Ma non è una cosa seria. (Pirandello)

Sepolto sotto montagne di cotechini, confuso fra le nebbie dei mojito, il Natale sarebbe pur sempre una ricorrenza spirituale.

In occasione della quale la cristianità celebra la nascita del Figlio di Dio.

Con la preghiera, se crede, e col raccoglimento, per quel bisogno di concedersi ai buoni sentimenti che di tanto in tanto ci prende.

In intimità con le persone più care.

Non così numerose e pericolose da essere separate per legge.

Dicono che sarà consentito anche fare il presepe.

È questo che rende il Natale una festa così speciale.

Unica.

Per ammucchiarsi c’è ferragosto.

E carnevale, se non fosse per tutte quelle maschere.

Simbolo dell’oppressione.

Della ragione sull’imbecillità.

Di quale Natale stiamo parlando, allora?

Il mio non lo sento compromesso dal covid.

E nemmeno dalle restrizioni del Governo.

Che molti reputano peggiori del virus.

Fiduciosi di essere perdonati dal Padre perché non sanno quello che dicono.

Dato che non hanno assaggiato la medicina o confidano nell’età per non doverla assaggiare.

Si può capire ( fino a un certo punto) che un commerciante non voglia interrompere l’attività che gli dà da campare, pur se una buona ragione per vivere non è anche una buona ragione per morire.

Ed è certo lecito ( entro i confini della decenza) insistere, come stanno facendo le Regioni, per riaprire quel che è appena stato chiuso.

Importante è farlo senza infingimenti.

Perché l’intenzione di chi propone di abbassare la guardia non ha molto a che vedere con lo spirito della natività.

Gli orari d’apertura riguardano Cesare, non Dio.

Usare il Natale, nascondere il profano dentro il sacro, è blasfemo.

Ci vuole rispetto.

E visto che si tratta di ragioni economiche la domanda da porsi è: quanto costa?

Quanto costa l’artificio di abbassare i parametri formali là dove non riusciamo ad alzare a tutela dei cittadini difese sostanziali?

Come abbiamo fatto con l’atrazina nell’acqua, il particolato nell’aria, i metalli pesanti nei terreni.

E ora col covid.

Par di capire che il ragionamento sia questo: ci contagiamo ogni giorno di più, ma meno di quel che si temeva.

Ergo, togliamo le limitazioni che hanno contenuto la progressione del virus e torniamo alle regole di prima.

Quando la gente era più libera di morire.

Qual’é la soglia accettabile del cinismo?

Il bollettino dell’epidemia annuncia altri 850 morti.

Uno più, uno meno.

Ormai si va alla grossa.

Quelli che interessano sono altri indici.

La capienza degli ospedali in primo luogo.

Così si possono intubare più persone.

L’idea che sarebbe meglio infettarsi meno si affaccia solo quando le strutture scoppiano, il mare non prende più acqua.

L’associazione dei parrucchieri protesta contro il divieto di spostarsi fuori Comune.

Mia madre lavava i capelli in casa ed erano, nel mio ricordo, bellissimi.

L’economia ha le sue ragioni, mica viviamo d’aria ( oddio, forse è meglio dire che dobbiamo pur mangiare).

Ma, terrorismo per terrorismo, sarà pur vero che si fa allarmismo per il covid, come dice Toti, protettore degli anziani, e però si esagera anche col catastrofismo economico.

Se si pensa che fra poco saremo vaccinati e il sistema mondo ripartirà.

Più forte e più ingiusto che pria.

Con un pizzico di sensibilità in più, l’Italia ha già dimostrato di saper sopravvivere nelle ristrettezze.

Quarant’anni fa il PIL era di 20 punti inferiore, le imprese producevano meno di tutto.

Eppure l’occupazione era più alta, più stabile e relativamente meno retribuita, la povertà più dignitosa.

C’erano anche i medici di base.

L’economia non è regolata da leggi inesorabili ed eterne.

Si esercita entro una cornice di regole politiche, è espressione di visioni ideologiche mutevoli e non di rado sbagliate.

La teoria classica, oggetto di una considerazione quasi sacrale, fu mandata a gambe all’aria dalla crisi del ‘29.

Se ancora tanta gente soffre e muore di fame non è perché si produce poco ma perché l’economia non risponde a istanze democratiche e a criteri di giustizia.

Deploriamo la miseria ma non siamo capaci di atti di redistribuzione solidale.

È il cambiamento climatico l’annuncio della fine del mondo che abbiamo conosciuto, non la chiusura delle discoteche.

Che qualche Governatore troverà ben il modo di far riaprire.

Per il bene dei dipendenti, naturalmente.

Non si trova più un imprenditore che dica di voler tener aperto per sé, per i suoi legittimi interessi.

Vuoi vedere che il covid ci ha davvero cambiati?

Adesso sappiamo che questa “nuttata” finirà.

Si tratta di resistere ancora un po’.

Senza disperdere la nostra umanità residua.

Non so quanti decessi ci sono stati per la “pandemia sociale”.

Foss’anche uno solo ci rattrista.

Quelli provocati dalla pandemia sanitaria sono 50.000.

Troppi, anche ricalcolati come vorrebbe l’incredibile prof. Bassetti.

Troppi per non inorridire davanti alle bare inalberate nelle piazze da bestie senza misericordia per enfatizzare il disagio materiale.

Che è reale, ma forse non come viene rappresentato.

Pubblici impiegati e pensionati corrono certo meno rischi.

E però non tutte le imprese per fortuna sono andate male, non tutti i professionisti sono “alla canna del gas”.

L’aumento dei depositi bancari non è stato prodotto solo dalle infermiere e dagli impiegati delle poste.

Questo è un Paese ancora relativamente ricco.

Che dispone delle risorse pubbliche e private, trasparenti e occulte, per scollinare.

Se utilizziamo quei soldi con razionalità e con onestà, di chi li da e di chi li prende, in favore di imprese davvero in difficoltà e di poveri veri, con spirito di autentica solidarietà.

Se ci comportiamo da cristiani, almeno a Natale.

Ci si potrebbe orientare ad aprire assennatamente solo quel che si può.

Senza rischiare di gravare ancor più sul personale stremato di ospedali gremiti e di accrescere il peso, anche economico, della paura razionale che i comportamenti irrazionali sempre alimentano.

In attesa di tempi migliori.

Lasciare la gente libera di fare “perché siamo adulti e sappiam ben noi come comportarci” rischia di trasformare questa oasi di serenità in un appuntamento di morte.

Non basteranno certo gli appelli alla moderazione per scongiurarlo.

Diciamolo con forza ai decisori politici: soppesate bene le vostre decisioni.

Se sbagliate il tiro vi guadagnerete forse qualche effimera benemerenza ma porterete sulla coscienza il peso di ogni gratuita sofferenza.

(Guido Tampieri)