Ho letto in questi giorni, tutto d’un fiato, il libro Un’azalea in via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terroristi, vittime, riscatto e riconciliazione di Angelo Picariello, giornalista di Avellino, collaboratore di Avvenire, con un passato di politico nella sua città.

Il titolo racconta dell’autore e di Franco Bonisoli (che c’era a sparare in Via Fani) che insieme, nel 2013, portarono un fiore sotto la lapide che ricorda quel 16 marzo 1978.

E’ il libro dei miei anni, di quelli che nel ’68 erano alle Scuole superiori, che si ricordano o hanno vissuto il Movimento studentesco, i Comitati di base, ma anche l’esperienza religiosa di Gioventù studentesca.

Nel 1978 Giorgio Bocca parlava delle radici catto-comuniste del terrorismo addossandone la colpa alle “due Chiese”, come le chiamava lui – quella cattolica e quella comunista -, che educando al massimalismo avrebbero creato le premesse per la lotta armata. L’autore ha raccolto questa provocazione, che personalmente non mi convince molto, e ha svolto una lunga e accurata indagine per raccontare la complessità di quegli anni, che videro nascere in parallelo associazioni e movimenti cattolici e organizzazioni eversive, attraverso scenari inediti ai quali la cronaca e la storiografia non hanno prestato ancora la dovuta attenzione.

Il libro è diviso in capitoli che vivono ognuno di vita propria: la vicenda di piazza Fontana, in quel dicembre del ‘69 – che accelera la deriva violenta di una generazione – e la morte del commissario Calabresi, l’azione di Prima Linea, la storia completa delle Brigate Rosse (con il racconto di Franco Bonisoli e Alberto Franceschini) e le dinamiche proprie del terrorismo di destra. Contiene il racconto delle antiche radici comuni fra movimenti cattolici e futuri brigatisti a Milano, al quartiere romano di Centocelle, a Reggio Emilia, e la scoperta della fede per molti di loro, una volta usciti dal carcere, o all’impegno nel volontariato. Guardando al caso Moro, in parallelo ai sequestri Dozier e Cirillo, restano aperti tutti gli interrogativi sulle circostanze che portarono a due conclusioni diverse: Moro assassinato, Cirillo liberato con un riscatto diviso a metà da BR e camorra e il generale americano Dozier restituito alla libertà da un assalto dei Nocs, che si rivelò incruento anche per le scelte dei suoi carcerieri.

Il filo conduttore viene fornito proprio dall’insegnamento di Aldo Moro e ci dice che la sconfitta della lotta armata – e l’antidoto perché non riaccada – è nella corretta attuazione dei valori della Costituzione più che nelle leggi speciali, nel concetto, voluto proprio da Moro nella Carta Costituente all’art. 27, della pena che deve servire a riabilitare la persone che hanno sbagliato.

La parte più bella del libro è quella finale, che ci racconta il cammino di redenzione di diversi ex-terroristi, che hanno ritrovato l’antica fede cristiana e hanno incontrato i figli delle vittime, in una clima di serenità e voglia di parlarsi guardandosi negli occhi: Agnese Moro e Adriana Faranda, Giovanni Ricci (suo padre uno dei poliziotti uccisi in Via Fani) e Valerio Morucci, Giovanni Bachelet e Franco Bonisoli, Alberto Franceschini invitato a parlare in diverse occasioni pubbliche. Molto di questo lavoro con la regia del Card. Carlo Maria Martini, dei cappellani nelle carceri e di persone di Comunione e Liberazione.

Anche da un dolore infinito può nascere un fiore bello e profumato.

Angelo Picariello, Un’azalea in via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terroristi, vittime, riscatto e riconciliazione, Edizioni San Paolo, 2019

(Tiziano Conti)