Immaginate una qualsiasi classe di una scuola superiore, ad esempio un liceo scientifico sportivo. Lunedì 14 settembre: si parte! Non tutti però, in classe solo il 50%, l’altro 50% in didattica distanza, e così via per circa un mese con i due gruppi che si alternano. Arriviamo al 24 ottobre, il Dpcm stabilisce che la Dad deve aumentare al 75% con l’entrata per le restanti lezioni in presenza alle 9 (sarebbe interessante sapere se ci sono state scuole che hanno posticipato l’orario d’entrata). Pochi giorni dopo, il 3 novembre ecco un altro Dpcm: stop alla didattica in presenza. Televisioni, giornali, tutti annunciano l’entrata in vigore del decreto per il 5 novembre. La scuola nella mattinata del 4 novembre invia una circolare in cui comunica agli studenti che dal 5 in poi si farà solo didattica a distanza. Nelle ore precedenti all’entrata in vigore del provvedimento l’ennesima lite tra Governo e Regioni impedisce la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale. Verso sera si sparge la notizia di uno slittamento del provvedimento. Confermato poi dall’ennesima apparizione serale del Presidente del Consiglio. Così il 4 alle ore 21.03 arriva l’ennesima circolare della scuola in cui si dice, fermi tutti, domani si rientra a scuola.

Scuola, banchi distanziati (Foto Regione Emilia Romagna)

Quindi per ricapitolare: nel giro di una settimana si passa dal 50 al 75% di Dad, con l’entrata alle 9 del mattino per l’unico giorno della settimana di presenza. Poi in 24 ore si passa dallo stare a casa al tornare a scuola un giorno, perchè poi dal giorno dopo la scuola avrebbe chiuso le aule almeno fin dopo le feste natalizie.

E’ certamente ammirevole lo sforzo immane di dirigenti e insegnanti per adeguarsi rapidamente alle continue indicazioni dei Dpcm, probabilmente scritte da chi sa poco di scuola e dei complessi meccanismi che ne regolano il funzionamento, un ruolo non invidiabile. Ma, credo, ci sia un limite a tutto. Quindi, di fronte a questo insopportabile balletto giocato sulla testa di studenti, insegnanti e dirigenti scolastici, io e mia moglie abbiamo deciso, giusto o sbagliato che sia, di tenere nostro figlio a casa da scuola il 5 novembre. E l’abbiamo motivato con una mail al coordinatore della classe e con una nota nella chat dei genitori. Fin qui tutto normale, come normale è stata la discussione che si è aperta tra noi genitori. Ma c’è una frase in questa discussione che non riesco più a sopportare e che continuamente nelle discussione di “cose” scolastiche appare: “La politica deve rimanerne fuori”.

Forse non è chiaro che è la politica che è entrata nelle scuole e che ha cacciato fuori studenti, insegnanti, dirigenti e operatori vari. E lo ha fatto a gamba tesa… a proposito di liceo scientifico sportivo.

Didattica a distanza (Foto di Julia M Cameron da Pexels)

Purtroppo continuiamo a ragionare con gli schemi della divisione politica come che la nostra (mia e di mia moglie) piccola decisione fosse frutto di una qualche preferenza politica rispetta ad un’altra. Purtroppo, e dico purtroppo, non è così. Non è più tempo di questi schematismi.

Ci troviamo di fronte ad una politica, tutta nessuno escluso, che, a livello nazionale, non è stata autorevole per imporre dal maggio scorso percorsi capaci di evitare o limitare ciò che stiamo vivendo oggi. Supportata da indecenti presidenti di Regione, che facevano a gara per apparire in televisione o nei social ad annunciare la loro bravura nel riaprire pezzi di vita sociale, cultura e sportiva, in una corsa a distinguersi nel dare per primi il via libera. Salvo poi eclissarsi di fronte ai primi problemi (mi risulta che la gestione della sanità sia ancora di competenza delle Regioni, ad esempio), quindi alla necessità di doversi assumere la responsabilità di decisioni dolorose, ancorchè immediate. Per poi ri-alzare la voce quando, in loro assenza, il Presidente Conte ha deciso la divisione dell’Italia in tre zone. Una vergogna. E siamo, purtroppo, convinti che nessuno di loro pagherà un prezzo per tutto ciò.

