Abbattere i muri è molto più complesso che costruirli. Per abbattere il muro di Berlino ci sono voluti 28 anni. Ma ci sono muri che hanno resistito ben più a lungo. “Il sale e gli alberi – La linea curva della deistituzionalizzazione” di Ernesto Venturini (Negretto editore) racconta la storia dell’abbattimento di un muro che ha resistito per oltre un secolo. Il muro in questione era quello che delimitava “la città proibita”, l’Osservanza, dalla città “normale”, quell’Imola, chiamata anche “la città dei matti”, perché raccoglieva in sé ben due ospedali psichiatrici: l’Osservanza e il Lolli. Due realtà che diedero lavoro a diverse migliaia di persone, a rappresentare la principale fonte di impiego della città.

Ernesto Venturini

“Non è l’angolo retto, che mi attira, né la linea retta, dura, inflessibile, creata dall’uomo. Mi attira la curva libera e sensuale, la curva che trovo nelle montagne del mio Paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nell’onda del mare, nel corpo della donna preferita. Di curve è fatto tutto l’universo, l’universo curvo di Einstein”: il titolo di questo libro trae spunto da questa frase del famoso architetto Oscar Niemeyer. “Ho pensato di costruire una metafora per esprimere questo pensiero: la lotta al manicomio e la de-istituzionalizzazione sono come la linea curva di cui parla Niemeyer, una linea opposta alla rigidità di ogni pensiero fondato sull’esclusione – spiega Ernesto Venturini -. Il paradigma della contenzione e dell’emarginazione richiama alla mia mente angoli e spigoli, geometrie fredde, prive di invenzione. Il potere dell’oppressione, che questo modello genera, contiene linee spezzate, appuntite, linee divergenti o mai coincidenti. La linea curva invece suscita in me una sensazione di calore; disegna un percorso morbido, surreale”.

Questo libro si riferisce a una delle esperienze di deistituzionalizzazione poco conosciuta, ma di grande valore per i suoi riferimenti teorici e le sue realizzazioni pratiche. Parliamo del lavoro svolto a Imola, negli anni 80 e 90, in due grandi ospedali psichiatrici, tra i più antichi d’Italia. “Quello di Imola è stato per me il terzo confronto con la realtà del manicomio, dopo i due precedenti realizzati, insieme a Franco Basaglia, a Gorizia e a Trieste – continua Venturini -. Questa volta ho avuto la possibilità di applicare, nella mia qualità di direttore del servizio, tutta l’esperienza acquisita in precedenza. Ma il processo, per le caratteristiche del suo specifico contesto sociale e culturale, ha assunto una sua piena peculiarità: è uno degli esempi più riusciti di una de-istituzionalizzazione, che si è concretizzata con una significativa partecipazione comunitaria”.

Il libro in 4 interventi

Un libro di storie, esperienze e persone

Se è vero, come diceva Clemenceau, che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai generali per Venturini è altrettanto vero che la salute mentale e una cosa troppo seria per lasciarla agli psichiatri. Questo tema investe la società nei suoi elementi più profondi e non può essere delegato a gruppi di specialisti. Ciò che è in gioco infatti è la ricerca di una rottura con ogni logica escludente, riflesso di una società di disuguali. La deistituzionalizzazione si configura dunque, in sostanza, come un movimento per trasformare tutta la società. In questa prospettiva, la vicenda imolese degli anni ’80 continua a mantenere una sua forte attualità, per il suo messaggio di speranza nelle possibilità di riscatto e di emancipazione dell’essere umano. Quando nelle ultime righe del libro Venturini ricorda la grande festa (appunto “Il sale e gli alberi”) che il 21 settembre 1997 fu organizzata per celebrare la chiusura degli ospedali psichiatrici di Imola, esprime tutto l’orgoglio di aver contribuito a scrivere una pagina indimenticabile: “In quel giorno la piccola storia di ciascun paziente e di ciascun cittadino, che si riconoscevano in quel processo, diventava la grande storia dell’umanità, nella sua lotta per la libertà. Il giorno del Sale e degli Alberi ci proponeva la speranza, la fiducia nella capacità degli uomini di superare le disuguaglianze e la violenza delle istituzioni.

Venturini ripropone questo straordinario percorso evidenziando con orgoglio come Imola sia stata protagonista del cambiamento, tra le prime città in Italia a chiudere realmente i manicomi trasferendo gli ex-degenti in strutture alternative (case-famiglia, residenze protette , appartamenti ) ed evitando l’ipocrisia e la vergogna delle false chiusure. Usando il linguaggio della poesia, della letteratura e dell’arte l’autore, rifugge la fredda terminologia della psichiatria rendendo il saggio di facile fruizione anche per i non addetti ai lavori e originando un forte impatto emozionale nel lettore.

