L’Arena Stalloni di Reggio Emilia durante la rassegna estiva di cinema

I luoghi di cultura , ad eccezione dei musei, ripiombano nel buio. Mentre altre attività continueranno a funzionare se pur a orario ridotto. Una decisione discutibile, nel contesto del provvedimento emanato domenica notte dal Governo. Discutibile non per sottovalutazione della gravità del momento (come detto dal Ministro Franceschini). Sono convinta che molti di coloro che esprimono punti di vista critici verso questa decisione ne siano ben consapevoli.

Il punto è: a cosa serve la cultura?

Troppo spesso la si declassa a puro intrattenimento. Lo stesso Presidente del Consiglio a marzo annunciando il lockdown la inserì fra le attività di divertimento e appunto di intrattenimento, dunque non essenziali. Come sempre il linguaggio esprime un concetto di sostanza. Se un Paese col patrimonio storico- artistico e con le eccellenze culturali che vanta, riduce tutto questo a divertimento e intrattenimento per bocca dei suoi stessi governanti, il declino è iniziato. Dunque assistere a un concerto , a uno spettacolo teatrale, alla proiezione di un buon film, entrare a una mostra d’arte, è considerato alla stessa stregua di un aperitivo nei locali della movida. Segno di tempi superficiali e di assenza di visione sul futuro. Di fronte a questa associazione sommaria provo ogni volta il profondo fastidio che suscita un senso di annullamento.

Parma, il primo concerto della Filarmonica Toscanini dopo il lockdown

La cultura è un fattore strategico

La cultura è il fattore strategico che produce e consolida il senso di appartenenza a una comunità e a una storia collettiva. Per questo è un antidoto alla disgregazione e al degrado. Strategico perché stimola all’elaborazione del presente reinterpretando il passato e immaginando il futuro. Forma il pensiero e il senso critico, sollecita a sguardi diversi sul mondo e, non meno importante, l’arte e la cultura sono il luogo di condivisione di esperienze emotive uniche, terreno di nutrimento del pensiero. Scuote le coscienze. Cos’è la consapevolezza se non conoscenza? E di consapevolezza oggi c’è bisogno anche per attraversare questa grigia congiuntura cogliendone le opportunità, in un contesto globale in cui servono svolte radicali.

La cultura ha valore economico

In poche ore migliaia di persone, addetti ai lavori e non, hanno firmato le petizioni che chiedono al Governo di ripensarci. Di valutare il disagio e la situazione grave di 500.000 lavoratori/trici, per lo più già precari. Non solo artisti. Un settore che vale lo 0,2% del PIL.  Ma evidentemente il settore culturale non ha lo stesso peso di altri. Oggetto di critica non è la decisione di misure restrittive in sé. La gravità della situazione non è in discussione. Le perplessità si fondano sul criterio delle misure e sul dubbio che di fronte ad una ripresa dei contagi prevista in autunno e più volte annunciata, non si sia fatto abbastanza e nei tempi giusti. Adottare delle mezze misure per riportare la situazione sotto controllo penalizzando i settori che più degli altri sono stati rigorosi nell’applicare i protocolli di sicurezza desta diffidenza sull’efficacia. Tanto valeva chiudere tutto per un periodo definito, scuola esclusa.

Festivaletteratura Mantova, piazza Sordello

La gestione impeccabile della cultura in questi mesi

Da quando a metà giugno è terminato il lockdown, ho ripreso a frequentare i luoghi della cultura. Un po’ per lavoro, un po’ per interesse personale. Ho partecipato a circa una ventina (forse più) di appuntamenti, anche complessi. All’aperto e in spazi chiusi. Ho seguito passo passo la fatica di complicatissime riorganizzazioni e apprezzato l’ingegno e la fantasia che diversi organizzatori hanno investito per non rinunciare ai propri progetti, in sicurezza. Mi ha colpito il rigore, la precisione e lo scrupolo della gestione, in tutti i casi impeccabile. Il pubblico disciplinato, ordinato, corretto, nell’osservanza dei protocolli.

I dati forniti da Agis in questi giorni parlano di oltre 300.000 spettatori in eventi culturali dal 15 giugno al 3 ottobre con 1 solo contagio. Nonostante gli appelli, gli interventi autorevoli di queste ore indirizzati a Conte e Franceschini, la posizione del Governo pare irremovibile al riguardo. E già si parla di potenziare piattaforme digitali per veicolare la cultura altrimenti. Ma, come abbiamo visto durante il lockdown, non sarà la stessa cosa perché  il teatro, la musica, l’arte hanno bisogno di presenza (per quanto rarefatta di questi tempi) per avvenire e produrre quella magìa estetica che solo la relazione fra artisti e pubblico è in grado di creare. Se non si può fare a meno meglio che niente, ma per favore non se ne parli come una alternativa equivalente. In primis per chi la cultura e l’arte la creano. Chiunque sia abituato a frequentare teatri, cinema, sale da concerto, mostre musei conosce bene la differenza di qualità e di efficacia.

Un cambio di passo ci vuole

Ma la cosa che più indigna è la mancata distinzione fra chi osserva con rigore i protocolli di sicurezza e chi non lo fa, finendo per coprire i furbetti con la penalizzazione generale. E se il Governo a mio parere nella fase 1 ha agito meritandosi apprezzamento, oggi serve un cambio di passo pur nell’esigenza indiscutibile di gestire una situazione difficile. Ci si aspetta questo cambio a tutti i livelli istituzionali. Responsabilità politica, buon senso, autorevolezza, capacità di gettare le basi per una svolta reale destinata a produrre effetti in prospettiva a cominciare dai progetti di investimento delle risorse che arriveranno. Di qui si vedranno le vere intenzioni di questa classe dirigente e si saprà se davvero la priorità è l’interesse del Paese che senza una riqualificazione della scuola e una valorizzazione della cultura ha poche chance per il futuro.

(virna gioiellieri)