Festa tricolore delle due ruote è stato questo Giro d’Italia 2020 garantendo sicurezza e con tante stelle al via, come a dare un segnale forte di rinascita contro le incertezza “da pandemia” grazie alle filosofie di questo nobile sport che vive di lotte, disagi e sofferenze patite in gara che sono però sempre promesse (mantenute) di libertà e vittoria, sensazioni rivolte ad appassionati o a chi solo lo segue in Tv dal divano, e che stanno alla base delle motivazioni amatoriali, dilettantistiche e professionistiche di chi lo pratica.

Causa Covid-19 questa stagione ciclistica verrà ricordata come la più pazza a memoria d’uomo perché la pandemia ha stravolto il calendario mondiale delle competizioni provocando tante cancellazioni, come ad esempio l’Amstel Gold Race perché le autorità olandesi non si sono dette in grado di garantire il rispetto dei protocolli “Coronavirus” in quanto impossibilitati a limitare l’afflusso del pubblico sul percorso di gara; chi invece è riuscito a mettere in sicurezza atleti e pubblico si è però dovuto adeguare a ciò che l’Unione Ciclistica Internazionale ha deciso sui calendari delle competizioni, da cui la sovrapposizione di un bel pugno di corse, così che al Giro d’Italia hanno fatto eco tutte le grandi classiche (ex primaverili) del Nord.

Poco “distanziamento” fra l’inglese Hart (alla fine vincitore) e l’australiano Hindley che dopo più di 3000 chilometri percorsi nella “corsa rosa” si sono visti affrontare l’ultima tappa del 103° Giro d’Italia (cronometro milanese da Cernusco sul navigio a Piazza del Duomo) partendo dai blocchi col medesimo tempo di gara in classifica generale, un finale mai visto nei 111 anni di vita della competizione; i due “britannici” sono buoni amici, parlano la stessa lingua, 13 mesi di differenza ed entrambi sono stati “gregari” alla partenza siciliana ma, vuoi per fortuna vuoi piegando un destino che non era scritto per loro, si sono trovati alla fine i soli a giocarsi la vittoria in quanto Hart si è trovato a fare il leader nelle prime tappe dopo la scivolata su una borraccia del proprio capitano Geraint Thomas, mentre Hindley (meno nobilmente) ha tradito il suo capitano maglia rosa sullo Stelvio abbandonandolo al suo destino a 30 chilometri dal traguardo scalzandolo dal vertice della squadra.

Colpi di “pedale” di gioventù che durante l’ultima tappa a cronometro sul filo dei centesimi hanno però suggellato al meglio il successo di questa edizione posticipata del Giro d’Italia dentro la pandemia (4 sono stati i corridori “positivi” al Covid-19 su 176), un bel segnale a 360 gradi che aiuta un po’ tutti, anche chi non segue tanto il ciclismo, come una boccata d’ossigeno.

Alle spalle dei due giovani Hart e Hindley una muta di agguerriti inseguitori, olandesi, spagnoli, portoghesi e danesi, ma non italiani, con Filippo Ganna re di due “crono” ma che dopo la conquista della maglia rosa si è smarrito e Ulissi con sole due vittorie, amplificando così il grande “vuoto” lasciato dal malinconico declino del trentaseienne Vincenzo Nibali, unico corridore al via ad aver vinto Giro d’Italia (2), Tour de France e Vuelta spagnola e unico italiano assieme a Masnada e Pozzovivo a classificarsi (su 42 azzurri) entro un’ora dal vincitore, con tutti gli altri in forte ritardo (dalle 3 alle 6 ore di distacco) gareggiando così in un campionato a parte; colpa di ciò il budget e il businness delle tre squadre italiane iscritte al Giro, che ancora vivono di gestioni “familiari” cristallizzate, una rendita di posizione dei fasti del passato che non da scampo contro l’evoluta realtà delle società sportive multidisciplinari d’oltreconfine gestite dalle Federazioni britanniche e francesi, le cui supervisioni porta i team a far man bassa di titoli, fama e sponsorizzazioni.

Un made in Italy (quasi) vincente invece in campo multimediale, con “GirodItalia.it” con 119 milioni di pagine visitate, “Rai2” con share quasi al 10% e 1,4 milioni di media ascolto, e i 3 milioni di utenti dell’applicazione “RaiPlay” come a dire che, oltre lo spettacolo “su strada”, ci si è divertiti anche dietro il piccolo schermo fin dalla partenza dall’isola del vulcano, poi quando si è “tagliata” la Sila risalendo la costa adriatica fino a Cervia, poi le grandi salite in Friuli, Alto Adige, Trentino e Piemonte, per arrivare in una Milano ancora non stretta d’assedio dalla pandemia com’è invece purtroppo all’oggi; abbiamo visto in azione la potenza degli “uomini jet” negli sprint di Arnaud Demare, la classe dei grandi (ex) come Peter Sagan e Vincenzo Nibali, e naturalmente la spregiudicatezza dei tanti giovani come Thao Geoghegan Hart (neo vincitore) e Jan Hindley che fanno 49 anni in due e hanno dato vita al finale di gara più emozionante di sempre, scompigliando le carte in tavola ed aggiungendo quell’imprevedibilità che da un po’ mancava in una disciplina come il ciclismo su strada che deve le sue performance migliori a rigide e gerarchiche discipline e tattiche di squadra.

(Giuseppe Vassura)