E’ un libro denso di storie, esperienze, persone. Un lavoro indispensabile per evitare che pericolosi banchi di nebbia scendano su fatti di straordinaria importanza come la liberazione di decine di migliaia di uomini e donne reclusi negli ospedali psichiatrici. Perché avvenga questa damnatio memoriae non sono necessari complotti e congiure ma è sufficiente che un giorno dopo l’altro, man mano che ci si allontana dagli eventi accaduti, scompaiano i testimoni e non si utilizzino più elementi descrittivi utili a identificare cassetti, armadi, scatoloni, contenenti documenti, fotografie audiocassette e videocassette. Ma quella di Venturini, lo sottolineo con forza, non è un’operazione archeologica o meramente nostalgica, ma un contributo per fare il punto sui problemi che la salute mentale incontra oggi, 42 anni dopo la Legge Basaglia. Sono stati abbattuti i muri di pietra dei vecchi manicomi, ma oggi corriamo il rischio che molti Spdc, i ‘Servizi psichiatrici di diagnosi e cura’ diventino piccoli manicomi moderni.

La prospettiva vera deve essere quella della Recovery, un processo di cambiamento attraverso cui le persone con malattia mentale scoprono o riscoprono le loro abilità e le loro risorse per perseguire obiettivi personali e sviluppare un senso di sé che permetta loro di crescere, superando o marginalizzando la loro malattia. In questo nuovo contesto relazionale i servizi devono saper comunicare alle persone un senso di speranza e fiducia nelle loro potenzialità, e proporre percorsi riabilitativi individuali che affianchino ad un uso consapevole e attento dei farmaci altri strumenti (un adeguato supporto psicoterapeutico e psicologico , iniziative di inclusione sociale e relazionale ,forme di inclusione lavorativa, esperienze associative di auto mutuo aiuto che coinvolgano anche familiari , volontari e il tessuto sociale nel suo complesso…).

(Valter Galavotti, ex assessore alla Cultura del Comune di Imola all’epoca della chiusura del manicomio e membro del coordinamento Urasam, Unione regionale associazioni per la salute mentale)

Nuove rotte orientate a un comune approdo

Ma quanto è rimasto “vivo” di quelle esperienze, oggi? Cosa le ha rese possibili? Il dialogo fra i diversi attori è sempre foriero di generatività? Può il lavoro di concertazione progettuale correre il rischio di istituzionalizzarsi? I diritti conquistati possono essere scevri dal contesto? Come si accompagnano le trasformazioni comunitarie senza rinunciare a fare sempre i conti con i nuovi e vecchi ospiti dei Giardini di Abele? Prima della tragica manifestazione degli effetti della pandemia da covid, mille erano i temi, i quesiti che avrei voluto riprendere e approfondire. Fra questi uno che occupa più di un mio pensiero professionale: come è cambiata nel tempo la modalità di partecipazione delle associazioni alla costruzione del bene comune? Quali competenze avevano, e hanno oggi, nell’incidere positivamente sulla vita delle persone in difficoltà?

Ma ora ci sono nuove questioni che sembrano emergere fra le altre, le quali ci inducono a chiederci se la cassetta degli attrezzi che abbiamo usato fino a ieri per promuovere partecipazione sociale sia ancora utile.
Fra queste:
• è possibile costruire vicinanza in epoca di distanziamento sociale?
• perché parlare di distanziamento sociale e non di distanziamento fisico, quando la distanza si tiene per evitare il contagio?
• nell’epoca del covid i nostri pregiudizi da quali nuove paure saranno alimentati?
• quali contesti comunitari sceglieremo per il lavoro di comunità e quali strumenti per la comunità competente?
• come mantenere vive relazioni centrate sul dono, che si alimentano attraverso l’incontro e la vicinanza?

Nel libro ci sono numerosi spunti, molto dei quali utili anche in tempo di covid, che consentono di stabilire rotte orientate a un comune approdo: costruire salute mentale nel rispetto e con il contributo di tutti coloro che fanno parte del contesto interessato. Ma soprattutto si può accogliere l’invito a continuare a credere che esiste la possibilità di vivere in comunità resilienti, competenti e capaci di generare il dono dell’incontro con l’altro quando si riesce a evitare di trasformare le istituzioni in organizzazioni istituzionalizzate, ossia in organizzazioni che tradiscono il fine per le quali sono nate e che sono incapaci di rispettare i diritti delle persone e di concorrere al bene comune.

