Medicina (BO). E’ nelle librerie il nuovo libro di Corrado Peli: “Il sangue degli abeti” (Fanucci – Nero italiano). Si può dire che con questo lavoro Peli approda al giallo, quello classico, anche se i suoi contenuti giocano molto sulla psicologia dei luoghi e delle persone. Lo scrittore medicinese, con lo pseudonimo di Corrado Spelli, aveva già dato alle stampe “La stanza del dipinto maledetto” (Newton narrativa), un thriller che strizzava l’occhio al fantasy, che ha poi riproposto come genere nell’e-book “L’isola dei dannati”. Con “I bambini delle case lunghe” (Fanucci – Nero italiano) l’approdo al Noir e il ritorno al suo cognome originale. E ora questo “Il sangue degli abeti”.

Corrado, so che a te non piace molto il gioco delle etichette, ma mi sembra di potere dire che con questo ultimo lavoro ci sia un importante avvicinamento al giallo classico, a differenza dei libri precedenti
“È vero che non amo le etichette, ma ancor meno riciclarmi. Il mio romanzo precedente (I bambini delle case lunghe) è stato molto apprezzato, sarebbe stato più comodo per me restare in quel contesto, sia di atmosfere che di trama, ma ho preferito cambiare e confrontarmi con qualcosa di diverso, a costo di deludere qualche lettore”.

Un tentativo riuscito, quando un libro ti tiene lì e non vedi l’ora di leggere la pagina successiva significa che ha ritmo, che suscita suspence, mi sembra di potere dire che sia ne “I bambini delle case lunghe”, ma soprattutto in questo ultimo, tu ti sia liberato da certi legami e ti sia lasciato andare al pure istinto di scrittore.
“Sicuramente di più in quest’ultimo romanzo. Ne I bambini delle case lunghe ci sono la mia infanzia e i miei luoghi, ne Il sangue degli abeti no, è tutta invenzione, anche se conosco bene il contesto in cui l’ho ambientato, l’appennino modenese”.

Nei tuoi libri comunque c’è una costanza, quella di scavare dentro l’animo delle persone e, se vogliamo, anche dei luoghi, cercando di raccontare quel male oscuro che chissà perché colpisce certe realtà, un po’ alla Stepehen King che sappiamo essere uno dei tuoi autori preferiti.
“Quando comincio a scrivere una storia il luogo è la prima cosa che definisco. Spesso non ho ancora un’idea della trama e dei personaggi, ma ho ben preciso dove i miei protagonisti dovranno camminare. Nei miei romanzi l’ambientazione diventa protagonista. In particolare la provincia quella che mi attrare, il contesto piccolo, chiuso, un po’ fuori dal mondo, come l’abitato di Roccacupa, dove si svolgono le vicende di questo romanzo”.

Un altro elemento comune a molti tuoi lavori è questo scorazzare nel tempo, a volte addirittura tra i secoli, in questo libro tra momenti diversi di un tempo limitato, da cosa è dettata questa scelta?
“Come ritengo fondamentale il ruolo dell’ambientazione, allo stesso tempo cerco di dare profondità ai protagonisti. Per raggiungere questo obiettivo scavo nel loro passato, e l’utilizzo dei flashback diventa una soluzione ottimale”.

Possiamo dire che i misteri di questo libro ruotano attorno alla figura del maresciallo Morra, un po’ come Don Gaetano il parroco ne “I bambini delle case lunghe”. D’altra parte nei piccoli paesi le autorità erano davvero il parroco, il maresciallo dei carabinieri e il medico condotto…
“Ecco, il medico condotto sarà il prossimo protagonista del mio romanzo… sto scherzando. Il maresciallo Morra è nato e cresciuto sulle coste del Salento, quando ha cominciato a servire l’arma dei carabinieri è stato mandato prima a Castellamare di Stabia e successivamente a Rimini. Poi, quindici anni fa, è stato assegnato al comando di Roccacupa, questo paesino sperduto sull’appennino modenese. All’inizio pensava di impazzire, lontano dal mare, in un buco dimenticato da dio… e invece, piano piano, ha imparato ad apprezzarne la semplicità e la tranquillità. Roccacupa è il classico posto dove non accade mai nulla. O meglio, così dovrebbe essere”.

