Oggi la più grande forma di trasgressione è la lucidità. (Paolo Rossi)

Ha scritto qualche tempo fa il compianto Sergio Zavoli: “Un morente senso della comunità. La volontà di esistere come popolo dispersa negli egoismi personali. C’è in giro una voglia di prendere le distanze, di essere altro dagli altri. Il dialogo con cui si costruisce pazientemente il confronto va spegnendosi in nome dell’immediato, del perentorio. Ciò porta all’indifferenza psicologica, all’ intolleranza umana e civile.

Occorrerebbe invece un corpo sociale almeno deciso a riconoscersi in se stesso, una partecipazione e una sorveglianza continue, cioè il contrario del rifiuto cui non corrisponde alcuna proposta, e dell’indifferenza che consegna ad altri, a chiunque, la nostra volontà. C’è bisogno di tornare a essere comunità”.

Questa è la sola “misura” in grado di scongiurare lo spettro del lockdown.

L’autodisciplina in luogo della costrizione, il rispetto al posto dell’insofferenza, il bene comune prima del proprio “particulare”, la solidarietà piuttosto che l’egoismo.

Tutta roba che non si compra al mercato.

Virtù che, al contrario del coraggio manzoniano, se non c’è l’hai te le puoi anche dare.

Se le coltivi con onesta dedizione.

Passo dopo passo, un popolo in cammino nella stessa direzione.

Il contrario di ciò che è accaduto negli ultimi tempi.

Durante i quali le Istituzioni hanno fatto poco per prepararsi a una nuova ondata ma noi abbiamo fatto molto per suscitarla.

Le cose che potevamo fare per scelta, scongiurando sofferenze umane ed economiche (nell’ordine, please) le dobbiamo ora compiere per forza.

La risposta alla domanda che ci siamo posti durante il primo lockdown è arrivata: non siamo diventati migliori.

La maggioranza è quella che è.

L’opposizione è molto peggiore.

Il popolo non sempre aiuta a governare.

Le Regioni ancor meno.

Potremmo compendiare così la situazione.

Tutti a dire che quanto accade era prevedibile.

Ma non è vero.

Poteva essere altrimenti.

Se fossimo stati più prudenti.

Se non ci fossimo assoggettati alla dittatura di una minoranza rumorosa.

Se i Bassetti e i Zangrillo si fossero presi un anno sabbatico.

Se l’informazione avesse onorato al meglio la sua responsabilità democratica.

Se i Governatori si fossero limitati a fare i Presidenti.

Se DiMaio fosse tornato a vendere bibite al San Paolo.

Se Salvini e Meloni non fossero Salvini e Meloni.

Se il “nuovo” Berlusconi tenesse al guinzaglio i suoi catenacci mediatici che dilaniano il corpo sociale strizzando l’occhio al negazionismo, al riduzionismo o solo al peggio.

In queste condizioni la collaborazione fra le forze politiche è una pura astrazione, che non si regge su presupposti reali.

Non c’è uno dei tanti critici che proponga qualcosa di serio.

Meglio che ognuno faccia decentemente il suo.

Ci manca, prima ancora della capacità di fare, la curiosità di capire, la volontà di cambiare.

In queste settimane è possibile cogliere il divario fra lo spessore angosciante dei problemi e la chiacchiera di fondo di un Paese smarrito.

Una classe dirigente malata di provincialismo, ignorante, imprevidente, opportunista.

Istituzioni e rappresentanze sociali incapaci di costruire uno scenario in cui inserire le azioni convergenti di ognuno.

Di liberare il futuro dall’ipoteca delle convenzioni, dei luoghi comuni, dei pregiudizi.

Di comunicare emotivamente il momento, di farne comprendere la portata, i significati, le implicazioni, per farne discendere i comportamenti utili a fronteggiarlo.

Se non per altruismo per autodifesa.

Tra tante ragioni, autentiche, esagerate, inventate, di cui si nutre il dibattito di questi giorni in cui tutto sembra precipitare, il fattore C, quello che indica la salute civica della comunità, è forse il più importante e il più trascurato.

Sepolto sotto la retorica del meraviglioso popolo che nei momenti di difficoltà sa stringersi a coorte e dare il meglio di sé.

Sarà che non ho memoria di questi frangenti storici, che le macerie dei terremoti sono ancora lì, che ho negli occhi le immagini del quartiere Quarticciolo a Roma mandate in onda da Propaganda Live, che ogni tanto la meio gioventù alle trasmissioni di Maria De Filippi di sfuggita la guardo anch’io, che per sentirci vicini nel momento del bisogno per poco non mi mettono sotto al passaggio pedonale.

Sarà per questo e per quello strano miscuglio di ostinata speranza e di malinconica rassegnazione che pervade l’animo di un anziano, che vorrei vedere oltre questa facciata convenzionale che fa velo alla realtà.

Ci manca tanto un Pasolini, capace di indagare le modificazioni profonde della società italiana.

Per sapere chi siamo.

Alla luce delle vicissitudini che stanno scuotendo il mondo intero non dovrebbe essere così difficile capire che non ci sarà ripresa economica durevole né soddisfazione dei bisogni sociali se non si contiene la pandemia attraverso scelte organizzative e comportamenti sociali appropriati.

L’idea balorda e criminogena che per scongiurare una “pandemia sociale” (bisognerebbe interdire chi ha coniato questa espressione) sia necessario allentare la presa sulla pandemia vera, ha prodotto danni su tutti i fronti, sanitario, economico e sociale.

Gridiamolo a chi ha negato l’evidenza, a chi ha sviato l’attenzione, a chi ha mentito, ingannato, illuso, istigato al suicidio di una Nazione.

Che ora deve partire da capo, come in un grottesco gioco dell’oca.

Con la frustrazione di chi ha dissipato i risultati preziosi conseguiti.

Con le scorte di umanità assottigliate, fiaccata nelle energie e nella fiducia.

Verso tutto e tutti.

Non è la condizione migliore per affrontare l’impegno che ci attende, con o senza lockdown.

Una misura che andrebbe decisa, se del caso, con maggiore razionalità, maggiore onestà, maggior rigore scientifico.

Perché non è la frontiera che separa il bene dal male, che ci preclude un futuro comunque difficile.

Questa improvvisa sollecitudine per i giovani, la giustizia sociale, i salari, la cultura, fa a pugni con quello che vediamo da tempo, con uno sviluppo economico che li ha bellamente ignorati.

Il nuovo inizio non può essere riconsegnato ai dogmi e ai sacerdoti di un modello ingiusto e rovinoso che produce, inquina, spreca senza redistribuire.

Se non i danni.

Anch’essi ingiustamente.

Non è su Briatore che si ritorceranno le conseguenze dei provvedimenti che ora siamo costretti ad adottare e delle resuscitate paure che tengono lontana la gente dagli esercizi commerciali.

“Ciò che oggi si può dire- scriveva Bobbio- è che la razionalità non abita più qui. Qui sta la vera distinzione fra moderno e post-moderno. Com’è lontano il tempo in cui Hegel insegnava ai suoi studenti a Berlino che la ragione governa il mondo. Oggi possiamo soltanto fare una scommessa.

Che la storia conduca al regno dei diritti dell’uomo anziché al regno del Grande fratello. Non basta la fiducia per vincere ma se non si ha la minima fiducia la partita è persa dall’inizio.

Per aver fiducia, dice Kant, occorrono giusti concetti, una grande esperienza e soprattutto buona volontà”.

Lauta mancia a chi la trova.

(Guido Tampieri)