Per ricordare Tina Violetta che si è spenta giovedì 12 novembre, a 98 anni, vorrei partire paradossalmente dalla fine della sua lunga vita. Il 24 maggio 2019 ricevetti un messaggio inviato dal musicista Enrico Pelliconi, che non conoscevo.

Clementina “Tina” Violetta

Dietro a quelle poche righe si nascondevano la storia, la volontà di ferro e la generosità di Tina. Era diversi mesi che esprimeva ai suoi nipoti, tra cui Enrico, un grande desiderio: quello di veder scritta la sua storia in un libro e in pomeriggi che non potrò mai dimenticare mi ha spiegato il perché: con una dolcezza e una lucidità incredibile ha sottolineato che l’eredità più importante che poteva lasciare ai suoi nipoti, e indirettamente agli imolesi, non era il suo appartamento o i suoi beni, ma la sua memoria.

In chiacchierate che per me sono state meravigliose lezioni di storia mi ha fatto entrare nel mondo dei “bambini della ruota”, cioè di quei neonati che venivano abbandonati dai genitori nelle ruote degli ospedali, mi ha portato a fianco di sua madre nelle risaie di Campotto e lungo il lavatoio del Canale dei Molini, ma soprattutto mi ha fatto vedere la guerra.

Mi ha raccontato, con una semplicità che mi ha subito conquistata, come si sia opposta al nazifascismo con la sua attività di staffetta e di come sia stata al fianco di tanti grandi protagonisti della storia imolese, in apparenza senza rubare loro la scena, ma in realtà recitando un ruolo importantissimo.

La sua era sempre stata una famiglia antifascista, ma il giorno in cui decise di che avrebbe aiutato quanti si stavano battendo per sconfiggere i Tedeschi e far finire quella terribile guerra fu il 13 maggio, il giorno del primo terribile bombardamento su Imola.

Tina lavorava nell’alimentari di via Appia. Quando sentì la sirena corse fuori e corse verso il rifugio, ma non ci arrivò mai. Si ritrovò proprio nella Pineta nel momento in cui quella zona divenne un inferno. Si salvò solo perché un uomo, Ciommei, la tirò in un fosso e la invitò a stare giù anche al termine del primo passaggio, sicuro che ce ne sarebbe stato un secondo.

Clementina “Tina” Violetta

Nei giorni successivi in Comune venne preparato un lasciapassare a suo nome che le consentiva di superare lo sbarramento nazista che c’era sul Ponte Vecchio. Grazie al lasciapassare avrebbe dovuto portare dall’altro lato grandi borse che avevano, nascosto sul fondo, cibo, messaggi, medicine e, in alcuni casi, armi.
Un giorno aveva proprio un Parabellum. L’aveva coperto con decine di grappoli d’uva, ma quel cibo fece gola alla guardia che c’era sia a un lato del ponte sia a quella che era dall’altra parte. Se avessero tirato fuori diversi grappoli avrebbero trovato l’arma da fuoco.
Tina sapeva che in quel caso sarebbe stata mandata in Germania e che da lì non sarebbe forse più tornata indietro.

Il ragazzo che aveva conosciuto e di cui era innamorata, Dante Pelliconi, era stato su uno di quei maledetti convogli e si era salvato dalla deportazione e dai campi di concentramento solo perché aveva deciso di buttarsi giù dal treno. Tina portò spesso aiuti ai partigiani di Dante, che divenne comandante con il nome in codice di “Ragno”, di stanza alla Faggiola.

In un’occasione, in cui era con il suocero, non riuscì a raggiungere i partigiani perché iniziarono a sentire decine di spari provenire dall’alto. Tina scappò a rotta di collo, nascondendosi tra gli alberi. Tina non mi ha mai nascosto il terrore vissuto, non ha mai voluto passare per un’eroina. E proprio questo suo sottolineare che è stata una persona comune mi ha colpito tanto.

In quei meravigliosi pomeriggi mi ha raccontato di come è stata una delle prime persone ad accogliere e aiutare Vittoriano Zaccherini di ritorno da Mathausen.
Vittoriano si era trascinato dalla stazione al negozio di Tina in via Appia, era entrato e si era accasciato sull’uscio. Soccorso da Tina, le aveva chiesto di portarlo sulla pesa: era 38 chili.

Tina mi ha raccontato anche del suo grande amico Luigi Lincei, leader tra i partigiani e dottore dei campioni, delle avventure di Fausto Coppi a Imola, del sindaco Amedeo Ruggi e del rimpianto di non averlo potuto salvare. Il marito di Tina era l’autista di Ruggi.

Con lei se n’è andata una persona semplice, generosa e dal grande coraggio. Una donna che in punta di piedi si è erta contro il nazi-fascismo come un gigante e che grazie a “Il valore della memoria”, spero, non morirà mai.
Io parlerò sempre di lei ai miei figli, ai miei studenti, ai miei lettori e spero che tutti gli imolesi facciano lo stesso.
Ci tengo, tra l’altro, a ricordare che Tina ci ha lasciato anche un video registrato lo scorso febbraio nel corso del progetto di realizzazione del primo archivio nazionale delle video-testimonianze delle partigiane e dei partigiani viventi. Il coordinamento editoriale di queste interviste è stato realizzato da Gad Lerner.

Tina in quei giorni aveva appena perso il suo unico figlio Sergio, ma ha trovato la forza di rilasciare quell’intervista perché voleva farci il regalo più importante: la memoria. Io penso davvero sia giusto onorare lei e i suoi grandi gesti.

Grazie Tina.

(Lisa Laffi)