Bologna. È ormai passato più di anno dalla prima volta delle sardine in Piazza Maggiore, “festeggiato” lo scorso 14 novembre attraverso un cortometraggio pubblicato sul profilo ufficiale del movimento sui social. In un anno disgraziato, in cui la comunità mondiale ha fatto la drammatica conoscenza del virus, le piazze sono legittimamente passate in secondo piano; se il 2019 verrà ricordato come l’anno della protesta, il 2020 sarà ricordato come l’ennesimo anno di crisi. Le emergenze del nuovo millennio non si contano più; se si prendono in esame le fasi più tragiche dei fenomeni “arrivati” a toccarci da vicino, solo negli ultimi dodici anni si possono ricordare la crisi dei mutui subprime, la crisi dell’Eurozona, il genocidio dei migranti (alias “crisi” migratoria). Poi, la sindemia Covid-19 e la crisi sanitaria, l’ultimo momento in cui la macchina che abbiamo creato per vivere in sicurezza ha rivelato tutti i suoi limiti, tra i tagli giustificati in nome della follia neoliberista e la piaga della disinformazione (leggi: crisi; vedi: Brexit&Trump). “Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema” ha sostenuto in più di un’occasione Naomi Klein. Tuttavia, il realismo capitalista -l’espressione è di Mark Fisher, il quale designa in questo modo la condanna all’impossibilità teorica di un’alternativa credibile- continua a regnare sovrano, mentre il desiderio di chi non ci sta, di chi non ne può davvero più, rimane tuttora senza nome.

Con l’anno nuovo alle porte, gli attivisti del movimento si interrogano sul loro futuro, mentre la notizia dei primi vaccini arrivati in Italia offre la speranza di un “post-“ più vicino nel tempo. Nel corso di questi lunghi mesi, è stato aperto un dibattito interno, che ha visto di recente l’adozione di un modello di discussione online, un confronto plurale su alcuni temi di attualità, tra cui il rapporto tra multinazionali e fiscalità nel nostro continente e la proposta di legge Gribaudo-Carbonaro sui lavoratori del settore culturale. Ma “la questione” è ancora irrisolta: quale posto assumere nella società? In attesa di una sentenza definitiva, cui prenderanno parte tutti gli attivisti e le anime del movimento, ciò che si può fare è tratteggiare una ricostruzione di ciò che, rispetto all’osservatorio, stava e tuttora sta fuori.

Riavvolgiamo il nastro al 14 novembre (2019): la candidata del centrodestra per le elezioni regionali in Emilia-Romagna, Lucia Borgonzoni, invita il segretario della Lega ed ex Ministro degli interni Matteo Salvini alla cerimonia di apertura della campagna in un luogo storico del capoluogo di regione: il Palazzo dello Sport. Sebbene costretto a lasciare il governo dopo i fatti di agosto di cui tutti conserviamo un più o meno limpido ricordo, l’ex Ministro detiene ancora una sorta di egemonia mediatica, forte della complicità di parte delle reti televisive, di un profilo social molto seguito e influente e, cosa più importante, di un dibattito pubblico atrofizzato da decenni di rifiuto dell’analisi critica, di rincorsa al particolare o alla dichiarazione “sensazionale” e all’istituzionalizzazione del retroscena e dello scontro tra leader quali elementi indispensabili per l’agenda quotidiana. La cornice competenza-populismo, accettata da tutto lo spettro politico come terreno di scontro post-ideologico per il nuovo secolo, contribuisce a nascondere le differenze delle posizioni in campo. Occultando, di riflesso, la natura nazionalista, razzista e liberista della destra nostrana, tacciata di fascismo dai pulpiti della sinistra, in uno sbandato atto di condanna di un nemico del quale, in maniera più o meno consapevole, si sono nel tempo legittimate le idee giudicate in pubblico estremiste. Era così; ora, se si sostituisce “Salvini” con “Meloni”, è così. La ricostruzione più efficace di questa fase è forse quella dipinta da Marco Damilano nei suoi editoriali sul “vuoto”, prodotto e artefice della società in rete, nella quale troppo spesso si comunica sul rumore, e della società liquida, quella senza corpi forti, sole barriere possibili all’indifferenza -ormai cifra esistenziale dell’ex società del benessere. Non è un caso che il sentimento originale delle sardine, riassumibile nella voglia di costituire una rete di anticorpi al messaggio salvinista e nella pretesa di una nuova partecipazione, antidoto all’indifferenza -appuntato in cima al manifesto del movimento-, non mirasse a una risposta di fini quanto di mezzi.

Una sindemia /purtroppo non/ dopo, la situazione non è cambiata. Per porre fine al vuoto, un piano per la ripartenza targato finalmente Europa, per quanto di importanza cruciale, purtroppo non basta. Una cosa, però, dovremmo averla capita: eravamo e siamo vittime di un vuoto che abbiamo contribuito a edificare. La conseguenza vien da sé: se cambiare le cose significa mettersi in gioco per costruire altre condizioni, altre narrazioni. Per chi viene da una bolla ciò significa rifiutare l’omofilia (ancor meglio, il fascismo degli antifascisti); per chi è stanco di leggere informazioni approssimative, ciò significa darsi più da fare nella ricerca delle fonti, e adoperarsi nei limiti del possibile per farle diventare mainstream. Ma soprattutto significa mettere in comune: doniamo le nostre energie a un processo condiviso, è solo così che si può guardare con fiducia ed entusiasmo al cambiamento. Una volta usciti dalla trappola della bolla, una volta dissolta la comunicazione veloce, rimarranno soltanto antidoti, con idee nuove; una rete aperta e inclusiva, della società società civile per la società civile. Una rete per educare alla differenza, all’uguaglianza: un laboratorio collettivo di formazione permanente, per imparare a comunicare l’alternativa, per dare un nome a quello che vogliamo.

Questo è il bisogno che abbiamo sollevato nelle piazze; se saremo noi a farcene veramente carico, è ancora tutto da vedere. L’unica cosa che sappiamo è che, nel bene e nel male, sarà la partecipazione a fare la differenza.

 

Come sempre, anche nel 2021.

 

(Alberto Pedrielli)