Nessuno vince a meno che non vincano tutti. (Bruce Springsteen)

Precipita il cielo e noi siamo qui a chiederci se è il caso di aprire l’ombrello.

I più avvertiti discutono del colore.

Mentre in Europa vige già il “coprifuoco”.

Siamo stati tutti giovani, anche se gli animatori delle notti italiane non lo sono più tanto.

La Costituzione tutela tutti gli stili di vita ma non quando rappresentano un rischio per la comunità.

“La libertà non è il diritto di far ammalare gli altri” ha detto Mattarella.

Il principio vale anche per un esercizio commerciale.

Se attorno a quella attività si generano situazioni critiche.

Che siano procurate o subite rileva solo dal punto di vista etico, perché preminente è comunque la tutela della salute pubblica.

Sarebbe bello che tutti lo ricordassimo, fra una protesta e l’altra.

La vicinanza agli operatori della ristorazione, che in larga maggioranza hanno fatto del loro meglio per rispettare le regole, si deve esprimere sotto forma di compensazione al mancato reddito.

Lasciar correre le cose sarebbe una follia.

Per due ottimi motivi.

Perché così, dai Navigli alle notti multicolori, al rito degli aperitivi, bene non sono andate e non vanno.

E perché questa è un’emergenza vera.

Che sia la seconda in poco tempo la rende più pesante per chi deve subire una menomazione all’attività ma non meno grave sotto l’aspetto sanitario.

Resta il rammarico per ciò che doveva essere e non è stato, per ciò che avrebbe potuto essere e non è, se tutti avessimo fatto quel che andava fatto.

La compiacenza delle Istituzioni ha aiutato le cattive pratiche ad attecchire.

Maggiori controlli e sanzioni severe ai trasgressori limiterebbero il danno epidemico e consentirebbero qualche margine in più per la ristorazione serale.

Si deve sempre separare il loglio dal grano.

Per non mandare a male tutto il raccolto.

Ora c’è chi deve chiudere senza aver concorso a questa nuova emergenza e chi beneficerà degli indennizzi pubblici pur avendola irresponsabilmente favorita.

Non c’è di peggio, in frangenti come questo, che alimentare il sentimento dell’ingiustizia.

Sostenere tuttavia che se si chiudono prima i locali poi la gente si assembrerà pericolosamente in famiglia, come sostiene l’ineffabile Bellanova, è quella che sembra, una stupidaggine.

In questo momento ci possiamo permettere solo verità.

Qualcuno ci aiuti a capire.

Dov’è che ci si infetta?

Che il covid entri in famiglia portato da chi ci è vicino lo capiamo da soli.

E ci dobbiamo cautelare, anche se difendersi dai sentimenti è difficile.

Ma prima di tornare a casa, di visitare i nonni, uno questo virus dove lo va a pescare?

Il Presidente di Confcommercio dice: nei bar e nei ristoranti certamente no.

E Sangalli è un uomo d’onore.

La mia amica DeMicheli dice: nei trasporti no.

E poi si arrampica su per una parete di sesto grado sostenendo che in 5 per metro quadro non ci si infetta, è solo un rischio percepito.

Io non l’avrei detto nemmeno se fosse vero.

Avrei lasciato questo privilegio alle Regioni che, all’unanimità, hanno preteso di forzare le leggi della fisica.

Poi si sono fermate lì.

La ministra Azzolina a sua volta sostiene che le scuole sono il posto più sicuro del mondo.

Peccato non ci si arrivi col paracadute.

Dando per scontato che tutti i posti di lavoro sono sicuri, per infettarci restano solo i parchi e le spiagge, d’inverno.

Bastava chiudere quelli che ci risparmiavamo tante noie.

Io, ad ogni buon conto, non ci porto più a passeggio Tex.

Questo virus in realtà sfocia in un’epidemia diffusa come il Delta di un fiume nel mare.

