La nebbia che si è insinuata tra i sassi e quasi cancella i profili delle case così vicine e così lontane ha reso ora tangibile e visibile la paura, l’angoscia gocciolata giorno dopo giorno in tutti noi, rimarcando ancora una volta a coloro che ancora vogliono erigere barriere basate sul colore della pelle, sulla religione, sulla lingua, la cultura, che la Morte, invisibile e sconosciuta come peste ancestrale è entrata senza chiedere permesso nella nostra Vita, valicando confini, barriere, muri, filo spinato, facendosi beffa e scherno di tutte le nostre certezze e mettendo a nudo, solo la nostra, infinita, fragilità.

Giugnola, un paese tra Emilia Romagna e Toscana

Questo minuscolo villaggio, questa minuscola casa ed il suo il minuscolo giardino, in cui sono capitato a vivere per una sequenza di interazioni caotiche, è separato longitudinalmente in due solo dalla stretta strada provinciale che separa, come un fiume, due sponde opposte. Ma questa divisione naturale è ulteriormente accentuata da una separazione schizofrenica figlia della storia antica e del sedimento dei giorni che hanno cristallizzato, come stalagmiti burocratiche e incomprensibili, antichi confini rimasti tali.

L’intera ed originale architettura di Giugnola che nei secoli si è sviluppata è rimasta pressoché integra. Ripide salite, piazzette, scale e gradini, piccoli portici scuri rendono labirintico l’intero villaggio con le case attaccate le une alle altre quasi a farsi coraggio, a sostenersi in un abbraccio affettuoso e disperato allo stesso tempo e che ricorda in certi angoli, prospettive degne del Piranesi. La quasi assoluta mancanza di segni della modernità è visibile solo nei lampioni che spargono di conica luce aranciata i viottoli e le facciate nelle ore notturne; ma se non facciamo caso all’elettrica provenienza niente ci può fare illudere che la luce sia diramata dal fuoco di medievali torce.

La solitudine che pervade ogni pietra ha i volti diversi dei nuovi e recenti abitanti che come naufraghi giunti su un’isola dei Mari del Sud hanno trovato qui rifugio e salvezza, così come quella dei depositari della memoria di questo villaggio ai confini del mondo che hanno disegnato sul viso la mappa di un tesoro che non interessa pirati, filibustieri, bucanieri, corsari di ogni epoca e nazione.

Ma il muro invisibile che spezza Giugnola come in una sorta di gigantesco puzzle, ci costringe ora ad un’ulteriore separazione. Uscendo di casa, se giro a destra rimango nella mia Regione, se viro a sinistra al di là del giardino entro in Toscana, violando così le regole. Poiché Giugnola, nome di cui ancora non è nemmeno chiara l’origine, è stata per lunghi secoli il Checkpoint Charlie tra il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa. E la separazione, dopo 160 anni dall’Unità d’Italia, è rimasta; due comuni, due provincie, due regioni si spartiscono un così magro bottino, costringendo gli abitanti ad assurde complicazioni burocratiche degne di un racconto di Kafka.

Bar Stuzzicheria Giugnola

L’unico luogo di incontro pubblico, il Bar Stuzzicheria Giugnola è ovviamente chiuso e le voci e i canti che vengono sparsi dagli avventori sono scomparse e solo un silenzio ancora più profondo regna incontrastato. Solo rari passeggeri motori rompono l’atmosfera irreale. E la distanza dalla pianura, che a molti appare quasi insormontabile, appare molto più grande dei trenta chilometri che in realtà, ci dividono. La Morte Rossa, Moby Dick, la Peste potrebbero apparire da un momento all’altro, laggiù, dopo le ultime case dove inizia Il Deserto Dei Tartari.

L’eremo che è divenuta questa esistenza, un non-luogo da cui è impossibile fuggire, aperto eppure circondato dal filo spinato, dai cavalli di frisia delle regole e della paura, non ha trincee in cui nascondersi, tane kafkiane da percorrere senza meta, labirinti in cui sperare di perdersi. E nell’attesa, non mi rimane altro che percorrere la tastiera della fantasia, inseguire l’arcobaleno dei sogni alla scoperta dei segni segreti e farmi portare dall’aquilone verso le porte dell’incoscienza.

(Mauro Conti)