In vista delle presidenziali Usa del 3 novembre prossimo, più che per meriti propri lo sfidante democratico Joe Biden finirà per ringraziare i (de)meriti del presidente repubblicano in carica Donald Trump per i tanti (troppi) errori commessi in questo suo primo mandato, di cui non ne ha capito le chiavi ossia che conta come si governa e non come si fa campagna elettorale, dimenticando altresì un pezzo di giuramento fatto all’entrata in carica perché le regole della democrazia devono essere rimpiazzate dalle leggi; non stupisce perciò se così facendo Trump è passato pian piano dall’essere un vincitore quasi certo nel 2019 a diventare oggi un probabilissimo sconfitto, come in fondo recita un vecchio adagio della politica che dice: “Mai interrompere il tuo avversario quando sta facendo errori”.

Fra i tanti deprecabili atteggiamenti all’attenzione “degli aventi diritto al voto”, quelli di quando calcava i campi da golf mentre la California bruciava e 200.000 suoi concittadini morivano di Covid-19, fino all’imbarazzo di fronte all’accusa del New York Times per aver pagato nel 2016 e 2017 “solo” 750 dollari di tasse sul reddito, una vecchia storia del 2016 quando Trump era candidato alla presidenza e dove si rifiutò di rendere pubblico alcunchè.

Oltre la pandemia, che sotto la sua amministrazione è tutt’ora fuori controllo col suo carico di milioni di contagiati e centinaia di migliaia decessi, sta pesando sulle intenzioni di voto l’aumento delle diseguaglianze e la crisi climatica che Trump ha “minimizzato” (a parole e fatti) agli occhi degli elettori, soprattutto di quelli indecisi che quasi sempre alla fine fanno la differenza; inevitabile perciò l’inversione di tendenza che ha visto i repubblicani andare in minoranza su tante altre questioni care alla società americana, dalla vendita di armi ai salari minimi, dalle assicurazioni sanitarie alla gestione dei fondi pubblici per scuole e università.

Joe Biden all’oggi è dato perciò in vantaggio anche se in verità il sistema elettorale americano premia il candidato che porta in dote i propri “grandi elettori” perché vincere in Texas o California di un voto o di un milione non fa differenza, l’ago della bilancia possono farlo gli Stati “in bilico” tipo quelli ad esempio del Midwest come nel 2016, dove una classe operaia bianca impoverita dalla crisi anni ’80 (che votava i democratici) a sorpresa si affidò a Trump che riuscì a cancellare in loro paure e frustrazioni riuscendo nell’impresa impossibile di battere la favoritissima Hillary Clinton e diventare Presidente.

Da quel turno elettorale, dove i democratici dati facili vincenti dai sondaggisti di allora furono inaspettatamente “abbattuti” dal tornado Trump, si è imparato che è preferibile fornire opinioni nel modo più oculato possibile anche nell’attualità preelettorale che si sta vivendo proprio ora negli States, dove da mesi ogni singolo indicatore è favorevole a Biden a confermare che il vantaggio del candidato democratico non è mai stato così ampio e stabile dai tempi dell’elezione di Bill Clinton.

Decisiva in ciò è stata la mission sponsorizzata ultimamente da Barak Obama, supportata dalla multiculturale comunità afro-americana, che all’oggi ha fruttato a Biden 183 grandi elettori contro gli 88 di Trump; un vantaggio importante per Biden poter contare su “diverse strade” per arrivare ad una maggioranza forte e far “stravincere” il proprio pensiero liberal-democratico, contro quello reazionario e populista dei repubblicani, su tre temi vitali per la società Usa: l’etica sociale in ambito sanità, la scelta di una società multiculturale e la salvaguardia dell’ambiente.

Prima della pandemia l’economia americana è cresciuta anche in continuità delle politiche dell’amministrazione democratica di Obama post crisi 2008, uno scenario questo ribaltato dalla pandemia con il Pil crollato ed i licenziamenti che ancor più hanno incrementato le disuguaglianze, sfociate poi in proteste e rabbia col movimento “Black lives matter” dopo la morte dell’afroamericano George Floyd causato dalla polizia; l’esasperazione della cultura della paura fomentata dall’amministrazione americana ha trovato in Trump il primattore ideale che (di suo) ha poi maldestramente criminalizzato sulla base dell’aspetto anziché delle azioni, soprattutto cittadini arabi, mediorientali e neri.

(Giuseppe Vassura)