In Romagna c’è sempre stata una cucina del territorio più che regionale, la Romagna (già citata da Dante nell’Inferno 37-54 che la definiva “tra ‘l Po, e l’monte e la marina e l’Reno” e il territorio compreso tra Montefeltro e Imola) quindi vive tra il cenone di Capodanno e il pranzo del primo dell’anno differenziandosi da comune a comune e da ceto sociale. Paradossalmente in una terra di “mangiapreti” fu lo Stato Pontificio il primo a definire la “Legazione di Romagna” e a creare una sorta di “status regionale”. Personalmente sono d’accordo con quanto affermò Cino Ricci tempo fa dicendo che “non si è Romagnoli per nascita, ma per orgoglio”.

Più cucine quindi diverse tradizioni, anche se varianti a volte di poco. Romagna terra contadina con alcuni “signori”, differenze che si notavano in tutto e quindi anche in tavola, in particolare nelle occasioni e nelle ricorrenze importanti.
All’inizio dell’anno, queste tradizioni hanno soprattutto l’obiettivo di assicurarsi l’abbondanza, il benessere e la felicità per l’intero anno. Ciò si ricerca anzitutto attraverso la scelta dei cibi e dei dolci, tipici di quel giorno.

I ceti più abbienti festeggiavano anche con il cenone di Capodanno e le tavole erano imbandite con la minestra di lenticchie, che secondo la tradizione popolare portano soldi, cotechino e dolci quali la zuppa inglese (che di inglese ha solo il nome) con il pan di Spagna o i savoiardi inzuppati di rosolio o alkermes, la inossidabile ciambella da sposare con il vino e i sabadoni, che ritroviamo anche nei pranzi del primo dell’anno. In tavola non poteva mancare l’uva in quanto cibo propiziatorio. L’ uva racchiude in sé la forza rigenerativa dei semi e della polpa capace nel magico processo fermentativo di cambiare essenza e di arricchirsi da se trasformandosi in vino. Per queste sue caratteristiche era usata come cibo rituale, anche l’uva passa, nella passaggio dell’anno per favorire la ricchezza e il guadagno.

La maggioranza della popolazione, contadini e braccianti, limitavano i festeggiamenti al pranzo del 1° gennaio con un menù che, con le varianti territoriali, si presentava con il piatto bandiera della Romagna: i passatelli. Rigorosamente in brodo (di carne nell’entroterra, di pesce sulla costa). In base alle possibilità erano fatti con il pangrattato oppure con formaggi fatti in casa (di pecora o misti), lasciati seccare su assi di legno e grattugiati alla bisogna.

Passatelli romagnoli e il ferro per produrli (Foto Pigi Mazzoli da Wikipedia)

Con il passare del tempo e il diffondersi del benessere economico, negli ultimi venti-trent’anni si è virato decisamente all’utilizzo del parmigiano grattugiato. Completano poi la ricetta uova e noce moscata (alcuni mettevano la scorza di limone).
Il brodo era insaporito con midollo di bue (a volte inserito anche nell’impasto), muscolo, rigata, osso di stinco ed eventualmente lingua, parti di gallina o oca, oppure con prevalenza di carne di “bassa macelleria”, con aggiunta di carote, sedano e, a volte, cipolla.

Dagli anni ’60 compare anche la “forma” (la buccia del parmigiano) che viene poi servita come secondo e contorno unitamente a tutti gli altri prodotti rimanenti dalla bollitura del brodo. Per insaporire ulteriormente il brodo e i passatelli, una volta serviti, ricordo che mio nonno, ma è un gesto che ho visto fare da altre persone di quella generazione, mettevano un cucchiaio di Sangiovese, a testimoniare il forte legame che questa terra ha sempre avuto con il vino (tutti sapranno la differenza tra Emilia e Romagna…), “e bé” (il bere) non è l’acqua in Romagna, ma il vino.

La minestra che poteva sostituire i passatelli in questo giorno erano le lasagne verdi alla romagnola, anche questo un piatto che, per ricchezza di ingredienti, voleva essere di buon auspicio per un anno di abbondanza.
Un altro elemento propiziatorio è dato dalle strenne: ricevere molti regali, accumulerà l’abbondanza per tutto l’anno. L’uso presso i romani si chiamava “streniarum commercium”.

In Romagna, nella ricorrenza del Capodanno, si ha il principio dell’analogia e del contrasto, dove i contadini dicono che “bisogna fare un poco di tutti i lavori perché cosi vanno a riuscire tutti bene”.
Ancora oggi in molte famiglie, il primo dell’anno, si fanno tutte quelle attività che si vorrebbe fare o che andassero bene per tutto il resto dell’anno. L’anno inoltre si apre positivamente se, il 1° gennaio, si incrocia, come prima persona, un uomo, ancor meglio se benestante. Incontrare una donna o, peggio, ospitarla in casa, è considerato di cattivo auspicio. Ricordo che mia madre mi mandava al mattino presto, da mia nonna come “messaggero” di buon augurio. Lo facevo volentieri anche perché non mancava mai un soldino di ricompensa.

Ancora oggi, anche se la cosa si sta perdendo per ovvie ragioni, sono molti gli anziani convinti che le donne, il primo dell’anno, portino disgrazia. Ci sono anche donne che non escono di casa in questo giorno e non rispondono neppure al telefono per non “portare male”.
Sacro e profano da sempre si intrecciano in questa terra anarchica, repubblicana e socialista.

(Pierangelo Raffini)