Ritengo che la giornata di follia che si è consumata il 6 gennaio a Washington interpelli anche la nostra città. L’assalto al Campidoglio da parte di frange estremiste, di sostenitori che Trump ha arringato e incitato a non accettare il risultato democratico delle elezioni, “non è una protesta – come ha detto subito Biden – è una insurrezione”.

Il consiglio comunale rappresenta la massima espressione della democrazia nella nostra città e siccome quello che oggi riguarda l’America può riguardare anche le nostre democrazie credo che da questo consiglio comunale debba uscire una parola chiara di condanna su quanto accaduto ieri negli Usa.  Ciò che è accaduto a Washington è un fatto grave in sè, di una gravità inaudita, perché la violenza ha impedito il funzionamento di un organismo regolarmente eletto. Ma è anche un campanello d’allarme sui possibili esiti della crisi della democrazia rappresentativa. Non un fatto imprevedibile, anzi in qualche misura l’atto conclusivo di quattro anni di presidenza fuori delle righe.
Pur con le contraddizioni, che non vanno dimenticate, l’America è percepita come la più grande democrazia del globo, come “esportatrice” di democrazia, ma oggi vive una crisi profonda.
Cosa sta accadendo, in America come da noi, come in tanti paesi di tradizione democratica?
I grandi mutamenti sociali, le conseguenze di una crisi economica di grandi dimensioni che si è protratta nel tempo, di fronte a cui la politica si è mostrata impotente, lenta, contraddittoria, hanno originato le condizioni di un malessere diffuso che si rivolge facilmente verso le proposte populiste. La democrazia è vista così come non adeguata, farraginosa, incapace di risolvere i problemi con le sue regole e i suoi tempi. Allora meglio affidare il consenso a chi “parla chiaro”, a chi le spara grosse e lancia parole d’ordine svincolate da ogni progetto e verifica, è il trionfo della demagogia ed è il terreno delle derive leaderistiche.  È la disintermediazione in cui il leader si rapporta direttamente ai cittadini senza bisogno di partiti o di corpi intermedi.
Tanto più che i leader, così costruiti, sono tutti rassicuranti perché  patriottici: le bandiere dell’assalto al Campidoglio erano quelle americane e, anche a casa nostra, c’è chi si propone come il migliore sostenitore dell’interesse nazionale. “L’America, l’Italia, al primo posto!”: è il sovranismo, compagno di viaggio del populismo. Due soci, il sovranismo e il populismo, che nei tempi di crisi mietono consenso ma che la storia ci insegna che quando si affermano di solito le cose vanno a finire male. Oggi tante voci si sono levate a deprecare, a condannare con nettezza quanto accaduto a Washington. Bene, è un fatto positivo. Ma sarebbe importante che questo atteggiamento fosse accompagnato da un lavoro, assolutamente urgente, fatto di cultura e di buona politica per dare nuova linfa alla democrazia.
La crisi c’è e colpisce duramente tanta parte della popolazione, ma una democrazia che funzioni può affrontare i problemi e riguadagnare consenso. In Italia come negli Usa.
“L’America – ha detto Biden – è molto meglio di ciò che state vedendo adesso”. Dobbiamo augurarcelo per il bene dell’America e del mondo intero.

(Roberto Visani, presidente del Consiglio comunale di Imola)