Ho avuto la fortuna di poter andare due volte a New York negli anni scorsi e da allora mi porto nel cuore questa nazione, con tutte le sue contraddizioni. Ragazzi a Manhattan che alle otto del mattino già camminano, meglio sarebbe a dire che quasi corrono, lungo le Avenue e le Street con il caffè in una mano e l’altra impegnare a compulsare lo smartphone, praticamente già al lavoro per strada. Dall’altro quartieri dove la vita è sicuramente più difficile. In ognuno, però, percepisci la volontà di salire uno scalino, di far in modo che la situazione possa migliorare.

Il 6 gennaio, per la prima volta da duecento anni, abbiamo assistito a scene di guerra civile davanti a Capitol Hill, Washington. I manifestanti, reduci da un comizio incendiario del presidente uscente Donald Trump che li ha incitati ad andare sotto il palazzo del Congresso, sono riusciti a penetrarvi superando le guardie e aprendosi una breccia attraverso porte e finestre. Sono state estratte le pistole e, secondo diverse fonti, esplosi degli spari: una donna colpita al petto è morta in ospedale e altre persone, tra cui diversi agenti, sono rimasti feriti negli scontri.


I parlamentari, riuniti in seduta comune per ratificare l’elezione del nuovo presidente Joe Biden, hanno dovuto interrompere i lavori e sono stati segregati in una zona sicura predisposta contro gli attacchi terroristici, altri sono stati evacuati. Il sindaco di Washington ha dichiarato il coprifuoco per le 18.

La verità è che Trump non mollerà mai. Ha arringato la folla di repubblicani convocati nella spianata fra la Casa Bianca e il Congresso proprio nei minuti in cui il Congresso si riuniva.

L’immagine del vincente si è quindi eclissata, sostituita da quella di chi non accetta la sconfitta e continua a lanciare accuse di brogli e di elezioni truccate: secondo la sua narrazione chi soccombe è solo un “loser” (un perdente), il peggior insulto che lui conosca.

Quali le conseguenze politiche in America dopo l’assalto al Campidoglio di ieri? Prima di tutto Biden troverà terreno fertile per il suo lavoro e le sue riforme, se la squadra che ha preparato sarà all’altezza della sfida: ci sarà una parte dell’America, non tradizionalmente democratica, che guarderà con interesse alla sua piattaforma.

Ma il vero terremotato sarà il Partito Repubblicano, costretto a scegliere tra i Proud Boys di Trump, i Tea Party e la politica moderata che è sempre stata la sua caratteristica.

Infatti, ora Trump attacca anche i repubblicani che non fanno fuoco e fiamme come lui. Sono loro, più che i democratici, il suo nuovo bersaglio: i “weak republicans”, i deboli come il vicepresidente Mike Pence e gli altri senatori che accettano la sconfitta.

Non a caso, ieri i Repubblicani hanno perso di nuovo una sfida cruciale: la Georgia ha eletto due senatori democratici, consegnando loro il controllo di Casa Bianca, Senato e Camera dei rappresentanti. La disfatta del GOP – Grand Old Party – è totale: per la prima volta da dieci anni è in minoranza al Senato.

Alla fine tutto potrebbe essere riassunto nelle parole di David Axelrod, consulente politico di lunga data e tra i più stretti collaboratori di Obama all’inizio dei suoi due mandati, secondo il quale “Donald Trump ha sconfitto Donald Trump”.

(Tiziano Conti)