Mercoledì 4 novembre, alle prime luci dell’alba in Italia, dovremmo sapere chi sarà il 46° Presidente degli Stati Uniti. Probabilmente è meglio scrivere che “forse” mercoledì conosceremo chi sarà, visto il clima di incertezza che aleggia su queste elezioni, sia perché Trump è abituato alle sorprese dell’ultimo minuto (vedi 2016), sia perché sta agitando mille dubbi (il voto postale, i brogli e chissà cosa altro ancora).

Alla mia età, il primo ricordo che ho delle elezioni americane risale all’assassinio di Bob Kennedy – sicuro candidato democratico alle elezioni del 1968, poi vinte da Nixon contro Humphrey – che con le nuove domande e rivendicazioni di quegli anni aveva stabilito un rapporto privilegiato.

Trump ha cambiato tutti i paradigmi del discorso pubblico negli Usa. Ha sovvertito regole del gioco fondamentali di un equilibrio che ha consentito a quel Paese di non conoscere mai, nella sua storia, dittature o suggestioni autoritarie. In fondo l’alternarsi di democratici e repubblicani alla Casa Bianca è sempre avvenuto senza strappi, in continuità. La democrazia americana ha resistito all’assassinio di John Kennedy, il presidente più amato di tutti, all’impeachment di Nixon travolto dal Watergate, all’attentato a Ronald Reagan, alla contesa sul filo di lana dei cinquecento voti popolari che ballavano in Florida, tra Al Gore e George W. Bush, risolta dalla Corte Suprema.

Esiste, nella tradizione di quel paese, l’istituto della “transizione”, della leale collaborazione tra amministrazione entrante e uscente nel momento del trapasso dei poteri. Non si avvelenano i pozzi, non si bruciano i campi: “Right or wrong is my country”. (Giusto o sbagliato è il mio paese).

È in nome di questo principio che, all’indomani dell’11 settembre 2001, gli americani, tutti, hanno esposto la loro bandiera dalle finestre delle loro case.

Ora non è più così. I toni di odio, la violenza del conflitto che deborda dalla politica alla persona, il linguaggio carico di intolleranza che si sono ascoltati nel primo dei dibattiti televisivi tra i due candidati, distruggono quel tessuto comune, quell’idea di nazione che hanno accompagnato decine di scontri tra candidati nel dopoguerra. Reagan non usava quei toni, non li ha usati Carter, non Clinton, non Bush. Ma neanche gli sconfitti: si chiamassero Mondale o Dukakis, Romney o Dole.

La linea seguita da Joe Biden, l’altro candidato, è sempre stata questa: “Non c’è niente che non possiamo fare se la facciamo insieme: noi siamo gli Stati Uniti d’America!”, frase che ritroviamo nel video di Bruce Springsteen presentato alla Convention democratica.

Insieme, non contro.

Se si tende a cercare sempre il nemico, andando oltre alle battute più o meno felici, più o meno volgari, di un dibattito televisivo (Nancy Pelosi, Presidente della Camera, definita una “donna malata, con problemi mentali”, oppure “Liberate il Michigan” e l’FBI sventa il tentativo di rapimento della Governatrice Gretchen Whitmer), poi il clima si incanala in tutti i settori della vita di un Paese provato, come il mondo intero, da un tempo di incertezza e di paura, a cui di recente si è aggiunto anche il Covid 19.

Così compaiono milizie organizzate e fanatici estremisti che si propongono di “mantenere l’ordine” o dichiarano che andranno davanti ai seggi elettorali, con le armi in bella vista.

Ma la campagna elettorale più radicalizzata della storia americana non è affatto una buona notizia. Non lo è per il mondo. Non lo è per la tenuta e il futuro della democrazia di quel grande, decisivo, Paese.

(Tiziano Conti)