Ogni città fa parte di un sistema dinamico di relazioni, una rete in cui deve trovare la sua collocazione e valorizzare la propria identità: questo vale anche per la nostra, che può e deve pensare il suo futuro essendo inserita nei territori circondariale-metropolitano-regionale.

Imola nel tempo ha vissuto grandi cambiamenti, da centro quasi solo agricolo ad importante polo industriale e manifatturiero. Ed oggi? Verso quale futuro ci muoviamo? Quanto saranno importanti il turismo, le strutture per lo studio e la conoscenza, l’agroalimentare, o altro ancora?

Le città sono soggetti mutevoli e dinamici, la vecchia città industriale era pensata per gente giovane e sana, mentre oggi l’invecchiamento della popolazione, l’arrivo di migranti e stranieri, le mutate dinamiche nel mondo del lavoro pongono questioni e sfide di tipo nuovo.

Ad esempio, le nuove costruzioni e gli interventi di recupero dovrebbero essere visti come occasione per migliorare il funzionamento complessivo della città e rispondere alle esigenze di oggi e del futuro prossimo. Cosa significa? La vecchia scelta di “ribaltare” l’asse di sviluppo per non appesantire la via Emilia si è rivelata giusta e non bisogna cambiarla nella sostanza: occorre tuttavia ripensare le modalità del costruire sia le abitazioni, sia gli insediamenti produttivi, sia le strutture di servizio, alla luce dello sviluppo in atto e che ci aspetta. Va progettata una edilizia di tipo nuovo, dopo aver studiato cosa chiede l’utenza, ma anche cosa è utile dal punto di vista ambientale, sociale, e così via. Pay per use, co-housing, co-working e così via richiedono anche strutture diverse dal passato. Queste nuove tipologie costruttive, che offrano servizi di vario tipo, rappresentano una scommessa da vincere per affrontare un futuro dove (co)abitare e (co)lavorare – due aspetti che non sono più alternativi.

È con tale prospettiva che occorre procedere al recupero delle aree dismesse e degli spazi pubblici e privati inutilizzati, che ad Imola sono parecchi: Montecatone, Osservanza, aree industriali, palazzi pubblici e privati costituiscono una sfida, ma anche una opportunità ed una risorsa, se ripensati al di fuori dei vecchi schemi.

Si tratta di un compito degli amministratori in primo luogo, ma pure delle forze economiche e produttive e della collettività tutta. Una edilizia pubblica e privata riqualificata, un forte impegno nella rigenerazione urbana possono dare non solo contributi positivi all’ambiente, ma essere occasione di nuovo lavoro.

Indubbiamente il centro storico richiede una attenzione particolare (non c’è bisogno di spiegare il perché) e ne vanno ripensate le funzioni, stimolando in tutti i modi la residenza, ma anche piccole attività di servizio ed altro, avendo presente lo smart-working ed i nuovi modi di lavorare che si stanno affermando, oltre all’attrattiva che può derivare da una rigenerazione che valorizzi il patrimonio storico-ambientale-culturale molto spesso non conosciuto dagli stessi imolesi. Riguardo l’arredo urbano, si possono studiare esperienze anche vicine, ad esempio quanto fatto a Modena.

Veniamo al tema centrale del lavoro, che si intreccia con le scelte urbanistiche e di sviluppo, a come crearlo, senza dimenticare i temi della precarietà e della qualità.

Tra gli obiettivi utili ci sono il “fare rete” e il trattenere il capitale umano-produttivo-relazionale frenandone la fuga dal territorio, considerato il peso sempre più dominante degli elementi immateriali, delle informazioni, della conoscenza. Oggi funzionano i network di imprese (più che quelle “monoprodotto”) e quelle che si dimostrano flessibili; non si devono certo abbandonare i punti di forza come il packaging sostenibile, la manifattura, la meccatronica, tuttavia occorre affrontare le sfide dei “big data”, della economia circolare, della innovazione tecnologica – che Imola non può sostenere da sola, ma solo se bene inserita in contesti più ampi.

Cosa può fare l’ente pubblico? In primo luogo puntare ad un sistema integrato dei trasporti, diffondere la banda larga, fornire opportunità con incentivi alle start up, praticare l’apertura alle innovazioni in ogni campo.

Certo non mancano le criticità ed i problemi: anche qui ad Imola vi sono i temi dei diritti dei lavoratori, della precarietà, delle finte partite Iva e così via. Si dice che migranti ed irregolari abbassano le condizioni e la qualità del lavoro, ma non si può affrontare la questione facendo muro contro l’immigrazione, bensì includendo e realizzando regolarità e sicurezza sul lavoro.

Gli enti pubblici e le aziende partecipate potrebbero dare l’esempio non puntando solo al maggior ribasso, ma tenendo conto della sicurezza e dei contratti a tempo indeterminato o determinato (solo quando giustificato), non accettando né contratti a somministrazione, né a chiamata, né tanto meno a “partita Iva”, quando non ve ne sia assoluta necessità; controllando che nelle aziende appaltatrici e subappaltatrici siano applicati gli stessi criteri, indicandoli nelle gare e previlegiandoli rispetto al semplice “minor prezzo”; promuovendo pari opportunità lavorative e retributive tra uomo e donna; contrastando il lavoro nero e incentivando la ricerca della qualità del lavoro e dell’innovazione con sgravi fiscali sulle tasse locali. E sarebbe utile stimolare anche i privati affinché operino in tali direzioni.

Per tutto questo forse sarebbero utili larghi tavoli di dialogo semipermanenti che coinvolgano il pubblico, inteso in senso lato, ed il privato.

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(Marco Pelliconi)