Era nelle previsioni. Lo si era annunciato all’indomani del DPCM che a marzo ha chiuso tutto a causa dell’emergenza sanitaria. In una situazione di convivenza forzata le donne conviventi con maschi violenti avrebbero pagato un prezzo alto. Non solo per la situazione oggettivamente reclusiva, ma anche per la maggiore difficoltà a chiedere aiuto. Più stretto il controllo e, in presenza di figli, maggiore sopportazione.

L’assessora alle Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna, Barbara Lori e la Presidente del Consiglio Regionale Emma Petitti, hanno tradotto ieri in numeri questo stato di cose durante una conferenza stampa. I dati sono stati raccolti dall’Osservatorio regionale sulla violenza di genere in collaborazione con i 21 centri antiviolenza presenti in regione.

I mesi del lockdown di primavera

Le chiamate al numero verde nazionale dedicato, il 1522, in Emilia Romagna sono più che raddoppiate. 804 fra marzo e giugno di quest’anno contro le 365 nello stesso periodo dell’anno scorso ( dati ISTAT). Nei primi 6 mesi del 2020 a fronte si è registrato un calo complessivo degli omicidi. Fra questi tuttavia i femminicidi sono cresciuti del 5%.

683 donne fra marzo e giugno si sono rivolte ai servizi e ai centri per un primo contatto. 121 lo hanno fatto dopo contatti precedenti. Nel 2019 erano state 45 in meno e 70 in meno nel 2018. Le chiamate per chiedere supporto sociale o psicologico a seguito di violenza o stalking  sono state 377 più del doppio che nel 2019 quando ne erano pervenute 171. Concentrate di notte o di mattina presto fra le 21 e le 5 di mattina (+ 7,4%) con una riduzione durante le feste pasquali , del 25 aprile e 1 maggio. Un momento della giornata evidentemente in cui si allenta il controllo dell’uomo maltrattante.

La Presidente del Consiglio regionale Emma Petitti

Nel 2019 sono state 5.662 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza sulle 4.871 del 2018. Nei primi 5 mesi di quest’anno hanno contattato i Centri 2.134 donne sulle 2.497 del 2019. E’ evidente che il dato alla luce di quanto sopra, conferma la difficoltà nel periodo di lockdown di attivare un contatto per chiedere aiuto. Difficoltà testimoniata anche dal fatto che a marzo 2020 ci sono stati 184 contatti a fronte dei 340 del 2019. In linea con questi il numero di ingressi in case rifugio: 143 nel 2019 e 76 nel 2020 da gennaio a maggio. In calo anche gli accessi ai centri per uomini maltrattanti, che sono stati nel medesimo periodo 106 a fronte dei 129 del 2019.

L’Assessora alle Pari Opportunità della Regione Barbara Lori

Le risorse e la rete dei servizi in regione

La Regione Emilia Romagna ha stanziato in aprile 357.000 € per far fronte alle spese straordinarie   dovute all’emergenza sanitaria (strutture ricettive temporanee, acquisto di tecnologie per i contatti a distanza con le operatrici, ecc.). Il Dipartimento per le Pari Opportunità ha stanziato 15.000€ per ogni casa rifugio e 2.500€ per ogni centro antiviolenza, da assegnare tramite bando.

In Emilia Romagna oltre ai 21 Centri antiviolenza sono presenti 41 case rifugio e 16 centri per uomini maltrattanti (7 pubblici e 9 nel privato sociale). A sostegno di questi servizi la Regione Emilia Romagna investe quasi 2,7 milioni di Euro stanziati dal Dipartimento Nazionale per le Pari Opportunità . 1 milione va ai centri antiviolenza, 1 alle case rifugio , 658.000 a supporto dell’autonomia abitativa e 50.000 ai centri per uomini maltrattanti. Nel 2019 370 uomini hanno intrapreso percorsi in carico a questi mentre nel 2018 erano 249. Va detto che il codice rosso prevede attenuanti, riduzioni di pena o sospensione condizionale della pena per gli uomini maltrattanti se intraprendono un percorso di assistenza presso i centri a loro rivolti.  Nelle case rifugio  si sono registrati 54.652 pernottamenti contro i 41.903 del 2018.

Numeri che rimangono sconcertanti. In Italia 91 femminicidi già consumati nel 2020 (RAI TG3 di ieri) e 4.000 chiamate al numero verde che rappresentano un incremento percentuale a due cifre sono segnali più che allarmanti. La strada per eliminare la violenza di genere è ancora lunga e può accorciarsi solo intervenendo sulle cause culturali fondate sul patriarcato e sugli stereotipi sessisti.

(v.g.)