(Cinzia Migani, esperta  di gestione di progetti di comunità in campo sociosanitario. Dal 1997 al 2002 è stata segretaria e membro dell’esecutivo di Unasam (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale). Dal 2010, dopo una ventennale collaborazione con l’Istituzione G.F. Minguzzi della città metropolitana di Bologna, coordina lo staff del Centro di servizi per il volontariato della città metropolitana di Bologna – Volabo).

Aprire non chiudere “Oltre la siepe”

Era il 24 maggio dell’anno 2000, quando un drammatico episodio scosse la vita della comunità imolese. Un signore con una lunga storia manicomiale alle spalle, residente presso la residenza Albatros, uccise un educatore. Il fatto rischiava di mettere in discussione tutto il processo che aveva portato alla chiusura dei manicomi e di riattivare i fantasmi che avevano nutrito tali istituzioni. Dov’era, come avrebbe reagito quella comunità che con grande partecipazione si era fatta permeare dall’idea sacrosanta di restituire valore, dignità e diritto di cittadinanza a tutti coloro – nessuno escluso – che avevano abitato per oltre un secolo quei luoghi della vergogna che i manicomi avevano rappresentato?

Il 31 dicembre 1996 il processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici di Imola si era formalmente chiuso. Tale chiusura chiamava coloro che, con passione ed intelligenza, avevano contribuito alla realizzazione di quel disegno, ad affrontare una nuova sfida: diffondere e far transitare la cultura della deistituzionalizzazione anche nelle pratiche del centro di salute mentale territoriale che era rimasto estraneo a quel processo.

Ernesto Venturini, responsabile del Dipartimento di salute mentale (Dsm), nel contesto di una più ampia riorganizzazione del Servizio, avviava una trasformazione dell’assetto del Centro diurno, ponendo al centro gli interessi, i bisogni, i desideri, le risorse di cui erano portatori gli utenti che lo frequentavano e che spostava il fuoco degli interventi verso i luoghi della comune socialità, verso i luoghi di vita delle persone, attivando collaborazioni con cittadini e associazioni del territorio.

In quegli anni era alto il conflitto che si consumava quotidianamente tra coloro che operavano da tempo nel centro di Salute mentale territoriale, condividendo una visione centrata sull’atto medico, e coloro che invece, in qualità di operatori o rappresentanti di associazioni, riferivano la propria azione alla cultura ed alla pratica della deistituzionalizzazione che aveva caratterizzato il processo di superamento degli ospedali psichiatrici di Imola.

Quell’evento tragico ha rappresentato uno shock, ci ha risvegliato da un sogno, ci ha messo di fronte alla nostra fragilità: come gli animali quando cambiano pelle, ci sentivamo più esposti. Il rischio dietro l’angolo era che emergesse, nella comunità, una risposta difensiva e securitaria.

Venturini, poco prima di lasciare la direzione del Servizio, affermò: “È il momento di aprire, non quello di chiudere”. Un invito a pensare in maniera critica a ciò che era accaduto a Imola, a far sì che il pensiero non fosse condizionato dalla paura, a sfuggire alla seduzione delle separazioni, dei muri, dei ritorni nostalgici al passato, dei reparti chiusi che proteggono i sani dalla violenza inscritta nella biologia del corpo dei matti, e dall’idea che ci sia qualcuno che contiene il male e che da esso sia necessario difendersi. Un discorso di grande attualità.

Partirà proprio da quel Centro diurno, la spinta ad orientare l’azione in quella direzione. La prima risposta collettiva messa in campo fu la costituzione del Comitato 10 ottobre. Del comitato faranno parte familiari, utenti, cittadini, operatori, insieme a realtà come il Centro diurno del Dipartimento di salute mentale, la scuola di alfabetizzazione e le associazioni E Pas e Temp, Ca’ del Vento, La Cicoria, Il Girasole. L’obiettivo condiviso era quello di rilanciare il protagonismo di una comunità competente che stimolasse riflessioni, creasse iniziative, sollecitasse i Servizi di salute mentale e l’Amministrazione comunale a tenere conto del punto di vista di chi è portatore del bisogno di salute, orientandone le risposte.

Era il 2003 quando quei semi, coltivati con cura, germogliarono creando le condizioni affinché l’assessorato ai Servizi sociali dell’amministrazione comunale, raccogliesse l’invito a sostenere questa realtà che stava emergendo. Grazie a questa rinnovata collaborazione con l’amministrazione comunale nasceva “Oltre la siepe”, un’esperienza comunitaria di cittadinanza attiva che raccoglieva al proprio interno associazionismo, servizi sociosanitari e privato sociale.

