Imola. “In questi giorni ho assistito al massacro mediatico della azienda nella quale lavoro da anni. Immediatamente mi è tornato in mente, e mi scuso subito per il paragone forzato, quanto è successo con il Covid.
Improvvisamente, durante la prima ondata della pandemia, medici ed infermieri sono stati lodati, a mio avviso giustamente, come ‘eroi’ per poi ritornare ad essere criticati quanto hanno manifestato le esigenze di aumento di organico, di rinnovi dei contratti, di miglioramento delle condizioni retributive, ecc.”

Cosa c’entra questo con la Cefla e con la vertenza sindacale?
“C’entra poiché una Cooperativa che, fino alla notizia del trasferimento del ramo di azienda, era stata un esempio di valori, di mutualità a favore del territorio, e di una attenzione verso le tutele – sanitarie, welfare aziendale, postazioni di lavoro/uffici, ecc – per tutti i dipendenti è diventata improvvisamente l’azienda nei confronti della quale, non solo i sindacati ma anche il sindaco e gli assessori comunali dovevano esercitare un attento controllo perché rispettasse le garanzia dei lavoratori e non minasse l’occupazione sul territorio. Ed immediatamente mi sono chiesto se parlavano della stessa azienda; se parlavano dell’azienda che per prima nel territorio imolese ha messo mani al portafoglio per provare a salvare la Cesi, la 3Elle, che ha donato macchinari evoluti ai medici all’ospedale di Imola per facilitare le Tac polmonari ed, avendo attivato la cassa integrazione durante il lockdown, non ha esitato a fornire all’Asl di Imola, in comodato d’uso, il parco macchine aziendali inutilizzato, per permettere ad infermieri e medici di prestare le cure a domicilio degli Imolesi bisognosi. Poi ho preso atto del cortocircuito mediatico quando ho sentito in alcuni video ed ho letto in alcune testate giornalistiche locali che c’era chi, tra le sigle sindacali, dichiarava pubblicamente che progetti analoghi sorti in ambito Confindustria avrebbero avuto immediata approvazione. Quindi o si voleva colpire la Cefla in quanto Cooperativa o forse più semplicemente, ma non per questo meno grave, il sindacato – neppure quello imolese – comprende che le Cooperative sono aziende che come tutte le attività, indipendentemente dalla ragione sociale, per sopravvivere devono competere sul mercato e devono continuare a generare utili proprio per poter fare mutualità  ed incrementare l’occupazione.”

Quindi da cosa nasce la sua amarezza?
“Non nasce certo per l’accordo raggiunto che è talmente penalizzante da fornire ai dipendenti della New.co maggiori tutele di qualsiasi altro dipendente Cefla, e che, come si è letto sui giornali, la cattiva Cefla poteva evitare  poiché il trasferimento era fattibile per legge in autonomia. Non nasce neppure dal progetto industriale perché, sebbene la campagna mediatica fosse ben attenta a non raccontarlo, la cattiva Cefla ha operato con l’acquirente ITAB in modo tale da assicurare che i 156 lavoratori coinvolti non perdessero un giorno di stipendio; fino alla sera del 31/12/2020 saranno impiegati in Cefla e dalla mattina del 01/01/2021 lavoreranno nella nuovo New.co, ma non solo: i lavoratori continueranno a lavorare nel medesimo stabilimento di oggi, svolgendo le medesime funzioni di oggi e con lo stesso pacchetto retributivo di oggi. Mi sembra una situazione leggermente diversa da quella di altre realtà sia imolesi che italiane. L’amarezza è solo nei confronti di chi per ideologie oramai passate non capisce che la realtà cooperative come Cefla, Sacmi, Ceramica Imola, ecc. che costituiscono l’eccellenza industriale del  territorio devono, per continuare ad essere tali e per garantire occupazione ai nostri figli e nipoti, operare scelte difficili quando le condizioni di mercato lo impongono. L’amarezza è leggere o sentire che l’azienda per la quale lavoro ha abbandonato 156 figli liberandosi di un business come ci si libera di un ramo secco, significa offendere l’azienda ed i suoi soci che, dopo dieci anni di investimenti e riorganizzazioni, hanno costruito ed una alternativa e una prospettiva per la continuità occupazionale a 156 colleghi e per il mantenimento a Imola di una attività produttiva storica. Se quanto fatto non è da Cooperatori…”.

(a cura di m.z.)