Fluisce per i suoi tanti rami nessuno dei quali è responsabile del tutto e tutti sono responsabili di qualcosa.

Che deve essere regolato e, se occorre, sbarrato.

Come si fa con una cassa di compensazione o una diga.

Questa evenienza va socialmente riconosciuta e accettata.

In discussione se mai è il come.

Che ogni cittadino ha diritto di criticare.

Non però chi ammassa e si ammassa dentro una funivia e poi insorge contro le chiusure che ha lui stesso provocato.

Potremmo limitarci a dire che chi è causa del suo male deve piangere se stesso.

Se non fosse che lo causa anche ad altri.

Ieri sono morte di covid 221 persone.

Si stimano 3/400 decessi quotidiani a novembre.

Che, in dieci giorni, mi scuso per la macabra contabilità, fa 4.000 persone e in cento ( per arrivare a Pasqua sono 145) 40.000.

Persone.

Madri, padri, nonne, nonni di qualcuno.

Non è un’ipotesi.

Se non si fa più di quel qualcosa che pure viene osteggiato è questo che accadrà.

Come in Francia, in Polonia, in Spagna, in Gran Bretagna, ovunque.

Chi se ne fa carico?

Moralmente intendo.

Io, voi, la comunità ci faremo carico, con i proventi delle tasse non evase, di sostenere i settori in difficoltà, ma la gente che vuole lasciare le cose come sono, libero covid in libero affollamento, come una volpe nel pollaio, si fa carico delle conseguenze?

Non credo, non sento.

Nè proposte né pietà per chi soffre.

Solo recriminazioni, interessate.

Che portano a conclusioni sbagliate anche quando poggiano su dati di fatto reali.

Le Istituzioni sono in ritardo nella predisposizione delle risposte sanitarie.

Alcune Regioni soprattutto.

Ma non funziona così: io diffondo il virus in nome della libertà, individuale e di impresa, lo Stato deve porvi rimedio.

Perché noi, tutti, assieme, chi ammassa e chi si ammassa e chi cura le vittime dell’ammassamento siamo lo Stato.

Solo così funziona.

Nel nostro caso, dice lo scomodo prof. Crisanti: “Chi diffonde il virus va stanato”.

La prima linea di difesa contro il covid è questa.

Ed è qui che siamo mancati, Istituzioni e popolo, chi più chi meno.

La seconda, quella degli ospedali, certifica il fallimento della prima.

Che è fatta di responsabilità, prudenza, rispetto degli altri, tamponi, app ecc. ecc.

Al tempo del covid è tutto correlato.

Il battito d’ali di una serata spensierata e il pianto per la nonna che amavi.

La sicurezza nella scuola e la sicurezza nei trasporti.

Non si può dire la scuola è a posto però.

Tutti vogliamo preservarla, anche Salvini, che pure sembra non averne tratto grandi benefici.

Riaprirla è stato giusto.

Non è nemmeno un’impresa titanica visto che sono aperte in tutta Europa.

Poi c’è il resto.

Un nodo storico come quello dei trasporti appartiene al novero dei problemi complessi, non si risolve in quattro e quattr’otto.

L’idea di moltiplicare treni e autobus è irrealistica nei tempi e nei costi ed è sbagliata nella concezione.

Più abbordabile e razionale è affrontare il problema dal versante organizzativo anziché da quello strutturale, con quelle riforme che chiamiamo a costo zero.

Si tratta di sfalsare, in una prospettiva che va oltre l’emergenza, i tempi di lavoro e gli orari di ingresso nelle scuole.

Senza dogmi e tabù.

I trasporti sono una delle cause della diffusione del virus.

Se diventano la sola, come si sente in questi giorni, è soprattutto perché sono pubblici.

E questo ci assolve da tutti i nostri peccati.

Vizi pubblici e private virtù.

Tutti hanno una fascina da buttare nel grande falò delle responsabilità.

(Guido Tampieri)