Lidia Menapace con Luciana Castellina e Rossana Rossanda

Da quando ha fatto la sua comparsa contagiosa il Covid 19, le nostre giornate sono attraversate da numeri. Freddi bollettini che tirano le somme quotidiane del contagio, dei guariti e dei morti. Con cinico commentario consolatorio apparentemente neutro si pone l’attenzione sull’età di chi non ce la fa. Sono gli anziani, quelli “che ormai la loro vita l’hanno vissuta”, “che hanno patologie pregresse”. La vita prosegue. Sì, ma come?

Un paio di generazioni avanti a noi ci stanno lasciando rapidamente. A loro dobbiamo molto. E in questa velocità mietitrice rischiamo di non capitalizzare, di essere eredi inconsapevoli per lo più.

In questi giorni, il Covid ha sconfitto Lidia Menapace. Lei, una battagliera della prima ora. Dalla guerra di Liberazione agli ultimi giorni. Lei, arruolatasi staffetta partigiana, rifiutava di trasportare armi in nome dell’”umano” e della pace. E ironia della sorte, la pace se la portava anche in quel cognome acquisito dal matrimonio con cui girava instancabile l’Italia e con cui era conosciuta. Nella sua militanza politica Lidia era più vicina ai movimenti che ai partiti, coi quali pure dialogava con schiettezza e a qualcuno dei quali, nelle diverse fasi del volubile panorama italiano degli ultimi decenni, ha aderito. Sempre a sinistra, nonostante la sua prima elezione nel Consiglio provinciale di Bolzano tra le file della Democrazia Cristiana. Ma la vita evolve e l’intelligenza la interroga tracciando percorsi dalle contraddizioni spesso solo apparenti.

Vicina e attiva nei movimenti delle donne e all’U.D.I., scrive nel testo per il catalogo della mostra “Donne manifeste” promossa e organizzata dall’Associazione storica delle donne: “La nostra associazione è stata forse la prima a indicare nella pace un tema fondamentale politico, né di soli sentimenti, né di recriminazioni, in questo riuscendo a essere anticipatrice di una sensibilità che maturerà decenni dopo”. Una sensibilità che si riflette in primis nell’art. 11 della Costituzione dove si dice che l’Italia “ripudia” la guerra. Lidia Menapace calca su quel termine “ripudia” anche negli ultimi anni. Un termine forte, preciso, come ella stessa sottolinea. Precisa anche nel cogliere le sfumature di sostanza delle espressioni che ne rappresentano le scelte politiche e di militanza. Rigorosamente coerente con se stessa parla della sua esperienza nella Resistenza dicendo che “non ero ideologicamente non violenta”. Espressione a cui preferisce “ azione non violenta”, perché meno passiva, perché si può essere combattenti anche senza trasportare armi. Una sintesi emblematica che rispecchia il rigore, la precisione, il pensiero vivo che ha caratterizzato la sua presenza attiva nella politica italiana in tante battaglie.

Non ho mai conosciuto direttamente Lidia Menapace, ma la ricordo in tante iniziative organizzate dalle donne, anche a Imola. Con quello sguardo vivace e curioso. Un sorriso costante che non temperava la determinazione vigorosa con cui esprimeva le sue posizioni e le sue idee. Diretta, a volte tranchant e ruvida ma sempre tesa all’ascolto e al confronto. Il suo percorso di vita è quello di una donna intelligente che ha attraversato le epoche del suo tempo con rinnovato sguardo critico e autonomia di pensiero. Una vitalità mentale che la porterà ad incontrare il pensiero della differenza anticipatore della più recente visione della cultura di genere e all’amicizia con una delle sue più illustri teoriche, Luce Irigaray. Femminista convinta al di là di ideologie e rigidità mentali per quella visione dell’esistenza umana e dei valori che la informano e a cui è stata fedele fine all’ultimo.

Questa generazione che se ne sta andando ci lascia orfani e orfane. E’ il contrappasso della vita,destinata a spegnersi in età avanzata. Ma questo passaggio naturale non cambia le cose. Anche se il pensiero rimane negli scritti, nelle testimonianze che ereditiamo, esso non potrà tenere vivo il suo sguardo sulla realtà per continuare a rinnovarsi. Il vuoto che ne consegue scopre la voragine di pensiero che caratterizza questi tempi difficili e, diciamolo, cupi, dove l’orizzonte è fosco e il futuro è un termine sempre più magro. Ci mancheranno queste generazioni di donne. Ci mancherà un riferimento autorevole di apprendimento. Ci mancherà l’esempio rigoroso di vite individuali che con un profondo senso di comunità e pagando prezzi alti, hanno scelto la politica come strumento per il benessere di tutti  e tutte. La concezione della politica come luogo di elaborazione intellettuale dove il sapere, il pensiero e le idee danno gambe alle azioni concrete attraverso il continuo e appassionato confronto collettivo. Un fumus, ormai, per i tempi che corrono.

 

(Virna Gioiellieri)