. Sti “cazzi di medico”, direbbe Cercas, come si permettono di scegliere in base alla loro applicazione, alla loro conoscenza. Basta! Ordine e priorità certa.

Voi mi perdonerete se, quando si potrà nuovamente viaggiare verso il bellissimo nord della nostra Europa io mi permetterò di individuare percorsi alternativi, magari un po’ più lunghi, ma alternativi alla terra Elvetica. Sono certo fin d’ora che mi sentirò meglio.

(Mauro Magnani)