Secondo i calcoli del Global Footprint Network siamo alla frutta perché ogni anno viviamo a credito di risorse per più di quattro mesi, per l’Italia il giorno dell’esaurimento 2020 è stato fissato al 14 maggio, urge perciò porre rimedi per fermare questa pericolosa tendenza; la strada all’oggi che pare più percorribile è quella in ottica “circolare” abbracciata con il Green Deal dalla Commissione Europea che, nel post pandemia, favorirà un’economia più sostenibile e meno dipendente da risorse sempre più scarse.

Green deal (Foto Pixabay)

Fa eco il Time che in un numero speciale indica il 2020 come l’anno strategico per uscire dalla crisi globale che stiamo vivendo, ragionando su economia, ambiente e naturalmente sanità in ambito pandemia; una lunga arringa che il famoso magazine ha voluto dedicare al futuro del Pianeta, scrivendo di “umani” solo volti a promuovere politiche a loro immagine e somiglianza in merito lo sviluppo di sistemi produttivi, tecnologia e quant’altro.

Settore “caldo” è quello del Food per una popolazione mondiale che corre verso i 10 miliardi del 2050, ma non solo cibo, anche sapere cosa si mette in bocca, da dove proviene e come è stato prodotto lottando così contro gli sprechi della filiera agricola “intensiva”, soprattutto quella zootecnica (animale) che dal 1961 ad oggi è cresciuta di cinque volte e dove le tecniche di allevamento sono fra le principali cause dell’effetto serra e degli sprechi, perché il percorso “prendere, produrre e gettare” non è più sostenibile al pari di una domanda che oggigiorno chiede cibo salutare, nutriente ed economico, coltivato con tecniche a basso impatto che non comportino emissioni di gas serra o perdita della biodiversità.

Fortuna e meriti hanno finora voluto che coscienza civile e sviluppo sociale facciano parte della nostra vita, favoriti dall’ambiente economico accogliente e dalla efficienza del sistema politico che la democrazia e i diritti civili rafforzano, dando voce a quelle persone in condizioni di privazioni o più vulnerabili; finora infatti nessuna carestia si è mai verificata in Paesi molto poveri e di fronte a gravi crisi alimentari quando queste nazioni sono state governate democraticamente, con elezioni regolari, partiti di opposizione e un’informazione libera, ne è un esempio la democrazia indiana che malgrado molte imperfezioni ha generato incentivi politici in grado di evitare carestie di grandi proporzioni, di contro nella Cina popolare la carestia del 1958-1961 ha provocato quasi 30 milioni di morti.

Pollice verso anche per limitare i consumi di petrolio, di cui abbiamo raggiunto il punto più elevato anche se secondo le stime non riprenderanno a salire e anzi si dimezzeranno entro il 2040, analisi queste avvalorate dall’esempio di BP che sta dimezzando la produzione e ha investito più di un miliardo di dollari per “entrare” nell’eolico; buone anche le notizie provenienti dai governi europei che sono sempre più attenti a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, non come invece Cina e Usa ancora irresponsabilmente alla “finestra”.

Per offrire soluzioni alle trasformazioni di urbanizzazione, demografia e stili di vita e al contempo promuovere la sostenibilità ambientale servirà impegno e abnegazione perchè vivremo sempre più sulla nostra pelle gli “attriti” di un mondo dalle molte istituzioni (mercato, magistratura, partiti, politici, media, ecc.) anche se la democrazia farà in modo di supportare per rafforzarsi a vicenda (anziché ostacolare), sarà perciò priorità risolvere i problemi ereditati dal passato su disuguaglianze e povertà per affrontare senza patemi quelli odierni legati al degrado ambientale o al sovraffollamento, perché è proprio (anche) da questi aspetti che dipende il rafforzamento delle istituzioni per cogliere le possibilità per sostenere al meglio lo sviluppo futuro.

Di larga portata poi i problemi della qualità della vita nelle città che occupano soltanto il 2% della superficie terrestre ma ospitano oltre la metà della popolazione e generano l’80% di tutta la produzione economica, senza dimenticare la stima che entro il 2045 altri 2 miliardi di persone vivranno nelle aree urbane contribuendo così ad incrementare mobilità dei consumi e del lavoro; messaggio questo rivolto ai decisori politici nazionali e locali a cui non basterà di certo varare politiche di solo “valore aggiunto” per migliorare la qualità della vita degli abitanti, come quella di digitalizzare col 5G (in post Covid) spazi urbani, trasporti e produttività.

(Giuseppe Vassura)