Per le indagini invece del classico Commissario hai scelto un tenente dei carabinieri, casuale o voluta?
“Quando viene trovato un cadavere arriva da Modena a Roccacupa il tenente dei carabinieri Sandra Pianigiani. Il carabiniere donna che sale dalla pianura e si trova a pestare il territorio di un altro carabiniere, il maresciallo Morra, che a Roccacupa fa un po’ il bello e cattivo tempo. Mi piaceva questo incontro/scontro tra due figure forti, con la stessa divisa ma così diverse”.

Stiamo attraversando un periodo dove si parla molto di Comunità, del fare assieme, ecc. In questo tuo libro la comunità e i sentimenti, come amicizia e amore, non ne escono molto bene. Significa che in questi nostri tempi tali concetti sono più che altri slogan ai quali però tutti crediamo poco?
“Nel mio romanzo le scelte sono in funzione della trama e non ho intenzione di esprimere messaggi o fare la morale alla nostra società. Detto ciò, il momento in generale non è roseo, e non solo dal punto di vista economico e sanitario. Nei mesi scorsi si diceva che saremmo usciti da questa pandemia migliori, io già non ci credevo allora, adesso meno che mai, vedo molta rabbia, insofferenza e nervosismo”.

A te piace molto descrivere la provincia, quella più dispersa rispetto ai grandi centri dove scorre la vita. Quei luoghi dove il tempo non passa mai e dove ti devi inventare qualcosa per fare sera. Quei tratti comuni che descrivi bene nei tuoi libri esistono veramente?
“Esistono ancora, anche se erano più marcati nel passato, quando non esisteva internet, le macchine erano più lente e le strade più difficili da percorrere. Ad ogni modo un piccolo paese come Roccacupa (nome inventato ma alcuni lettori riusciranno a scoprirne la vera identità) dista mezz’ora di tornanti dal primo paese dove si può trovare qualche divertimento (Pavullo). Mezz’ora di tornanti, in inverno, non sono sempre simpatici da affrontare per cui spesso si resta in paese e bisogna inventare qualcosa per trascorrere le serate. Un po’ come accadeva a me a miei amici quando, ancora senza patente, si restava a Medicina, oppure quando scendeva quella nebbia che riuscivi a vedere più in là di un metro”.

In una recente intervista hai detto che una delle cose che ti ha spinto a scrivere è la noia che spesso ti attanaglia nelle piccole realtà. Ultimamente Medicina non sembra che se la sia passata tranquillamente, Da Igor al Covid. Chissà forse si aprono nuove ispirazioni per i tuoi futuri lavori.
“In effetti ne avremmo fatto volentieri a meno, sia di Igor che del Covid. Non penso che scriverò qualcosa su questi temi. Ad ogni modo il periodo del lockdown mi ha dato modo di avere un po’ di tempo per terminare un altro romanzo che avevo già cominciato. Un altro cambio di rotta, ma non aggiungo altro”.

Ci sono alcune tracce in questo libro che fanno pensare ad un seguito: da una parte possiamo dire che hai scritto della pianura (quella che noi chiamiamo Bassa) con “I bambini delle case lunghe”, ora siamo passati agli Appennini. Manca il mare, che d’altra parte per chi abita in questa parte dell’Emilia Romagna è sempre stato un altro punto di riferimento. Quindi il prossimo libro lo ambienterai sulla Riviera adriatica?
“Mi sa che in qualche chiacchierata ti avevo spifferato qualcosa. Confermo che sarà al mare, nella nostra riviera. In un altro luogo che conosco molto bene, ma non aggiungo altro”.

Dall’altra parte c’è un altro indizio. Tutti i gialli che si rispettano vivono sulla figura o sulle figure degli investigatori. Tu hai fatto una scelta di mettere assieme il tenente Sandra Pianigiani con l’ispettore Rocca e poi l’amico giornalista, tutti gli ingredienti per un seguito…
“È vero, ma al momento non è in programma”.

(Valerio Zanotti)