L’ottimizzazione delle risorse vedrà sempre più di gran moda la parola d’ordine “risparmio”, perché la salute del Pianeta passerà giocoforza dalla lotta agli sprechi nella produzione, distribuzione e la vendita al dettaglio delle derrate agricole, a iniziare dai “Cosmetic standard” (Canoni cosmetici) richiesti dai market di vendita di ortofrutta, che sono la principale causa della maggior parte del cibo buttato, roba da mangiare gettata via solo perché non risponde a canoni estetici; i dati europei del 2018 parlavano del 33% di frutta e verdura non arrivata sugli scaffali perché “brutta”, 50 milioni di tonnellate di prodotti agricoli che sono stati scartati perché esteticamente irregolari, troppo grandi o troppo piccoli, deformi o con difetti alla buccia e quindi non richiesti ed acquistati da (noi) consumatori abituati ad uno sciupìo che (come allora) è colpevolmente scandaloso.

Situazione simile all’oggi dove tonnellate di alimenti sono sprecati, alla faccia di un terzo della popolazione mondiale sottoalimentato, e che dovranno indurre tanta gente ad essere meno schizzinosa nei confronti di derrate agricole brutte ma buone per “portar coscienza” a cambiare questo sistema che premia solo i criteri estetici delle categorie 1° e 2° dei prodotti freschi; per non buttare perciò più cibo imperfetto come quello di dimensioni ridotte o bitorzoluto, che oggi è scartato, dovrà essere quanto prima modificata la regolamentazione adattandola a criteri “di sostanza” (e non di sola estetica) ad uso e consumo dei consumatori con marketing appropriati, a tutto vantaggio di loro stessi, dei produttori e dell’impronta ambientale che oggi invece è in sofferenza per lo smaltimento in discarica di tonnellate di derrate agricole.

Cibi “brutti ma buoni” perciò sempre più sotto i riflettori nella lotta allo spreco alimentare, non solo nelle botteghe-negozio di vicinato ma anche grazie alla rete di supermercati (anche bio) di nuova concezione che sta affacciandosi a fianco di quella tradizionale della Gdo, dove prodotti “irregolari” come carote, melanzane, patate, pere e mele sono di forme o colori fuori calibro ma sono lo stesso venduti (anche in e-commerce) a prezzo ridotto anche del 20%, in base alla disponibilità e (quasi) sempre a chilometro zero; è questa una delle tante (buone) idee di commercio agricolo più sostenibile di quello che già conosciamo che dovremo supportare e che potrà (e dovrà) sempre più integrarsi con quelle della tradizionale filiera nazionale, contribuendo così a limitare lo spreco di cibo.

Innovazione, concretezza e impatto zero per salvare aria, terra e suolo contribuiranno al settore agricolo di tirarsi fuori dai guai permettendogli di (ri) diventare una delle locomotive nazionali per la ripartenza del made in Italy in post-pandemia, con la mission di ridurre anzitutto lo spreco alimentare; il mondo cooperativo e delle imprese sono state e saranno sempre più la forza resiliente per riavviare nell’agroindustria la produttività e l’occupazione, per guardare al futuro con più ottimismo e per superare anche questo cosidetto “Lockdown morbido” con un occhi puntato al mercato per soddisfare le esigenze dei consumatori.

(Giuseppe Vassura)