Ma un prezzo, molto alto, oggi lo stanno pagando i bambini, gli adolescenti privati di un pezzo di vita, privati di percorsi di socializzazione, formazione che non potranno essere recuperati in alcun modo.

Le imprese, che stanno pagando un conto salatissimo, potranno incontrare per strada un decreto ristori che in qualche modo allevia le loro sofferenze, i liberi professionisti hanno avuto qualche migliaia di euro a fondo perduto, altre risorse arriveranno, ma come verrà compensata la perdita di due anni di vita? Daremo 1.000 euro a ciascun studente, gli regaleremo un computer o, meglio, un cellulare? Non c’è nulla che possa recuperare ciò che è stato perso e il prezzo che pagheranno questi giovani e l’intero Paese nei prossimi anni sarà molto alto.

La politica non è il mio lavoro, ma la politica incide sul mio lavoro e sulla mia vita, come in quella di qualsiasi altro. Sono convinto che tutti noi, dalla persona della strada ai medici, tecnici, politici, sapevamo ciò che sarebbe successo in autunno. Abbiamo perso mesi a correre dietro ai banchi con le rotelle, abbiamo lasciato i dirigenti scolastici soli di fronte a linee guida inconcepibili. Forse se in questi mesi, sindaci, presidenti di Regioni, fino al Governo, seriamente, avessero discusso di piani per i trasporti, di piani per gli orari, piani per garantire sicurezza agli ospedali e a chi ci lavora, forse, forse ora non ci troveremmo in questa situazione.

Ma col senno di poi si fa poca strada. Ecco allora che di fronte ai numeri crescenti dei contagi si è scelta la strada più rapida, quella di chiudere le scuole, d’altra parte da chi considera teatri, cinema e biblioteche luoghi poco utili non ci si poteva aspettare di più. E’ apprezzabile lo sforzo che fa l’Urp dell’Ausl di Imola, nel suo resoconto quotidiano, per darci periodicamente il numero di studenti positivi divisi per classe, ma a che serve? Quanti sono tra gli studenti positivi quelli che hanno contratto il virus in classe? E’ come se dividessimo gli altri contagi per luoghi di lavoro: un tot alla Sacmi, un tota alla Cefla, un tot negli uffici comunali, un tot al centro Leonardo. E poi che facciamo? Chiudiamo la Sacmi, la Cefla il Comune e il Centro Leonardo.

Un’assurdità, le scuole non sono certo luoghi di contagio o almeno lo sono al pari di tutto il resto e, forse, con le misure messe in campo da chi ci lavora, più sicuri di tanti altri. Allora perché penalizzarle?

L’unico perché sta proprio nella debolezza di chi governa di fare fronte a quella che è sempre di più un’emergenza mondiale, ancorchè nazionale, che necessita di una capacità di visione che trova poco spazio tra i politici di questi tempi. E chiudere le scuole è meno rischioso che chiudere un qualsiasi luogo di lavoro, in termini di convivenza sociale e di voti elettorali.

Cosa resta? Se ci fosse un minimo di dignità si metterebbero da parte tutte le polemiche, si proverebbe di salvare il salvabile nella consapevolezza che ciò che è perso difficilmente lo si recupera, ma con la certezza che ci possono essere strade, difficili, tortuose fin che si vuole, che metteranno in discussione e che modificheranno i ritmi della nostra vita quotidiana, ma che possono, in parte, recuperare ciò che questi due anni è, stato portato via alle generazioni più giovani. C’è tutto: strumenti, professionalità, idee, basta cercarle e volerle applicare. Ciò che al momento manca è la volontà di andare oltre le sterili e inutili polemiche e la capacità di guardare oltre verso il bene comune. E questo vale, non solo per chi ha ruoli di responsabilità, ma anche per il singolo cittadino, nella consapevolezza che ciascuno di noi ha sulle sue spalle la responsabilità della sicurezza personale, ma anche di chi ci è accanto.

(Valerio Zanotti)