Nel 2003 venne presentato il primo cartellone con gli eventi di “Oltre la siepe” che andava dal 10 ottobre (Giornata mondiale della salute mentale) al 10 dicembre (anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo). La scelta delle date non era casuale: la salute mentale non può prescindere dalla pratica dei diritti.

“Oltre la siepe” darà evidenza nel tempo alle esperienze che valorizzano l’azione di cittadini impegnati a sviluppare temi legati alla difesa dell’ambiente, e a come esse siano intrecciate con la salvaguardia dei diritti umani alla salute ed al futuro.

Alla fine di questo lungo ed appassionante viaggio, mi viene da fare una riflessione: più ci allontanavamo nominalmente e temporalmente dall’esperienza che aveva portato al superamento del manicomio, più il nostro rapporto con essa si è fatto stringente e attuale. Abbiamo fatto leva su quell’esperienza storica per suggerire una visione dell’uomo e delle relazioni interpersonali, del rapporto col sistema mondo, cercando di intercettare altri terreni che, fuori da quell’esperienza specifica, potessero condividere e far propria la cultura della partecipazione e dell’appartenenza, il valore del sapere collettivo, la passione per la scoperta degli altri e di se stessi fuori dagli schemi, la freschezza dello sguardo critico e trasformativo che non si accontenta delle presunte certezze.
È sempre più chiaro che “Oltre la siepe” ci ha permesso di vedere quel manicomio invisibile che abitiamo e che spesso inconsapevolmente, come coautori, generiamo quotidianamente nei nostri rapporti sociali.

(Ennio Sergio, Psicologo clinico e di comunità presso il Dipartimento di salute mentale dell’Ausi Imola, referente per il tavolo Oltre la Siepe e per il Progetto Regionale Teatro e Salute Mentale).

Dalla città proibita alla città dimenticata

Ecco se c’è un aspetto dello “svuotamento” dell’ospedale psichiatrico che mi è rimasto impresso è proprio il termine “svuotamento”. Nel vero senso della parola, tutto è stato portato via, fatto sparire in qualche modo e in fretta, come se ci si vergognasse di quella storia. Come se si avesse paura di ricordare. Vuoto. E’ il crepuscolo. Una luce tenue si sprigiona dai lampioni del viale principale. Un senso di irrequietezza, forse di paura ad entrare in uno dei padiglioni, casualmente rimasto aperto. Vuoto, silenzio e qualche cigolio, forse il vento. In un altro angolo, i muri decadenti di quella che era la parte produttiva dell’ospedale. Un senso di abbandono e di pesantezza che si addensa nella mente. Un silenzio irreale, falso. Non ci può essere silenzio in quel luogo. Ogni angolo parla, ogni muro recita, i segni del passato sono visibili a chiunque voglia vederli, le parole scorrono a fiumi, basta saperle ascoltare, basta volerle liberare.

Siamo passati dalla città proibita alla città dimenticata. Non da tutti però. C’è chi aveva già deciso che sarebbe bastata una colata di cemento per seppellire i brutti ricordi. Poi è arrivata la crisi e tutto si è fermato. Qualche lavoro è stato fatto. I muri, in gran parte abbattuti, continuano però ad esistere e ad impedire l’ingresso in quei luoghi. Non c’è mai stata una “grande” idea sul futuro dell’Osservanza. Certo, non è facile, è una città nella città, ma a volte i sogni possono diventare realtà, basta volerlo.

Imola è una città che non ha mai avuto il coraggio di fare i conti con il proprio passato, di creare identità da quello che è stata, di ricordare la sua storia per continuare a crescere in maniera moderna, accogliente, aperta. E’ una città che preferisce dimenticare. Dimenticare i suoi luoghi. Dimenticare i suoi uomini e le sue donne.

Quella del futuro dell’Osservanza non è solo una sfida per ridare vita a quei luoghi, ma soprattutto una prova, forse una delle ultime, per dimostrare che è possibile cambiare senza nascondere ciò che siamo stati. Da un luogo di dolore, disperazione solitudine, possono nascere spazi di vita, cultura, studio e divertimento. Non c’è alternativa. Tutto il resto sarebbe un affronto alla memoria e un’ulteriore violenza a chi ha vissuto lì dentro. Ecco “Il sale egli alberi” può aiutare questo percorso, può far comprendere fino in fondo il significato profondo di quegli spazi che non possono essere sepolti da colate di cemento.

(Valerio Zanotti, giornalista, direttore di leggilanotizia.it, ha promosso attraverso la sua professione la partecipazione cittadina all’esperienza)