Esperienza è il nome che diamo ai nostri errori. (Oscar Wilde)

A settant’anni dalla Costituzione che le ha previste e a cinquanta dalla loro nascita è forse tempo di fare il punto sulla rotta delle Regioni.

Sottraendo l’Istituzione alle tristi dispute cui la condannano le trame dei partiti e l’egotismo degli uomini ( donne, mi pare, ce n’è una sola) che le presiedono.

Una turbativa che ne ha via via sviato i passi e dis-integrato l’evoluzione, misurata su una pretenziosa visione autocentrata.

E non, come sarebbe necessario, su un disegno riformatore ispirato a criteri di integrazione funzionale.

Per assicurare una coevoluzione dell’intero assetto istituzionale verso equilibri democratici, decisionali e operativi più alti.

L’indegna gazzarra suscitata su una classificazione complicata quanto volete e tuttavia ispirata a criteri oggettivi e progressivi necessari ad affrontare una situazione in differenziata evoluzione, è la cartina di tornasole di una condizione che il legislatore dovrà riconsiderare.

È bene dunque che lo “scandalo” sia venuto alla luce.

Mai i Costituenti avrebbero pensato che sarebbe andata a finire così.

In principio fu un centralismo rigido.

Ascoltava e parlava ai territori attraverso i Prefetti.

Era l’Italia della ricostruzione, dell’industrializzazione: Fiat, Eni, Montedison, Marghera, Ottana, Taranto….

Richiedeva decisioni pesanti, a largo raggio.

Che nessun territorio, da solo, poteva prendere.

Come quella di un moderno sistema autostradale che collegasse tutto il Paese.

Utile in primo luogo alle imprese del triangolo industriale padano.

Per vendere le proprie merci.

Al sud.

Da cui comprava braccia a basso costo.

Il Veneto scriveva già sui muri “terroni a casa”.

Era un’Italia ricca di energie e di contraddizioni.

Senza una legge sui suoli, con una legislazione ambientale arretrata.

L’alluvione del Polesine, il crollo della diga del Vajont, è in quel tempo che le coste cominciano a essere cementificate e gli speculatori mettono le mani sulle città.

Come non hanno mai smesso di fare.

Non ricordo che la sanità centralizzata funzionasse meglio.

Dove non funzionava ha continuato a non funzionare anche dopo l’avvento delle Regioni.

Clientele e inefficienze ci sono sempre state.

La televisione cominciava a unire un Paese dalle tradizioni e dagli idiomi incomunicanti, con la stessa solerzia con cui i media si dedicano oggi a dividere quel che sarebbe bene tenere assieme.

C’erano altre cose buone, ma non mi vengono in mente, siamo strane creature che ricordano sempre il peggio.

In seguito c’è stata la sbornia federalista.

Una riorganizzazione dello Stato tanto necessaria quanto precaria, che ha proceduto a strappi nella direzione giusta e nelle forme sbagliate.

Il mondo era cambiato, il centralismo scoppiava, come una pentola a pressione che deve sfiatare, impossibilitato a contenere le dinamiche centrifughe della società.

L’assetto istituzionale che i Costituenti avevano disegnato articolato e flessibile, come deve essere ogni organismo per essere in grado di governare la complessità, andava adattato alla nuova condizione relazionale e competitiva che metteva a confronto su scala planetaria i sistemi territoriali.

E reclamava referenti decisionali vicini e sensibili, con poteri commisurati alle nuove funzioni e compenetrati in un assetto unitario.

Sistemi territoriali e sistema nazionale, sostenne allora chi aveva cognizione di causa, Stato e Regioni forti, assieme, in un assetto nel quale il principio di distinzione non può vivere disgiunto dal principio di cooperazione.

Pena l’ingovernabilità.

Tanto più se si perviene a un approdo federalista, unico caso al mondo, per disaggregazione e non per aggregazione delle realtà preesistenti.

Non è andata così.

Nessun partito aveva un’esperienza federalista, nessuno aveva un’idea scientifica del punto di arrivo del processo che si stava avviando.

Una sorta di federalismo “a la carte”, un po’ “imbezel” come dicono dalle nostre parti, in cui Cattaneo si perde dentro l’ampolla del Po.

Un processo che ha risentito da subito dell’ambigua matrice secessionista del partito che se ne era fatto promotore.

La sinistra è andata in scia, per reggere la forza d’urto dell’avversario, la sua cultura era regionalista, non federalista.

Le riforme fatte portano tutte il segno di questo contrasto.

Il resto lo ha fatto la velleità di ritrovare l’identità smarrita lungo le strada della globalizzazione entro dei confini amministrativi.

Venti scatolette incomunicanti si sono fatte convinte di reggere da sole le sfide del nuovo millennio.

Tutte le Regioni si sono date una rappresentanza a Bruxelles, alcune hanno aperto uffici a Pechino, dove non sanno nemmeno cos’è l’Emilia.

Il rapporto con lo Stato, di converso, resta affidato a strumenti arcaici come la conferenza dei Presidenti, che funziona di fatto all’unanimità, e la Conferenza Stato Regioni.

A dirimere le controversie è la Corte Costituzionale, diventata giudice di conflitti piuttosto che di diritti.

Le criticità si spingono oltre i ritardi e le inefficienze di questa o quella realtà, del resto comuni anche al funzionamento dello Stato nazionale.

Oltre la morbosa litigiosità alimentata da partiti al servizio del proprio interesse prima che del bene comune e da uomini al servizio delle proprie vanità.

“Disegnate come enti con compiti legislativi, scrive Cassese, la loro energia è assorbita in gran parte dall’attività amministrativa. Dovevano essere tutta testa con piccoli corpi ed è accaduto il contrario. Ci si aspettava fossero l’espressione di un diverso modo di gestire, misurato sulle prestazioni, i servizi, la soddisfazione dei cittadini e oggi paiono preoccupate principalmente della misurazione della popolarità dei loro Presidenti, chiamati pomposamente Governatori. A quotidiano colloquio televisivo col proprio popolo”.

Guardando la gente negli occhi, come amano dire.

Chissà dove guardavano Cavina, Fanti, Bersani, solo Turci, forse, aveva difficoltà a farlo.

Meglio scherzarci su.

Accomunate da uno spirito rivendicazionista che l’acquisizione di rilevanti poteri non ha placato, le Regioni non sono riuscite a diventare, nel loro insieme, quel soggetto politico-istituzionale che doveva stabilizzare e qualificare la governance del Paese.

“Dovevano costituire la soluzione all’annoso problema dello Stato, – conclude Cassese- sono diventate esse stesse parte del problema.”

Se non fosse che la riforma di Renzi era davvero bruttina, quella di un riordino generale su basi funzionali resta tuttavia, dimenticata da chi ne aveva garantito la pronta attuazione dopo il referendum, la strada da percorrere.

(Guido Tampieri)