Vedi, cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già (Guccini).

“L’autunno fa cadere le ultime foglie, che il vento raccoglie e porta con sè…”

Sulle note di questa malinconica canzone la furia del virus ha spazzato via tutta la cianfrusaglia cultural-ideologica-superstiziosa o più semplicemente stupida che una manica di cialtroni di varia estrazione, qualcuno perfino travestito da scienziato, ci ha ammannito per mesi.

Confondendo le menti, influenzando i comportamenti, favorendo la recrudescenza della pandemia, di prima o seconda ondata interessa solo ai surfisti.

Qualcuno lo ha fatto per calcolo politico, altri per vanità, per affermare una supremazia dialettica indipendente dalla verità, fine a se stessa, come insegnavano a fare i filosofi eristici.

Altri ancora, forse, per convinzione, nessuno è obbligato a essere intelligente.

Di chi parliamo lo sapete e non faremo finta di augurargli tutto il bene del mondo.

“Siam mica come la Francia, noi siamo più bravi, il virus qui è diverso, si muore meno, le terapie intensive sono vuote, c’è una dittatura sanitaria, la situazione è sotto controllo” e via farneticando, deviando, illudendo, disarmando.

Ed eccoci qua.

All’inseguimento dei nostri fratelli d’oltralpe.

Con le difese indebolite, le sicurezze scompaginate, la fiducia minata, le speranze avvilite, le paure accresciute.

Coi vecchi chiusi dentro casa: a chi la movida, a chi la tana.

Per alcuni la libertà della bara.

Anche le capre capiscono che stiamo muovendo i nostri passi lungo la sottile linea che ci separa dalla perdita di controllo della situazione.

E che i provvedimenti utili a impedire un’impennata esponenziale dell’epidemia e, per conseguenza, un danno irrimediabile all’economia, vanno prese ora, prima che sia troppo tardi.

Questo solo conta e anche soltanto evocare la caccia alle streghe, come fa il Presidente dell’Emilia-Romagna, indebolisce l’azione del decisore istituzionale.

Di tracciamento , con questi numeri, senza app per individuare i contatti, non è nemmeno più il caso di parlare.

Non sforzatevi.

I buoi vagano per tutta Italia.

Detto da uno che viene da tre generazioni di piccoli commercianti, è fuori dalla grazia di Dio che non comprendano l’importanza e l’urgenza di una regolazione efficace proprio coloro che per primi sono destinati a subire le conseguenze di un’economia della paura.

La ripresa dopo il lockdown doveva avere un passo da montagna, cadenzato, sicuro, per durare a lungo senza costringere a fermarci o a rallentare la marcia.

La fretta di recuperare il tempo e i soldi perduti ci ha indotto a forzare l’andatura sottoponendo un organismo ancora malato a sollecitazioni che rischiano di farci più male ancora.

Come passare da uno stiramento a uno strappo, quando non rispetti la tabella di recupero, non prendi le dovute precauzioni.

Vivere liberi di fare quel che vogliamo è un’aspirazione naturale, bere, mangiare, incontrarsi, toccarsi, copulare e godere come ricci, perfino camminare senza mascherina, che piace a tutti, mica solo a Montesano.

Anche aspirare al profitto è lecito, che diamine, è così che gira la ruota, specie se si tratta di rimettere la barca in linea di galleggiamento, di non affondare, come è accaduto a molti.

Tutto bene, se si può, fin dove si può, finché la soddisfazione del mio bisogno non contrasta con il bene, in questo caso la sicurezza, della comunità.

Ci sono due punti critici nel nostro ritorno alla normalità.

Uno è il sistema dei trasporti, che chiama in causa i Governi nazionali e regionali di ieri e di oggi.

L’altro è tutto ciò che ruota attorno all’organizzazione della vita al di fuori del lavoro, che interpella prima che le strutture i comportamenti, di chi gestisce un’attività e di chi ne fruisce.

Se questi non sono avveduti, rappresentano un primario veicolo di diffusione del virus.

Inutile fare manfrina, che gli occhi per vedere li abbiamo tutti.

Il rammarico è che poteva essere altrimenti.

L’umanità è vissuta per millenni senza movida e notti multicolori, lavorando di giorno e dormendo di notte.

Poteva sopravvivere per un anno ancora.

Ci ritroveremmo un po’ più distanti e un po’ più intelligenti.

C’è un punto in cui ti devi fermare e, se non lo capisci da solo, lo deve fare lo Stato.

Per salvaguardare la libertà di tutti.

Questa è la libertà liberale: è limite all’arbitrio, è regola a tutela dell’intero e delle sue parti più deboli.

Salvini, Meloni e gli altri indignati farebbero bene a parlare di cose che conoscono.

I diritti non sono il loro forte.

In Gran Bretagna il nazionalista conservatore Johnson ha stabilito che i sudditi di Sua Maestà , pur così gelosi della loro libertà, non devono aprire le loro case ad altre persone.

Nessuno si è sognato di sfornare la sfilza di idiozie che ci è toccato di sentire sullo Stato di polizia.

In questione, in tutto il mondo occidentale, di fronte a questa sollecitazione straordinaria, non è là privazione della libertà ma un modo intelligente di (auto)organizzarla in ragione degli obbiettivi primari che vogliamo raggiungere.

Tutto si può fare, anche “viver come bruti”, ma a tempo e modo, quando le aspirazioni sono sorrette dalle condizioni.

Nel nostro caso un vaccino, una cura.

Tutti i Governi, chi più chi meno, brancolano nel buio perché è buio.

Perché trovare un punto di equilibrio, per di più in un contesto affatto solidale, fra salute , economia e costumi di vita è un’impresa ardua.

Ogni volta che provi a tirare la coperta un po’ in qua, una società egoista, lobbista, corporativa, familista, campanilista, la strattona di là.

Lasciamo stare la dialettica fra le forze politiche, che ha da tempo abbandonato il terreno di una ricerca comune.

Limitiamoci al rapporto fra Istituzioni e società civile.

Nel contrasto alla pandemia manca la condizione fondamentale: non stiamo remando tutti nella stessa direzione e, anche quando accade, non remiamo in modo sincronizzato.

Tutti sono vittime e nessuno è colpevole.

Nemmeno il virus.

Gli fornisce un alibi tale De Manzoni, vice direttore de “la verità”.

Sostiene che gli asintomatici non infettano.

Prosit.

Il caso è allo studio di matematici e filosofi.

Ma già i teologi sono pronti a scendere in campo.

La questione è questa.

Se, come sentiamo dire, il Governo ha fatto tutto quello che doveva fare, le Regioni pure e il meraviglioso popolo si comporta come meglio non si può, se, in una parola tutti i protagonisti di questa tragedia sono statit perfetti, come è possibile che il risultato sia questo, decisamente imperfetto, che vediamo?

E ancora.

Se tutti pensiamo che stiamo già facendo tutto quello che si può, cosa dobbiamo sperare che accada perché le cose migliorino o, almeno, non peggiorino troppo?

Dentro questo schema narrativo non c’è risposta.

Bisogna cambiare il copione.

Chi per primo riconoscerà le proprie (comprensibili) carenze, i propri limiti, senza attribuire ad altri la responsabilità di tutto ciò che non funziona?

Chi, così facendo, vorrà gettare le basi per una collaborazione finalmente feconda fra le Istituzioni, per una reale comunione fra governanti e cittadini?

Fondata sulla verità e la responsabilità.

Nessuno alza la mano.

Ma governare, specie nei momenti difficili, non è, non dovrebbe essere, una gara di popolarità.

(Guido Tampieri)