Sin che sperti li rese a consultar le stelle. (Eschilo, Prometeo incatenato)

Come un veliero che si lascia alle spalle i sette urlanti di Capo Horn dirige la prua verso Capo Buona Speranza, la fragile navicella su cui siamo imbarcati cerca affannosamente la rotta che ci conduca da questo tormentato Natale ad una Pasqua di resurrezione.

Servirebbe un timoniere esperto e coraggioso, che forse non c’è, e un equipaggio paziente, che invece manifesta segni di insofferenza.

La navigazione è ancora lunga e pericolosa, mentre le scorte di vettovaglie, di buon senso e di abnegazione si stanno assottigliando.

Sarà necessario, per cominciare, “smettere di piangersi addosso”, come ammonisce questo Papa benedetto che deve essere caduto da piccolo, come Obelix, in una magica pozione piena di evangelica sollecitudine.

Lamentarsi è una cosa importante.

Quasi come gioire.

Alla gioia aspiriamo tutti, pensiamo di averne diritto, almeno un po’, prima o poi.

Di lamentarci, invece, non abbiamo diritto tutti.

Se non ci sono delle ragioni autentiche.

Per non sottrarre la scena a chi, viceversa, le ha, per rispetto di chi non è in condizione di gioire.

Non posso farlo io, per esempio, che difatti, in vista del periodo meno attraente dell’esistenza, ho disposto ai miei cari “ se mi lamento della mia vita, picchiatemi”, confidando che non mi prendano alla lettera.

Non possono farlo o forse dovrebbero farlo più sommessamente quei viaggiatori ben vestiti e ben nutriti di ritorno da Londra, che denunciano di essere stati abbandonati dalla Madre Patria, addirittura di non essere stati rimborsati del costo di un tampone, in occasione di questa brusca ma necessaria interruzione dei voli causata dalla variante inglese del covid.

Spiacevole quanto volete, trattasi pur sempre e solo di disagio, non della ritirata di Dunkerque.

Non dovrebbero ostentare i loro sacrifici nemmeno quei manager di imprese penalizzate ma fortunatamente ancor solide che si sono “dimezzati lo stipendio”.

Io un’idea di chi ci sia alla guida delle tante utilitarie in circolazione me la sono fatta, ma tutte quelle auto di grossa cilindrata di chi sono se siamo tutti alla canna del gas?

Non ho mai sopportato la lagna di un giocatore di briscola che ha asso e tre nelle mani.

Dovresti recriminare solo quando non ti vengono le carte.

Fateci caso, in questi giorni di festa.

A lamentarsi in tv non ci vanno i poveri.

Quelli li vediamo in fila, mesti e silenziosi, in attesa di un piatto di minestra.

La voce degli “scarti” , la loro vita, non ci arriva mai.

In tv ci si duole per conto.

L’imprenditore per conto dei suoi operai.

Il commerciante agiato per conto del negoziante di chincaglierie che forse chiuderà.

Il conduttore per conto di tutti.

Anche di quella signora costretta a far la fila per andare a comprare l’astice di capodanno.

Regalandoci un vaccino in tempi insperati la scienza ha generosamente schiuso la prima delle porte che conducono al futuro.

Senza che nemmeno la ringraziamo.

I commentatori sono ancora lì a gingillarsi con la storia degli scienziati vanitosi e divisi.

Non certo più di loro, che non hanno altrettanti meriti.

Dopo secoli di fiducia assoluta l’idea progressiva di sviluppo guidato da una scienza in grado di sciogliere tutti i nodi generati dal suo realizzarsi si è incrinata.

Per un verso è cresciuta là coscienza di vivere in una società del rischio nella quale la nostra capacità di fare è diventata superiore alla capacità di governarne gli effetti.

Per l’altro abbiamo finito per smarrire la consapevolezza del nesso che ci lega alla tecnica, fino ad ignorarlo e, perfino, ripudiarlo mentre ne godiamo i benefici.

La scienza vive oggi questa contraddizione: diffidiamo della sua capacità di dare risposte agli inediti problemi del terzo millennio e tuttavia le chiediamo di offrire garanzie a comando, al riparo dall’errore.

Ignorando che la disciplina scientifica è per natura problematica e autocorrettiva, che procede per approssimazione verso i suoi traguardi di verità relativa.

Si oscilla tra uno scientismo acritico che minimizza i problemi legati all’uso di ogni tecnologia e un atteggiamento antiscientifico che frena la curiosità, limita la ricerca, vorrebbe eliminato il rischio, non comprende che il progresso verrà ancora una volta dalla scienza e non dalla sua mortificazione.

È stato così da quando Prometeo portò il fuoco agli uomini e questi lo accettarono perché faceva loro comodo.

Il compito della politica è di orientarne le traiettorie e presidiarne gli esiti.

Nel rispetto degli equilibri naturali.

Nell’interesse della comunità.

Di oggi è di domani.

In vista del quale, per dirla con l’economista Stirglitz, dobbiamo rivedere i fondamentali della crescita.

O, in senso ancor più generale con Morin, dobbiamo ripensare il pensiero.

Qualcosa di più che mettersi in condizione, che pure è importante, di spendere i soldi che ci sono piovuti addosso.

Tanti, dopo tanto tempo e tanti tagli.

Soldi facili.

Che è un bel vivere.

Mio padre, buonanima, e con lui un’intera generazione, non aveva capito niente.

Si andava a mangiare fuori una volta all’anno, il pesce in genere, a Rimini, al di là del Rubicone.

Bisogna farsene da conto, diceva, che i soldi crescono sugli alberi solo nelle favole.

Non conosceva Keynes, ma nemmeno il grande economista che ispirò il new deal diceva di dissiparli, i soldi.

Debiti all’infinito, crescita all’infinito, inquinamento all’infinito: è il teorema della stupidità perfetta.

Anche questo, sotto l’aspetto apparente del realismo, è superstizioso rifiuto della scienza.

Cambiano i tempi, le situazioni, le inclinazioni e le sensibilità dei popoli che disegnano la mappa sempre provvisoria della conoscenza umana, ma le domande sono sempre quelle che si poneva Kant :”Cosa posso sapere, cosa devo fare, cosa posso sperare?”.

Alla vigilia di impegni civili decisivi abbiamo bisogno di un pensiero ricomposto, capace di una visione universalistica, che tenga assieme economia e ecologia, ragione e emozione, tecnica e uomo.

Dobbiamo, per cominciare, accrescere il capitale educativo del Paese.

È quello che ci pagherà le pensioni.

E che può darci, se a qualcuno ancora interessa, molto di più, sul piano individuale e collettivo.

Prima che di banchi, in presenza o in assenza, la scuola ha bisogno di progetto, di prestigio, di fiducia.

Che viene da dentro, dai docenti, ma anche da fuori, dalle famiglie.

I genitori devono a loro volta educare e non solo ospitare i figli.

Non sono i diffidenti controllori dei professori ma i loro confidenti coadiutori.

Buon anno.

(Guido Tampieri)