Imola. Esiste una relazione diretta tra alti livelli di inquinamento da polveri sottili nell’aria e sviluppo e diffusione maggiore della pandemia da coronavirus? Come riportato dalla stampa, uno studio condotto dagli scienziati italiani Mauro Minelli, immunologo e visitor professor nell’università di studi europei “J. Monnet” e Antonella Mattei, ricercatrice di statistica medica dell’università de L’Aquila, sembra confermarlo. Così, l’incapacità di bloccare la seconda ondata del virus Covid 19, sarebbe legata anche alla reale impossibilità di generare un abbattimento significativo dell’inquinamento, pari a quello ottenuto in occasione del primo lockdown.

La ricerca ha spiegato che l’esposizione al PM2.5 (comunemente definite polveri sottili) fa sviluppare al corpo umano la proteina “ACE2” che, nelle zone dove l’inquinamento da polveri è diffuso, funge da protezione rispetto alle sostanze chimiche nocive. Però nel caso della presenza del famigerato virus Sars Cov 2 nell’aria, questa stessa proteina “diventa una sorta di serratura per il virus e soprattutto per la sua azione nociva sull’organismo”.

L’analisi ha verificato che se la concentrazione di polveri PM2.5 aumenta di un microgrammo per metro cubo d’aria, si ha un’incidenza di 2,79 ammalati da coronavirus per 10mila persone e di 1,24 ammalati per 10mila persone se la concentrazione di NO2 aumenta di un microgrammo per metro cubo d’aria. Per contro, in altre zone inquinate d’Italia, come Taranto, ma con bassi livelli di PM2.5, la diffusione non è stata così massiccia come in Lombardia e Veneto, dove invece questi livelli sono più alti.

A Imola sembra di potere avere un’indicazione di conferma di quanto emerso dalla ricerca, anche se la centralina dell’Agenzia regionale per l’ambiente Arpae posizionata in viale De Amicis non misura le polveri più sottili, quelle di 2,5 micron di diametro, ma quelle da 10 micron di diametro, oltre al biossido di azoto.

Nel 2020 c’è stato un aumento dell’inquinamento, mitigato solo nel periodo del primo lockdown tra metà marzo e maggio e si sono registrati in città ben 35 sforamenti del valore medio giornaliero di polveri da PM10 che rappresenta il limite massimo consentito di numero di superamenti del limite di legge di 50 ug/mc (D.Lgs. 155/2010). Nel 2019 i superamenti del limite erano stati 20. Nell’anno appena trascorso, 15 sforamenti sono avvenuti nel periodo tra ottobre e dicembre 2020, come si evidenzia nel grafico, in piena recrudescenza dell’espansione del virus. Nel 2019, nello stesso periodo, i superamenti del limite di legge delle polveri da PM10 erano stati 8. Il grafico indica anche un aumento delle polveri presenti nell’aria nel periodo autunno – inverno 2020 rispetto al 2019.

Nessuna forma di mitigazione dell’inquinamento, come era avvenuto nel primo lockdown, ed anzi un aumento delle sostanze tossiche nell’aria che si respira, potrebbe significare mantenimento dell’espansione del virus. I numeri dell’Ausl di Imola dicono che i casi attivi nel circondario imolese sono decuplicati, passando dai 97 del 1° ottobre ai 965 del 31 dicembre 2020 e di questi 643 sono stati rilevati nella città di Imola.

Anche in gennaio 2021 sia l’inquinamento, sia i casi di persone contagiate dal coronavirus non accennano a diminuire: il giorno 8 gennaio i casi attivi sono stati 984 nel territorio dell’Ausl imolese e la centralina Arpae registra un valore medio di 46 ug/mc di PM10 in viale De Amicis, vicino al limite della soglia di allarme per la salute umana.

Il Comune di Imola ha aderito dal 1° ottobre alle misure antismog e alle limitazioni alla circolazione per i veicoli più inquinanti nel centro abitato promosse dalla Città metropolitana di Bologna in relazione al Piano dell’aria integrato regionale PAIR 2020, ma queste stesse misure, alla luce dei dati delle centraline di Arpae, sembrano palliativi che non servono per contrastare un’inquinamento sempre più pervasivo, legato anche ad altre fonti, come le industrie e l’agricoltura e che non sembra intimorito da azioni di contrasto troppo blande.

Il piano integrato della qualità dell’aria regionale (PAIR) dovrebbe essere ampiamente rivisto al fine di renderlo efficace, cioè come si legge nel sito dell’Arpae, tale da: “Ridurre le emissioni degli inquinanti più critici (PM10, biossido di azoto e ozono) nel territorio regionale attraverso una serie di provvedimenti che consentiranno il risanamento della qualità dell’aria e di rientrare nei valori limite fissati dalla direttiva europea 2008/50/CE e, a livello nazionale, dal decreto legislativo che la recepisce (155/2010). Ma anche diminuire dal 64% all’1% la popolazione esposta alle conseguenze del superamento del valore limite del PM10”.

(Caterina Grazioli)